Quirinale Draghi
Credit: Wikimedia Commons

Ci siamo quasi. A febbraio il Parlamento italiano sarà chiamato a decidere il successore di Sergio Mattarella al Quirinale. I nomi che circolano sono decine, come da prassi quando si affronta il tema dell’elezione del Presidente della Repubblica, ma alla fine soltanto pochi di questi (o nessuno, in alcuni casi) sarà realmente preso in considerazione. Ultimamente è spuntata anche l’ipotesi Draghi, un ricambio a Palazzo Chigi che sta facendo litigare tutte le forze politiche. Insomma, il tema è caldo e gli esiti sono tutt’altro che scontati.

Di solito i mesi che precedono la votazione indiretta più importante d’Italia sono di studio e di tattica, utili a sondare il gradimento dell’opinione pubblica nei confronti dei nomi che vengono fatti circolare come indiscrezioni o proposte isolate. Le ultime settimane che precedono l’elezione, invece, servono per far fuori alcuni candidati indesiderati lanciandoli nella mischia e facendoli arenare nelle secche di una votazione che, in sostanza, non vedranno mai.

Di nomi se ne sono fatti già molti. Da Paolo Gentiloni, di cui non si parla più, a Pier Luigi Bersani, passando per l’attuale ministra della Giustizia Marta Cartabia e l’ex democristiano Pier Ferdinando Casini. I partiti continueranno a fare nomi e i politici rilasceranno interviste in cui esprimeranno il loro gradimento nei confronti di un candidato rispetto ad un altro, fino al momento in cui in aula si voterà un candidato la cui identità metterà d’accordo gran parte dei parlamentari e che, per forza di cose, non potrà essere un nome troppo divisivo, il quale godrebbe del solo e inutile appoggio di una precisa parte politica.

Si tratta di strategie politiche ben consolidate, l’ultimo retaggio di un’elezione che, almeno nelle intenzioni, doveva rappresentare un momento di unità nazionale, ben lontano dai contrasti polarizzanti. Tali intenzioni, però, non riguardavano il solo momento della votazione ma anche quello che lo precedeva, cioè la discussione.

Nonostante la corsa al Quirinale si svolga sempre sulla falsariga di “prassi” ben delineate, la campagna per il 2022 ha una sua peculiarità: la confusione. Rispetto al passato, i nomi in circolazione in grado di guadagnarsi il sostegno dell’opinione pubblica sono pochi. Inoltre per la prima volta dopo diversi anni c’è la seria possibilità che un nome molto polarizzante, come quello di Silvio Berlusconi, sia realmente in corsa per il Quirinale e non una semplice suggestione. All’appello mancherebbero una manciata di voti.

Infine, si fa sempre più verosimile un’altra ipotesi, quella dell’elezione di Mario Draghi a Presidente della Repubblica. L’ex Bce, di conseguenza, dovrebbe “lasciare il posto” da Presidente del Consiglio, aprendo così scenari ignoti e imprevedibili circa il futuro di questo governo. Le incognite sono molteplici e nessuna possibilità è da escludere a prescindere.

Se Draghi sale al Quirinale, chi resta a Palazzo Chigi?

Prima della nascita del suo governo, Mario Draghi era già stato più volte accostato al Quirinale come successore di Sergio Mattarella. Le voci sulla sua possibile elezione da parte del Parlamento in seduta comune, si placarono soltanto quando l’attuale Presidente della Repubblica lo chiamò per offrirgli l’incarico a Palazzo Chigi. Dopo mesi di lavoro e di relativa quiete giornalistica, le indiscrezioni su un’eventuale scalata verso il Colle sono tornate più forti di prima. E i motivi sono molteplici.

Al di là della certa autorevolezza che il nome può garantire, ci sono questioni politiche di fondo che spingerebbero Mario Draghi verso una nuova destinazione istituzionale. Il centrosinistra preferirebbe terminare la legislatura con l’ex Bce ancora al comando, mentre nel centrodestra c’è molta più confusione. Da un lato Forza Italia spinge per portare Silvio Berlusconi al Quirinale, mentre la Lega e Fratelli d’Italia restano più defilati. Se da una parte Matteo Salvini si è espresso con favore nei confronti dell’elezione dell’ex banchiere, da un lato teme che il ritorno alle urne (unico motivo che spinge Giorgia Meloni a sostenere la salita al Colle di Draghi) possa fortemente ridimensionare il suo consenso in favore di Fratelli d’Italia.

Alle questioni politiche si affiancano dissidi di metodo circa l’elezione di Mario Draghi. Giancarlo Giorgetti con le sue dichiarazioni circa un “semi-presidenzialismo de facto” con Draghi che “comanda il convoglio” di Palazzo Chigi dal Quirinale, è riuscito a esplicitarne goffamente le fattezze: c’è chi vuole l’ex banchiere sia come Presidente del Consiglio che come Capo dello Stato. Questo non è possibile.

Se Mario Draghi diventasse Presidente della Repubblica, dovrebbe rinunciare alla sua carica presso Palazzo Chigi. Questo perché le cariche sono incompatibili. Lo dice chiaramente l’articolo 84 della Costituzione: “L’ufficio di Presidente della Repubblica è incompatibile con qualsiasi altra carica”.

