Namiko e i giardini di Tokyo
Fonte immagine: https://www.thepodd.it/category/libri/

Andreas Séché è uno scrittore tedesco. Ha lavorato come giornalista per diversi quotidiani e per 12 anni è stato redattore di una rivista a Monaco di Baviera. Ha vissuto in Giappone, e lì è rimasto affascinato dai giardini di Kyoto che gli hanno dato l’ispirazione per scrivere questo libro: Namiko e i giardini di Kyoto.

La trama

Namiko e i giardini di Kyoto racconta l’incontro tra due persone – un uomo e una donna – ma anche l’incontro tra due mondi distanti.

Un giornalista tedesco di 29 anni si reca in Giappone per scrivere un articolo sull’arte dei giardini. Durante le sue passeggiate nei giardini di Kyoto farà un incontro che gli cambierà la vita: conoscerà Namiko, studentessa misteriosa e sensibile. Lei gli parlerà dell’arte millenaria che rende questi giardini spazi di armonia e di meditazione, e mentre l’ascolta si rende conto che la donna sussurra e che il tono così basso della sua voce dona alle parole una nuova intensità. Per il protagonista inizia così un viaggio alla scoperta della spiritualità, della conoscenza, alla ricerca di ciò che si nasconde dietro alle parole e alle cose, in un mutare continuo dove tutto può avere un significato diverso, e tutto si collega – e collega i due – alla vita. Grazie a Namiko inizierà a comprendere anche i Kōan, e alla fine dovrà prendere una decisione difficile da cui non poter tornare indietro.

Namiko e i giardini di Kyoto
fonte immagine: ibs.it

Namiko e i giardini di Kyoto è una storia d’amore, ma anche di conoscenza del sé e di quello che ci circonda, ed è soprattutto l’incontro tra un uomo occidentale e una donna orientale: due persone, due anime, così diverse e alla fine così simili. Con questo romanzo l’autore ha evidenziato il dilemma tra cuore e ragione, tra avere ed essere, e la soluzione è la poesia. Lasciarsi andare e fidarsi. Rischiare.

La frenesia del Giappone corre parallelamente a una cultura zen tutta volta a quella che è la riflessione interiore, per far emergere armonia e soddisfazione. Tutto ciò, con devozione e impegno, porta alla consapevolezza dell’essere al mondo: noi siamo al mondo per essere felici.

Dietro questo romanzo (azzardiamo: dietro a quasi tutta la letteratura che si occupa di Giappone) c’è la parola ikigai (生き甲斐), una parola che non si può tradurre in italiano ma che ha il significato di “senso della vita”. La cultura giapponese pensa che ogni persona ha il proprio scopo nella vita e che a un certo punto arriva il momento in cui bisogna fare i conti con questo scopo andando a cercarlo. Il protagonista del romanzo riesce a scavare dentro di sé e a trovare le risposte che cerca, mettendo in discussione tutto il suo passato e sperando per il futuro.

Parlando con l’autore abbiamo scoperto molte cose sia su Namiko e i giardini di Tokyo, sia su di lui.

Namiko e i giardini di Kyoto
fonte immagine: archweb.com

Quanto sono importanti per lei il Giappone e la sua cultura? Qual è il suo rapporto con il Giappone?

«Quando sono stato per la prima volta in Giappone come editore, il mio piano era – come quello del protagonista del romanzo – di scrivere un articolo sui giardini di Kyoto, che è stato pubblicato su PM, la versione tedesca della rivista italiana Focus. Mi sedevo spesso nei giardini dei templi e girovagavo per i giardini zen, cercando di scoprire perché questi giardini hanno quell’aspetto, cosa significano tutte quelle pietre, alberi e la loro disposizione, come ci parlano i giardini e cosa potrebbero dirci. E molte risposte a queste domande hanno trovato la loro strada nel romanzo. Mi sono anche interessato alla lingua giapponese. Ho cercato di impararla, ma temo di non esserci riuscito molto bene. Conosciamo il Giappone come un paese ultramoderno, tecnologicamente avanzato, ma nella lingua c’è molto rispetto per le tradizioni, per origini e radici. Ad esempio, nel carattere cinese per “stazione ferroviaria” si può ancora vedere un cavallo. Cose del genere hanno anche un forte impatto sulla cultura della memoria nel suo insieme.»

Questo romanzo parla dunque della memoria e del nostro rapporto con essa?

«Questa è una domanda importante: come trattiamo i ricordi e come possiamo trarne beneficio. Il romanzo parla principalmente della profondità dell’amore e i ricordi contano molto, quando due persone innamorate vogliono davvero raggiungere la profondità insieme. Penso che un ingrediente importante delle relazioni stabili è il rispetto per il passato vissuto insieme. È importante rendersi conto che i momenti condivisi non svaniscono con il tempo ma continuano a riecheggiare dentro di noi. Che sono, per così dire, un investimento emotivo nel nostro futuro insieme. Il momento sopravvive come ricordo, e così può arricchire e rafforzare un amore nel presente e nel futuro. Una coppia può andare in vacanza, perché vuole passare due belle settimane al mare – ma potrebbe anche andare in vacanza per creare momenti e storie comuni e arricchire così il suo amore anche per il futuro.»

Ha tratto ispirazione dalla sua storia personale?

«Un mio amico giapponese che viveva in Germania una volta ha chiamato qualcuno a Tokyo e si è completamente dimenticato della differenza di fuso orario. Così ha chiamato il suo amico in Giappone nel bel mezzo della notte. Ed è stato l’amico che poi si è scusato per il fatto che in Giappone fosse notte in quel momento. Mi piace molto questa filosofia delle scuse.»

Qual è la differenza, la più grande, tra la cultura orientale e quella occidentale nell’approccio alla vita?

«Non so se è ancora così oggi, perché manco dal Giappone da molto tempo ormai, ma mi è piaciuto molto il fatto che le persone lì si assicurassero sempre che gli altri non venissero umiliati. Non è sempre così in Europa. Qui abbiamo sviluppato una tendenza all’egocentrismo e spesso non siamo più interessati a ciò che facciamo agli altri.» Namiko e i giardini di Kyioto è un romanzo breve, piacevole, che racconta e spiega alcune magie del paese del Sol Levante, ma che comunque risente degli schemi occidentali. Séché ha messo probabilmente quello che ha provato vivendo in Giappone, e va bene così. Ma la differenza con chi è nato ed è cresciuto in Giappone è evidente. La lentezza della scrittura giapponese, la sensazione di dolcezza qui non si ritrovano. Però, nel complesso, è un romanzo molto leggero, che si lascia leggere e che, al contempo, offre non pochi spunti di riflessione.

E, allora, buona lettura.

Valentina Cimino

Volevo studiare lettere e alla fine mi sono iscritta a giurisprudenza. Appassionata di libri, poesie e balletto. Proud to be nerd. Lavoro, scrivo, leggo, mangio. Dormo poco.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui