Economia circolare: la rivoluzione culturale sostenibile

ONU, OCSE e governi promuovono l’economia circolare, ovvero il riutilizzo dei prodotti, come unica alternativa per la salvezza della Terra. Alla Digital Week di Milano, piccoli grandi esempi di un modello di sviluppo sostenibile.

Ogni anno l’economia mondiale consuma 93miliardi di tonnellate di materie prime destinate all’industria, di questi soltanto 9miliardi vengono riutilizzati. Inoltre, il 62% delle emissioni di gas serra avviene nella fase di estrazione e lavorazione delle materie prime, il 38% nella fase di consegna e utilizzo dei prodotti.

In questo scenario allarmante l’economia circolare potrebbe rappresentare l’unica strada percorribile. Durante il World Economic Forum di Davos ne è stato stimato il potenziale economico in 3000miliardi di dollari, di cui 88miliardi solo per l’Italia. Un’ulteriore prova che si tratterebbe di un cambio di paradigma che non compromette la crescita, anzi.

A Milano, la città dove tutti vanno di fretta, c’è ancora qualcuno che trova il tempo per riappropriarsi di luoghi, cose e relazioni. Esempi virtuosi di uomini, donne e organizzazioni che accolgono con entusiasmo – e senza troppi drammi – questa nuova sfida.

Tra queste, Swapush.com è una startup che si occupa di Swap: scambio, baratto. Il claim aziendale è ‘forget the money’: Swapush, che a brevissimo sarà anche un app, organizza degli swap party, eventi in cui i partecipanti portano oggetti che non utilizzano più, per scambiarli con altro. In questo modo, spiega Serena Luglio – founder del progetto che è stato presentato alla Digital Week di Milano Sabato 16 Marzo – “dai valore a ciò che non utilizzi, fai parte di un network, ottieni sempre cose nuove senza spendere e aiuti l’ambiente”.

L’aspetto digitale di Swapush sta proprio nel contributo della tecnologia all’esperienza di scambio. Come spiega la Luglio “la passione si è trasformata in un progetto imprenditoriale quando ho deciso di aprire una pagina Facebook per consentire alle persone di seguire tutti gli appuntamenti. Da lì all’applicazione il passo è stato breve: grazie alle nuove tecnologie è stato immediato pensare di sfruttare il cellulare per scambiare in modo pratico e senza dover aspettare gli swap party”.

A Cassina de’ Pecchi, comune della città metropolitana di Milano, sulla linea verde della metro, un altro esempio virtuoso: la Casa del Riuso.

Scopo di questa struttura, posta di fianco all’isola ecologica è quello di diminuire il quantitativo di beni che finiscono in discarica, attraverso il coinvolgimento attivo e la sensibilizzazione dei cittadini sui temi del riuso post-utilizzo e l’indirizzamento verso scelte di consumo consapevoli e sostenibili.

Oltre a queste finalità, raggiunte con successo (-49% di rifiuti indifferenziati generati nel 2017 rispetto all’anno precedente) la Casa del Riuso diventa anche un’occasione di scambio umano e socializzazione, attraverso laboratori artigiani rivolti alle categorie svantaggiate e alle fasce deboli della popolazione e attività dedicate ai bambini.

È proprio da strutture come questa che attinge chi come Giovanni Dal Cin, architetto di Varese, utilizza i rifiuti per farne vere e proprie opere di design.

Materiali comuni e per i più senza nessuna utilità, che sembrerebbero aver finito il loro ciclo vitale – come vecchi ferri da stiro, stampelle in legno, scaldaletto, imbuti, cappelli di paglia e schiacciapatate – riprendono vita sotto nuove forme, tra l’altro di grande effetto stilistico e con un tocco un po’ vintage.

Concludiamo con un accenno al fenomeno delle social street, che in Italia sono ormai più di 500, di cui 80 solo a Milano. Lo slogan delle social street è programmatico: ‘dal virtuale al virtuoso’. Un esempio di come i social network e la tecnologia – per una volta – non siano sinonimo di isolamento sociale, ma anzi uno strumento per rafforzare i legami sociali di una comunità che si identifica nella strada, nel quartiere.

Spesso chi condivide l’indirizzo di casa, in una grossa città come Milano, non si conosce neanche, le social street sono invece comunità virtuali e reali che si riappropriano del territorio e fanno tornare di moda i rapporti di vicinato, con feste di strada, consigli di lettura, cura dei giardini pubblici e scambi di aiuti: nuovi modelli di partecipazione del basso.

Un bellissimo esempio è quello della social street di via Benedetto Marcello, in zona Lima/Buenos Aires. Spaccio e microcriminalità si stavano appropriando dei giardinetti pubblici dell’area, ormai poco frequentati dagli abitanti, se non portarci il cane. Su iniziativa della social street, i giardini sono stati ripopolati con attività come la classe di yoga all’aperto e il mercatino dell’usato. Col risultato che il quartiere ha cambiato faccia, da luogo di scarsa sicurezza a luogo piacevole da vivere e condividere.

Antonella Di Lucia

Leggi anche: L’Archivio e il Sepolcreto della Ca’ Granda a Milano riaprono al pubblico

Lascia un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here