Icardi

Quando Argentina e Brasile scendevano in campo all’Estadio Monumental di Buenos Aires la sera del 18 febbraio 1993, probabilmente Analia Rivero siedeva col suo grosso pancione davanti al televisore insieme a suo marito Juan Icardi per seguire la partita. Si celebravano i 100 anni dell’Asociación del Fútbol Argentino e fu un occasione per rivedere in maglia albiceleste anche Maradona, che in nazionale mancava dalla sconfitta rimediata nella Finale di Italia 90 a Roma contro la Germania dell’Ovest. Diego non poteva non mancare a quella partita. «Maradona è stato l’unico che ha combattuto e vinto solo per l’ Argentina e che, dovunque sia andato, si è portato dietro la sua terra», scrisse sulle colonne de La Repubblica Corrado Sannucci il mattino seguente. Non poteva non mancare alla celebrazione del centenario. Non poteva mancare a ”La Partita”. Perché quando scendono in campo Argentina e Brasile non è mai un amichevole, non è mai solo una partita come le altre. E sarebbe tornato anche pochi giorni dopo, quando pur di essere presente per la Coppa Artemio Franchi decise di fuggire letteralmente da Siviglia, nonostante la società gli avesse chiesto di non andare e i tifosi, poi, avrebbero chiesto la sua testa.

Chissà se quella sera invernale del ’93 mamma Analia sapesse che dentro di lui stava crescendo uno che col pallone tra i piedi sapeva cosa farci (e soprattutto dove indirizzarlo) e che Diego, El Diez, El Pibe de Oro non solo avrebbe avuto a che fare con suo figlio ma cui avrebbe avuto qualcosa da ridire.

Sono passati ormai 25 anni da quella sera. Il giorno dopo sarebbe venuto alla luce Mauro, il primogenito della coppia ma non il primo figlio di papà Juan, che aveva già avuto tre niños dai precedenti due matrimoni: Franco dalla prima moglie, Aldana e Juan Jesus dalla seconda. Con la mamma di Mauro ha avuto, in seguito, altri due figli: Ivana e Ghido. E come Ross Geller in Friends, dopo i primi due divorzi non può che seguire il terzo. La coppia si è separata nel 2013 e la madre ha avuto due gemelle da un altro uomo (Martina e Alessandra). Non ci dilungheremo di più sulla vita privata/familiare di Mauro Icardi, perché – molto onestamente – come disse un paio d’anni fa un altro che se la cava con i piedi, Juan Román Riquelme, riferendosi a Osvaldo: «A me non importa nulla di quello che la gente fa fuori dal campo».

Fin troppo spesso si parla, anche troppo, di quel che non ha minimamente a che fare con il terreno di gioco. E sicuramente alcuni suoi comportamenti non hanno aiutato, come l’autobiografia pubblicata nell’ottobre 2016 e che tanto aveva fatto arrabbiare i suoi tifosi, aveva indispettito la società… e aveva francamente poco senso per un ragazzo di soli 23 anni. In questo mare di polemiche, Maurito è sempre riuscito a restare a galla facendo in modo che non interferissero con il suo rendimento. Sta di fatto che troppo spesso si parla dell’Icardi-social e poco dell’Icardi-professionista: sempre puntuale agli allenamenti, mai una parola contro i compagni e la società, mai un atteggiamento in campo che facesse mettere in dubbio la sua volontà di incidere e decidere. Decidere le partite, decidere il destino suo e della sua Inter.

Se decidessimo di ridurre il calcio a soli numeri e statistiche si perderebbe l’essenza di questo sport. Esistono dei valori in campo che non possono essere calcolati o messi a referto – quelli che gli americani chiamano intangibles – ma che all’interno di una partita contano allo stesso modo di un assist o un gol segnato. Prendiamo ad esempio il lavoro che svolge Mario Mandzukic nella Juventus di Allegri. Se la guardiamo da un punto di vista prettamente tecnico-tattico, il croato è fuori dalla sua safety zone, quella che l’ha portato a vincere la Champions con il Bayern nel 2013, ad essere il prescelto per il dopo-Costa a Madrid e ad essere chiamato a Torino per sostituire Llorente. Non è un esterno, non ha la velocità dei Bernardeschi, Douglas Costa, Cuadrado eppure è lui ad essere uno dei perni della Juventus a trazione offensiva. Al punto tale che Marko Pjaca è stato spedito in prestito in Germania, perché non vi era abbastanza spazio per lui. Da quando è stato spostato nella posizione di esterno nel febbraio 2017, i sui numeri in termini di gol ed assist non sono esaltanti come i pari ruolo delle top squadre di Serie A (Insigne, Perisic, Perotti, El Shaarawy ecc…), eppure se vi è un singolo giocatore a cui Massimiliano Allegri fatica sempre a rinunciare, quel giocatore è Mario Mandzukic. Perché, come detto, esistono fattori che non possono essere parametri ma ciò non vuol dire che non siano rilevanti.

Al contempo, in netta contraddizione a questa tipologia di attaccanti, esiste un’altra tipologia di giocatori, quelli che vivono per i numeri, perché sono quegli stessi numeri a denominare la loro grandezza. Giocatori che se non riescono ad essere imbeccati sono invisibili in campo ma a cui basta un solo passaggio filtrante, una sola palla vagante, una sola occasione… E sono guai. Uomini d’area di rigore, uomini che vivono per il gol. Come David Trezeguet. Come Pippo Inzaghi. Come Alberto Gilardino. Così probabilmente avremmo detto in passato. Oggi possiamo dire: come Mauro Icardi.

