Amazon Watch Guardiani della vita
Fonte immagine: https://rebellion.global/it/press/2020/02/06/joaquin-phoenix-xr/

“Guardiani della vita” è il primo di una serie di 12 cortometraggi relative alle problematiche ambientali che l’umanità è chiamata a risolvere nella prossima decade, a causa della crisi climatica. Il progetto di sensibilizzazione è frutto della collaborazione di varie organizzazioni, in primis Extinction Rebellion ed Amazon Watch. In “Guardiani della vita” vediamo un’equipe di medici guidata da Joaquin Phoenix e composta da Rosario Dawson, Matthew Modine, Q’orianka Kilcher, Oona Chaplin, Adria Arjona, e Albert Hammond Jr. alle prese con un paziente “al collasso”.
I disperati tentativi di salvargli la vita sembrano fallire: neanche la defibrillazione riesce a ristabilire il battito cardiaco.

Joaquin, constatata l’impossibilità di riportare in vita il paziente, si arrende. A questo punto però una donna dell’equipe, che fino a quel momento si era limitata a osservare la scena, entra in azione e pratica un massaggio cardiaco a mani nude riuscendo, solo per un attimo, a rianimare il moribondo. L’obiettivo si sposta sulle mani che la donna tiene ancora serrate sul petto, pian piano queste si schiudono. Quello che a prima vista sembra un cuore umano, si rivela essere il cuore dell’Amazzonia: il cuore verde del pianeta, in fiamme, devastato da un enorme incendio. L’inquadratura si allarga, la terra compie una rivoluzione, compare l’Australia, anch’essa, come l’Amazzonia, è in fiamme. La donna che stava per salvare la Terra si toglie la mascherin: è Q’orianka Kilcher, il suo volto è truccato al modo delle popolazioni indigene dell’Amazzonia.

Dietro ogni immagine di “Guardiani della vita” c’è un preciso significato che va ricercato in quelle che sono le missioni che XR (sigla per Extinction Rebellion) e Amazon Watch, da anni, cercano di portare a termine puntando anche sull’eco che determinate personalità possono contribuire a generare per una diffusione quanto più ampia possibile del messaggio. In effetti un numero sempre più alto di celebrità sta cominciando ad abbracciare la causa ambientalistica, su tutte si può ricordare, ad esempio, l’attrice Jane Fonda.

Tra gli altri, un nome si evidenzia su tutti, quello di Joaquin Phoenix. L’attore sostiene da anni la lotta per la difesa dell’ambiente: durante l’ultima premiazione degli Oscar, in cui ha ricevuto il premio come miglior attore protagonista per la sua interpretazione di Joker, si è espresso così al momento dei ringraziamenti: «[…] Penso che, sia che si parli di disuguaglianza di genere o di razzismo o di diritti Lgbtq+ o dei diritti degli indios o dei diritti degli animali, stiamo sempre parlando di una lotta contro l’ingiustizia. Stiamo parlando di lottare contro la convinzione che una nazione, un popolo, una razza, un genere, una specie, abbia il diritto di dominare, controllare, usare e sfruttare qualcun altro impunemente. Penso che stiamo sempre più diventando disconnessi dalla natura […] Saccheggiamo la natura e le sue risorse […] Temiamo l’idea di un cambiamento personale, perché pensiamo di dover sacrificare qualcosa, di dover rinunciare a qualcosa. Ma noi esseri umani, al nostro meglio, siamo così creativi, ingegnosi, che possiamo creare e sviluppare dei sistemi di cambiamento vantaggiosi per tutti gli esseri senzienti e per l’ambiente». Le sue parole sono legate, a doppio filo, con le prerogative delle organizzazioni che stanno dietro al progetto dei cortometraggi.

XR infatti si definisce come «un gruppo di attiviste/i che credono nell’efficacia della Nonviolenza, nelle azioni, nella comunicazione di tutti i giorni e nella necessità di unirsi per poter prosperare».
Continua: «Crediamo nella pace, nella scienza, nell’altruismo, nella condivisione di conoscenza. Nutriamo profondo rispetto per l’ecosistema nel quale viviamo. Per questo motivo impegniamo le nostre vite a diffondere un nuovo messaggio di riconciliazione, discostandoci dal separatismo e dalla competizione sulle quali la società moderna si basa; siamo i narratori di una storia più bella che appartiene a tutti noi, agiamo in nome della vita».

Diviene quindi palese come la divulgazione di cortometraggi – che abbiano come fine un monito, un grido d’allarme – sia pienamente in linea con gli strumenti che il gruppo si propone di utilizzare. Nell’epoca delle immagini è ovvio che il mezzo più adatto per una comunicazione efficace siano le immagini stesse. Non è inoltre casuale che si punti a una durata molto breve. L’estrema fluidità e velocità dei social media e dei media in generale richiede contenuti brevi, impattanti e densi di significato.

Il contenuto del corto “Guardiani della vita” rappresenta quello che è l’obiettivo primario di Amazon Watch, un’organizzazione che si batte per vedere assegnato il controllo dei territori della foresta pluviale alle popolazioni indigene, perché ne garantiscano la salvaguardia tramite una convivenza pacifica tra uomo e ambiente. Dal manifesto dell’organizzazione è possibile leggere: «Le conoscenze, le culture e le pratiche tradizionali dei nostri partner indigeni contribuiscono notevolmente alla gestione sostenibile ed equa dell’Amazzonia e di tutta la Madre Terra. Amazon Watch promuove queste soluzioni a guida indigena, come lo sviluppo verde e l’energia solare autonoma, e amplia la capacità dei leader indigeni, in particolare delle donne, di mantenere la loro autonomia e sovranità per la gestione dei loro territori ancestrali». Le politiche commerciali ed economiche che finora hanno interessato l’Amazzonia hanno arrecato danni enormi a quello che è il polmone del pianeta.

Viste le istanze che stanno dietro le immagini è quindi possibile analizzare meglio il corto “Guardiani della vita”.
Il paziente al collasso è ovviamente il pianeta Terra ma ciò che è interessante osservare è come un’equipe intera di medici specializzati, forniti di sofisticate apparecchiature e conoscenze, non riesca a risolvere la situazione, mentre una donna a mani nude sia in grado di portare quantomeno un ultimo soccorso. È significativo che questa donna sia truccata alla maniera delle popolazioni indigene. Il paziente, nella rappresentazione, non ha ricevuto in tempo il giusto soccorso: all’umanità resta pochissimo tempo per fare diversamente.
Le popolazioni indigene possono riportare a una gestione rispettosa dell’Amazzonia e di tutti gli altri territori che, fino a questo momento, sono stati sottoposti a sfruttamenti inadeguati e dannosi.

Lorenzo Lemos

Greenpeace

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