De Bruyne, data analyst
Fonte: Eurosport

I data analyst potrebbero rappresentare il futuro del calcio. Lo scorso 7 aprile il centrocampista del Manchester City Kevin De Bruyne ha ottenuto un rinnovo del suo contratto fino al 2025: la particolarità della notizia è rappresentata dal fatto che il belga non si è avvalso, come normalmente accade, dell’assistenza di un agente, bensì ha fondato le sue richieste su delle analisi tecniche condotte da un gruppo di esperti e che hanno dimostrato la sua centralità nel gioco e nel progetto della squadra inglese. Il suo esempio potrebbe essere seguito da molti altri calciatori e potrebbe portare ad un cambio radicale nel mondo del calcio.

Riuscireste ad immaginare un mondo del calcio dove l’ingaggio sia determinato unicamente da dati statistici che analizzano il rendimento – passato e potenziale/futuro – del calciatore, e non da altri fattori esterni? In altre parole, un mondo dove un calciatore riceve un certo stipendio perché nel corso degli anni ha avuto un impatto determinante sui successi della squadra di cui faceva parte e vi sono buone probabilità che continui ad averlo negli anni a venire. Il tutto però con numeri alla mano. Il tutto senza quella che a volte si rivela – soprattutto per le tasche dei calciatori – un’ingombrante figura, quella degli agenti. Insomma, niente intermediazioni, niente approcci o discorsi strategici con la società. Solo dati statistici e analisi tecniche che dimostrano l’impatto del giocatore sul rendimento collettivo della squadra.

Pioniere di quello che potrebbe essere un modello rivoluzionario è stato Kevin De Bruyne, centrocampista del Manchester City ed ex Chelsea che ormai da anni riveste un ruolo centrale nel gioco della squadra di Pep Guardiola ed il cui impatto sul rendimento e sui successi dei Citizens non può essere messo in discussione. Ebbene, il nazionale belga ha pensato bene di dimostrare – numeri alla mano – la sua importanza, presente e futura, per la squadra con il fine di ottenere un rinnovo del suo contratto a determinate cifre. In particolare, De Bruyne ha fondato le sue richieste esclusivamente su dei dati forniti da un team di data analyst appositamente assunto. Dati che hanno dimostrato ai dirigenti del Manchester City come il suo contributo alla squadra sia molto più determinante rispetto a quello di altri componenti del gruppo e di come possa risultare proficuo nel lungo termine. Inoltre, la spiccata intelligenza di De Bruyne si ricava anche dal fatto che il belga, prima di spingere per il rinnovo, ha voluto assicurarsi che il City possa avere ancora un posto di rilievo tra le altre big del calcio europeo nel corso dei prossimi anni. In altre parole, De Bruyne ha fatto anche condurre un’analisi relativa alle probabilità di successo del City nel prossimo futuro. A tal riguardo, il suo team di data analyst ha confrontato la situazione finanziaria e la strategia di crescita del Man City con quelle degli altri top club europei, giungendo alla conclusione che Manchester era il posto giusto dove continuare a giocare.

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Kevin De Bruyne con la maglia del Manchester City. Il belga, arrivato nel 2015, è alla sua sesta stagione con i Citizens.
Fonte immagine: www.101greatgoals.com

Il risultato di questa nuova strategia messa in campo da De Bruyne è stato un prolungamento del suo contratto fino al 2025 insieme ad un aumento di stipendio di circa 50.000 sterline a settimana in più rispetto al contratto precedente, per un totale di circa 24 milioni di euro all’anno. Poco male, considerando che il belga non si è dovuto sobbarcare a nessuna spesa relativa ad agenti o procuratori. Infatti, è importante notare come De Bruyne abbia sostanzialmente rinunciato alla classica figura dell’agente intermediario che filtrasse le sue richieste e approcciasse il club con un linguaggio ed una tecnica specifica. Ciò ha comportato un netto abbattimento dei costi per il gioiellino del Man City, considerando che le provvigioni degli agenti sportivi di un certo livello sono verosimilmente superiori alle cifre richieste da un team di data analyst.

Con i data analyst qual è il futuro dei procuratori?

Il paradigma inaugurato dal belga potrebbe indubbiamente avere un forte impatto sulla figura dell’agente sportivo, che finirebbe per essere fortemente ridimensionata qualora tale modello dovesse diffondersi all’interno della comunità calcistica. Sono evidenti, in effetti, i vantaggi per i calciatori. Innanzitutto, in termini di costi: un procuratore è una spesa ingente, e spesso arriva ad assorbire buona parte dell’ingaggio grazie a delle cospicue provvigioni. Si pensi che nell’ultimo anno di Premier League i club hanno sborsato più di 272 milioni di sterline in termini di compensi agli agenti dei calciatori. Inoltre, va detto che l’efficienza di un agente nella negoziazione con i club non è qualcosa di scontato, considerando che spesso le società si mostrano sorde alle richieste degli intermediari con evidenti conseguenze per i calciatori, i quali si vedono costretti a scendere a compromessi. Con il modello De Bruyne dei data analyst un calciatore godrebbe, oltre che di un notevole risparmio di costi, anche di una maggiore efficienza nell’ambito della contrattazione con il club: i numeri, a differenza delle parole dei procuratori, difficilmente possono essere contestati.

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Mino Raiola è uno degli agenti sportivi più noti nel mondo del calcio.
Fonte immagine: ilgiornale.it

Da De Bruyne verso il futuro: abbiamo un modello salariale più meritocratico?

Al di là delle possibili conseguenze sulla figura dei procuratori, i data analyst potrebbero condurre soprattutto ad una svolta nel mondo del calcio in termini di meritocrazia tra i calciatori. Grazie al loro lavoro si potrebbe puntare finalmente su un modello salariale basato esclusivamente sul merito e su analisi statistiche che dimostrino l’importanza di un giocatore in una squadra, nel breve e nel lungo periodo. In altre parole, un modello salariale che retribuisca i calciatori in maniera proporzionale alle loro performance e al loro rendimento sul campo. Questo ridurrebbe al minimo quelle discutibili situazioni di iniquità in cui giocatori con un impatto minimo sul campionato e sui successi di una squadra finiscono per avere un ingaggio di gran lunga superiore rispetto a quello di calciatori leader che ogni anno contribuiscono in maniera determinante ai risultati e al posizionamento finale della propria squadra. Un modello che, proprio per questo motivo, sarebbe di beneficio ad entrambi i protagonisti coinvolti, calciatori e club. Questi ultimi potrebbero anch’essi utilizzare il modello fondato sui report dei data analyst per rivendicare le loro richieste nei confronti degli stessi calciatori. In tal modo, le società avrebbero la possibilità di riequilibrare la propria posizione nel contesto della negoziazione con i calciatori, e soprattutto potrebbero evitare di corrispondere stipendi sproporzionati a quei giocatori che non danno un contributo sostanziale alla squadra.

Si dice che altri colleghi siano pronti a seguire il modello De Bruyne. Se la strategia dei data analyst dovesse diffondersi a macchia d’olio nei vari campionati internazionali, il mondo del calcio – e con esso quello del calciomercato – ne uscirebbe fortemente ridimensionato. I calciatori potrebbero finire sostanzialmente per rappresentarsi da soli. E ciò che è ancora più importante, la – spesso tanto criticata – retribuzione dei calciatori potrebbe finalmente rispecchiare criteri più equi e meritocratici.

Amedeo Polichetti

Greenpeace

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