Il baciamano a Salvini ad Afragola, terra di camorra

C’è qualcosa di repellente e disgustoso nell’immagine del sostenitore di Matteo Salvini che lo accoglie ad Afragola con un baciamano. Ma non si tratta di questione igienica, quanto più di un senso di sporcizia interiore, un oleoso senso di vergogna e di miseria.

Il ministro dell’Inferno è stato accolto da una manciata di centinaia di calorosi adepti, in estasi all’idea di lustrare il proprio parterre elettorale e rimpinguare di luci e passerelle le proprie velleità politiche. Afragola è una terra dove la camorra vanta tradizioni di lungo corso, all’ombra placida e implacabile del clan Moccia; ed è anche la terra in cui la stessa camorra è tornata a colpire in modo sordido e assordante.

La lunga notte delle esplosioni dura ormai da quasi un mese, e le caselline si imbrattano con delle X rosse una dopo l’altra: sei, sette, otto, nove. Sembra un conto inesorabile verso qualcosa di spaventoso, un conto alla rovescia rovesciato, un Capodanno maledetto di una nuova, cieca era di paura.

Ma qualcuno avrà ben pensato di non farne un dramma: anzi, di sfruttare l’occasione per imbellettarsi di propaganda e assestare qualche colpo al nemico. La camorra? Macché. Con una decisione cavillosa e quanto mai puntuale, l’amministrazione locale ha ben pensato di revocare l’affidamento della Masseria Antonio Esposito Ferraioli, bene confiscato che sorge a pochi metri dai due colossi del tardo-capitalismo afragolese Ikea e Leroy Merlin.

Lì dove profitto e sfruttamento s’innestano nei gangli urbani dominati dalla malavita, sorge un terreno sottratto alla camorra e restituito alla collettività da associazioni e volontari del territorio. La Masseria Ferraioli è un luogo comune che schiaccia gli stereotipi, un’oasi di rivincita nel deserto della sconfitta. Curioso che, proprio mentre Salvini si accingeva a metter piede ad Afragola, centinaia di donne e uomini che ci hanno messo il corpo – prima di tutto il corpo, perché sui beni confiscati non si va per passeggiare – e l’anima si siano visti scippare via il frutto del terreno e del proprio sudore.

Una risposta chiara, precisa: l’emergenza camorra si affronta spazzando via chi combatte la camorra. È per questo che Salvini è stato accolto con ogni onore. Lui, che ha promesso di cancellare in tre mesi la criminalità, umiliando decenni di lotta e sacrifici e la memoria di migliaia di vittime, lui che strozzato dalla sciarpa e dalla vanagloria ha osato spergiurare che la camorra si sconfigge fermando gli sbarchi, come se quelle nove bombe fossero state piazzate da migranti troppo annoiati dalla pacchia, come se un territorio eviscerato dal malaffare e dalla collusione incestuosa fra clan e classe dirigente fosse lì in ginocchio a chiedere pietà ai questuanti, lui che ha concesso in obolo ai sodali la facoltà di rivendere i beni confiscati come un usufrutto concesso dallo Stato alla criminalità organizzata.

Ad Afragola hanno capito tutto: così, invece di chiedere giustizia e sicurezza, hanno chiesto di revocare la scorta a Saviano, come se la preoccupazione fondamentale della vita di un commerciante fosse quella, come se il destino di una città intera passasse dalle interviste dell’autore di Gomorra. Non se l’è fatto ripetere, Salvini, venuto a liberarci da ogni male e a redimerci dal peccato. Adesso che c’è lui possiamo star certi che non verremo più infastiditi da supponenti post su facebook, né da fastidiosi operatori di pace e di civiltà. Così le bombe potranno esplodere per bene, nel silenzio più totale, e i baci verranno scoccati su mani pulite, pulitissime.

Del resto, chi ha mai baciato una coscienza?

Emanuele Tanzilli