Di conseguenza, nel caso in cui Draghi salisse al Colle, dovrebbe dimettersi. Di solito, il Presidente della Repubblica non firma subito le dimissioni del capo del governo uscente affinché questo possa restare in carica per il disbrigo degli affari correnti, cioè dell’ordinaria amministrazione. Poi si aprono le consultazioni con i partiti per cercare un nuovo Presidente del Consiglio. Una prassi che l’Italia ha potuto osservare di recente con la crisi del Conte II che ha portato alla nascita dell’attuale esecutivo guidato proprio dall’ex Bce. In questo caso specifico, Draghi non potrebbe restare in carica nemmeno per gli affari correnti e Mattarella dovrebbe accettarne le dimissioni.

Dopo la salita al Colle, Draghi dovrebbe prestare giuramento e nominare il suo successore a Palazzo Chigi ma nel frattempo il suo posto non potrà restare vacante e qualcuno dovrà occuparlo. La legge 400/1988 prevede che sia il vicepresidente a sostituire il Presidente in caso di assenza o impedimento temporaneo. L’attuale governo, però, non ne possiede nemmeno uno e perciò la carica spetterebbe al ministro più anziano secondo l’età. L’attuale ministro più anziano è Renato Brunetta, il quale occupa il dicastero della Pubblica Amministrazione.

Il fronte anti-Draghi

Nonostante non siano pochi coloro che spingono per portare Draghi al Quirinale, un’ampia fetta della classe dirigente preferisce resti a Palazzo Chigi. Il motivo principale riguarda questioni delicate come l’avvio dei progetti finanziati con il Recovery Fund, la riforma delle pensioni e quella fiscale, le quali sono propedeutiche proprio all’erogazione dei fondi europei. Inoltre c’è la questione della legge di bilancio, la quale contiene al suo interno numerosi dossier che richiedono la completa e diretta attenzione del capo del governo.

Tuttavia, il timore più grande per i partiti resta il voto anticipato. Il prossimo Parlamento, a causa della riforma costituzionale che gli italiani hanno confermato con il referendum del 2020, avrà un terzo dei seggi in meno e molte formazioni politiche temono di essere pesantemente ridimensionate, come Forza Italia e Movimento Cinque Stelle che vedrebbero probabilmente dimezzati i propri seggi. Di riflesso, molti parlamentari temono di non essere rieletti e vorrebbero che la legislatura continuasse. Infatti, se Draghi venisse eletto Presidente della Repubblica, si aprirebbe una crisi di governo e quindi la ricerca di una sintesi politica e soprattutto di un successore. In uno scenario di questo tipo, lo spettro delle elezioni anticipate tornerebbe a tormentare il sonno dei parlamentari a distanza di un solo anno.

D’altro canto, quello di Mario Draghi sembrerebbe essere l’unico nome in grado di raccogliere un certo consenso tra i politici e soprattutto tra i cittadini. Dopo di lui, secondo un sondaggio per La7, c’è soltanto Silvio Berlusconi. Il leader di Forza Italia, stando alle indiscrezioni, punterebbe alla quarta votazione, cioè alla prima che si svolge a maggioranza assoluta e non dei 2/3. Stando alle stime al Cavaliere mancherebbero soltanto 54 voti per essere eletto e molto probabilmente punterà a cercarli nel gruppo misto. Un’impresa difficile ma non impossibile, soprattutto se alla votazione si uniranno anche i renziani (che per ora puntano su Pier Ferdinando Casini). Superata la soglia delle tre votazioni, anche il nome di Berlusconi avrà buone possibilità.

C’è chi si sta adoperando per evitare che si arrivi al quarto scrutinio. Tra questi spicca il nome di Giuseppe Conte, il quale ha prima “chiuso” e poi “aperto” nei confronti di Mario Draghi per evitare che al quarto turno Renzi possa dialogare con Salvini e Berlusconi. In quel frangente anche i 43 voti di Italia Viva diventano fondamentali per eleggere il nuovo Presidente. Quello dell’ex BCE è l’unico nome in grado di superare lo scoglio delle prime votazioni. E per scongiurare un ritorno alle urne, c’è chi ha ipotizzato di far insediare l’attuale ministro dell’Economia Daniele Franco per un dopo-Draghi. Attraverso tale strategia, Conte intende evitare che il Partito Democratico possa proporre un suo candidato forte che richieda l’appoggio dei grillini.

Una situazione del genere agirebbe come una bomba ad orologeria per il gruppo parlamentare grillino. L’ipotesi Franco, invece, permetterebbe a Conte di guadagnare tempo per consolidare la sua posizione all’interno del Movimento. Come anticipato, nulla si può escludere e data la penuria di candidati forti, l’unica previsione verosimile è che si arrivi a un’elezione a maggioranza. E a quel punto tutte le ipotesi sono possibili, soprattutto se lo spettro del voto anticipato torna a farsi sentire.

Donatello D’Andrea

5 x mille Survival
Classe 1997, lucano doc (non di Lucca), ha conseguito la laurea in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali e frequenta la magistrale in Sistemi di Governo alla Sapienza di Roma. Appassionato di storia, politica e attualità, scrive articoli e cura rubriche per alcune testate italiane e internazionali.

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