Con i quattro gol messi a segno contro la Sampdoria, il capitano dell’Inter è divenuto il terzo giocatore della storia della Serie A a mettere a segno due poker. Gli altri due sono stati Roberto Boninsegna e Alberto Gilardino. La prima è arrivata proprio quando vestiva la maglia della squadra che ieri ha contribuito ad affondare, era il 27 gennaio 2013 e l’avversario era il Pescara. Pochi giorni dopo, «il 2 febbraio, avevo incontrato a Milano Marco Branca. Il direttore sportivo dell’Inter aveva rassicurato mio padre dicendogli: ‘C’è un forte interesse della società verso suo figlio. Non escludo un passaggio da noi la prossima stagione’», recita Mauro in Sempre Avanti.

E c’è di più. Con i gol di Marassi è divenuto il sesto giocatore più giovane della Serie A a raggiungere 100 gol. Tra i presenti al nastro di partenza di questa stagione solo Fabio Quagliarella (125), Gonzalo Higuaín (110) e Sergio Pellissier (103) fanno parte di questo club esclusivo. Vi potrebbe giungere presto anche Marek Hamsik, che dista una sola rete alla tripla cifra.

IcardiPiede forte, piede debole, stacco di testa imperioso, senso del movimento e del gol. Se mettessimo in lista tutte le qualità che deve avere un centravanti d’area di rigore, tutte le abilità necessarie sarebbero segnate con una doppia spunta. Ma quel che che stupisce di Mauro è la sua straordinaria capacità di essere letale sotto porta. Ne avevamo già parlato la stagione scorsa al raggiungimento dei 70 gol, il suo killer instict è impressionante. In pratica capitalizza la metà dei tiri che riesce ad indirizzare nello specchio della porta (0.47). Nessuno tra i 10 attaccanti più prolifici di questo campionato sta riuscendo a fare meglio.

IcardiIl suo essere così un centravanti vecchio stampo lo rende spesso impotente quando le cose in squadra non girano per il verso giusto e/o Perisic e Candreva non riescono a servirlo come dovrebbero. Il che è sicuramente frustrante per un attaccante. Nella partita contro il Napoli di due domeniche fa Icardi non è praticamente mai riuscito ad entrare in partita, lasciato troppo solo nella morsa di Koulibaly e Albiol (la miglior coppia difensiva per gol concessi dopo Chiellini e Benatia). Nell’arco dei 90′ minuti ha toccato solo 26 palloni senza mai vedere la porta neanche in lontananza.

Icardi
Heat map presa dal sito whoscored.com (Inter vs Napoli)

La poca capacità che ha dimostrato l’Inter di saper attaccare negli ultimi mesi sommata alla incapacità di Icardi di essere un all-around player – come Dzeko o Higuaín o Mertens (per citare i tre migliori nel suo ruolo) che non solo sanno realizzare ma sanno accompagnare la manovra, iniziarla e rifinirla anche come assistman – sta risultando essere il limite della squadra di Spalletti che, avendo degli esterni puri e non delle mezze punte, fatica ad attaccare centralmente e riuscire a dare un appoggio migliore al centravanti nerazzurro, rendendo le proprie sortite offensive più prevedibili: cross che si sprecano dalla trequarti o dalla linea di fondo. Gli unici in grado di legare il reparto di centrocampo e attacco per linee interne sono Rafinha ed Eder, ed infatti non è un caso che uno dei pochi tiri in porta nella partita di San Siro contro il Napoli sia nato da un uno-due stretto tra Icardi e quest’ultimo. E non è un caso che in gennaio la società abbia ricercato un giocatore dalle qualità simili a quelle dell’ex giocatore del Barcellona.

Se dovessimo trovare un difetto ad Icardi potremmo dire che sia un giocatore poco contemporaneo per il suo stile di gioco e che poco si adatta (almeno ad oggi) a squadre che coinvolgono i propri attaccanti anche nello sviluppo della manovra. Ma questo in sé non è un lato negativo, semplicemente non rientra nelle sue caratteristiche e forse chiedergli dell’altro è più una nostra colpa che sua, che andiamo sempre a ricerca della perfezione pur quando è evidente che non esista. Icardi ha le sue caratteristiche ed è compito di società ed allenatore costruirgli una squadra che si addica ai suoi pregi e non ai suoi difetti.

A soli 25 anni il n.9 dell’Inter sta raggiungendo livelli di prolificità straordinari, garantendo a se stesso il 14esimo posto tra i giocatori più forti del mondo nel 2017 per la rivista FourFourTwo. Per i giornalisti inglesi c’è stato un solo giocatore più forte di lui in Serie A: Gonzalo Higuaín. Al di là di come la si possa pensare sull’interista – se sia davvero il secondo migliore giocatore in Italia o meno – credo sia semplice convenire che come l’attaccante della Juventus non ci sia nessuno. Ma Icardi è giovane e avrà tempo per arrivare al top. Sta continuando a segnare e con ogni probabilità si giocherà il titolo della classifica capocannonieri con il nostro Immobile. Entrambi puntano a diventare il 19° giocatore a riuscire a vincerne più di una: Ciro ha vinto nel 2014, Mauro nel 2015. E sicuramente punta ad entrare nella lista dei 24 che Jorge Sampaoli dovrà stilare a fine maggio per arrivare magari a conquistare i cuori dei suoi connazionali, per cui non ha avuto ancora la gioia di esultare neanche una volta – va detto che ha giocato solo 4 partite. E magari, chissà, un giorno magari riuscire a conquistare a suon di gol anche il cuore di Diego. Per adesso, ha sicuramente rapito quello dei suoi tifosi nerazzurri. Per il resto, i trofei, l’Europa e le sirene estere c’è tempo.

Michele Di Mauro

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