Himalaya - foto
Fonte immagine: 3bmeteo.com

«È necessario affrettarsi se si vuole vedere qualcosa, tutto scompare». Questo diceva Cezanne e questo è ciò che hanno fatto gli abitanti del Punjab (Stato situato nel nord dell’India) quando, fotocamera alla mano, hanno preso a scattar foto alle vette innevate dell’Himalaya, che dopo circa 30 anni sono tornate ad essere visibili, ad oltre 200 chilometri di distanza.

«Possiamo vedere chiaramente le montagne innevate dai nostri tetti. E non solo, di notte sono visibili le stelle. Non ho mai visto nulla di simile in questi ultimi tempi», dice l’attivista ambientalista Balbir Singh Seechewal, rendendo più comprensibile il motivo per il quale le foto dell’Himalaya hanno fatto il giro del web e riscosso così tanto entusiasmo. La visione della catena montuosa è stata resa possibile dalla drastica riduzione dell’inquinamento nel paese dovuta al lockdown, imposto per contrastare il diffondersi della pandemia da Covid-19. Diminuzioni temporanee nelle emissioni di anidride carbonica, tuttavia, non si riscontrano solo in India, ma anche in Cina, Stati Uniti, Italia, Regno Unito.

E lo stesso vale per il biossido di azoto. Il satellite Sentinel-5P dell’Agenzia spaziale europea mostra che nelle ultime sei settimane i livelli di biossido di azoto (NO2) nelle città e nei distretti industriali di Asia e Europa sono stati notevolmente inferiori rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. L’NO2, pur non rientrando nella categoria dei gas serra, proviene dalle stesse attività e dagli stessi settori industriali che sono responsabili di gran parte delle emissioni di carbonio nel mondo e che contribuiscono al riscaldamento globale.

Paul Monks, docente di inquinamento atmosferico presso l’università di Leicester, sostiene che la situazione attuale potrebbe paragonarsi a un enorme esperimento, sebbene condotto inconsapevolmente. Ciò che stiamo osservando, spiega il professore, è quello che potrebbe accadere se in futuro si riuscisse a passare ad un’economia a basse emissioni di carbonio. Perché, sia chiaro, se c’è anche una sola speranza che l’umanità – terminata questa fase d’emergenza – si ritrovi a vivere in un mondo più sano e più pulito, essa dipenderà esclusivamente dalle decisioni politiche adottate nel lungo termine, e non certo dall’impatto a breve termine provocato dal virus.

Ecco perché, se si vuole evitare che dell’Himalaya restino solo vecchie foto conservate in album polverosi (più verosimilmente in gallerie strapiene di smartphone e tablet), occorre prendere coscienza che non possiamo più permetterci di continuare a rimandare il dibattito sul clima. Occorre prendere coscienza che quella climatica è una vera e propria crisi. Tale la si deve definire e come tale la si deve affrontare. E non solo perché la pandemia sta drammaticamente dimostrando che l’inquinamento riduce la nostra capacità di resistenza alle malattie, ma soprattutto perché d’inquinamento si muore.

A dirlo è l’Organizzazione mondiale della sanità che rileva 7 milioni di decessi annui a causa dell’inquinamento atmosferico. Killer letale e silenzioso, l’inquinamento non solo cela la catena montuosa dell’Himalaya, ma mette in pericolo la sopravvivenza di ecosistemi vitali del Pianeta Terra. L’esempio più lampante è quello della foresta amazzonica, ma esso contribuisce anche allo scioglimento dei ghiacciai, il quale, conseguentemente, determina l’aumento del livello del mare, che presto finirà per sommergere piccole isole del Pacifico come Tuvalu e Kiribati.

La pandemia, tuttavia, nella sua drammatica e troppo rapida evoluzione, ci dimostra anche un’altra cosa. L’improvviso calo delle percentuali di inquinanti e le inattese sfumature turchesi assunte dal cielo del subcontinente indiano – che, stando a un rapporto sulla qualità dell’aria pubblicato nel 2019 dall’IQAir, conta 21 delle 30 città più inquinate del mondo –  sono indice incontestabile del fatto che l’inquinamento atmosferico è attribuibile principalmente all’attività antropica. Ma se l’uomo ne è la causa può diventarne anche la soluzione. In definitiva, dunque, se questa pandemia avrà risvolti positivi o negativi sull’ambiente è ancora presto per dirlo, ma una cosa è certa: che siano di un tipo oppure dell’altro, essi non dipenderanno dal virus, ma dall’umanità.

Se essa deciderà di non esercitare nessuna pressione sui governi, il mondo tornerà di sicuro a quei modelli di produzione e di consumo che hanno favorito il raggiungimento di picchi di emissioni così elevati che hanno finito col superare (neanche poi così metaforicamente) e nascondere la catena montuosa dell’Himalaya, che ospita alcune delle vette più alte del mondo. «È necessario affrettarsi se si vuole vedere qualcosa, tutto scompare»: questo diceva Cezanne. A noi non resta che decidere se affrettarci per far scomparire, o più realisticamente ridurre, l’inquinamento – rendendo quella foto dell’Himalaya la prospettiva giusta da cui immaginare il mondo post-coronavirus – o se affrettarci a scattare quante più foto possibili.

Virgilia De Cicco

Greenpeace

Virgilia De Cicco
Ecofemminista. Autocritica, tanto. Autoironica, di più. Mi piace leggere, ma non ho un genere preferito. Spazio dall'etichetta dello Svelto a Murakami, passando per S.J. Gould. Mi sto appassionando all'ecologia politica e, a quanto pare, alla scrittura. Non ho un buon senso dell'orientamento, ma mi piace pensare che "se impari la strada a memoria di certo non trovi granché. Se invece smarrisci la rotta il mondo è lì tutto per te".

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