Ronaldo

Un’altra rete per sancire il primo successo di questo Mondiale del suo Portogallo, la quarta dopo la straordinaria tripletta all’esordio contro la Spagna. Prima di questa edizione, le reti segnate da Cristiano Ronaldo ai Mondiali erano state solamente 3 nelle 3 edizioni disputate, numeri che probabilmente facevano storcere il naso anche allo stesso asso portoghese, che ha quindi deciso di rimediare arrivando a 4 reti in 2 partite e diventando il giocatore europeo con più reti segnate in Nazionale, superando le 84 marcature di Puskas con la rete segnata al Marocco ed avvicinando il Portogallo agli ottavi.

Dopo aver salvato il Portogallo da una clamorosa eliminazione ai gironi di Euro 2016 ed aver guidato i lusitani alla vittoria finale, Cristiano Ronaldo si sta di nuovo facendo carico del peso di un’intera Nazione e di una squadra che lo ha eletto come suo leader. Dal canto suo, CR7 sta dimostrando per l’ennesima volta di non aver accolto la pressione in maniera negativa, bensì come uno sprono a dare anche più del 100% per il suo paese, per colmare le lacune di una squadra certamente inferiore sul piano tecnico rispetto alle favorite del torneo, ma che sarebbe disposta a seguirlo fino all’inferno se solo il suo capitano ne facesse richiesta. Una dimostrazione di attaccamento al proprio leader che sembra venir fuori da uno di quei film romanzati sul calcio dove il protagonista segna al 90′ per far vincere la sua squadra, ma che effettivamente può risultare quasi commovente, se si pensa che i portoghesi hanno saputo gettare il cuore oltre l’ostacolo quando il loro capitano è stato costretto ad uscire per infortunio nella finale contro la più quotata Francia. Una fiducia che Ronaldo sta ripagando in questo girone e che non bisogna dare per scontata, in un binomio perfetto che prevede la squadra debole che segue il campione assoluto della propria nazione, come nel caso di Lionel Messi.

Cristiano Ronaldo contro la Spagna

La differenza più evidente tra l’argentino ed il portoghese, in questa rivalità nella quale li abbiamo visti superarsi e risuperarsi a più riprese, è proprio l’impatto che hanno nelle rispettive Nazionali. Dal 2014 ad oggi, Lionel Messi ha perso 3 finali con la sua Argentina, di cui due ai calci di rigore contro il Cile in due Copas América consecutive, spesso trascinando l’Albiceleste con singole prestazioni straordinarie fino alle finali, e giocando spesso ben lontano dalla porta avversaria pur di permettere alla propria squadra di salire. Stessa cosa accaduta, peraltro, nel match d’apertura di questo Mondiale contro l’Islanda, dove i giocatori spaesati cercavano il proprio capitano anche quando non dovevano, ma del quale però ci si ricorda solo il rigore parato da Halldórsson. Tutto ciò non è però mai servito a raggiungere quel titolo con la Nazionale Argentina che gli servirebbe per scrollarsi di dosso l’enorme ombra di Maradona e le aspettative di un paese che non vince un Mondiale dal 1986. Lo stesso Messi ha dimostrato di non poter essere il “man on a mission” dell’Albiceleste, quando nel 2016 annunciò di voler rinunciare alla Nazionale dopo l’ennesima delusione del Centenario, vittima della troppa pressione che il mondo calcistico ha fatto gravare sulle sue spalle, salvo poi ripensarci e riprovare la cavalcata verso il Mondiale di Russia. Ma l’Argentina si è ripresentata con tanti nomi e poca concretezza, senza un’idea di gioco e con una sola certezza: dare palla a Messi anche quando non si dovrebbe. Non bisogna però trascurare un dettaglio, ovvero che i calciatori della Nazionale non riconoscono sempre in Messi quel Leader per il quale lottare fino all’ultimo minuto. La pessima prestazione dell’Albiceleste contro l’Islanda è soltanto la punta dell’Iceberg di un problema al quale nemmeno l’immenso talento di Messi può porre rimedio, perché il talento agli argentini certamente non manca, ma la scarsa attitudine a far gruppo è quanto di più deleterio ci possa essere in una Nazionale. E nella maggior parte dei casi, Messi diventa quasi un fattore negativo per l’Argentina, quando si vedono gli esterni cercare il cross dal fondo per la Pulce o quando viene servito in mezzo ad una gabbia di difensori se la palla scotta. Messi è Mr. Wolf nella testa dei suoi compagni, non è Massimo X Meridio. Ed anche se suonasse la carica con tutte le sue forze non è riconosciuto come leader per gli argentini, non è Cristiano Ronaldo e non è Maradona nel 1986, e questa mancanza di rispetto è forse il problema più grande dell’Albiceleste.

Ronaldo è, invece, il faro che guida un Portogallo che senza di lui si ritroverebbe perso in acque sconosciute. Rende i compagni migliori tramite la sua guida e la sua leadership e si mette a disposizione come finalizzatore di ogni trama di gioco che gli altri componenti tessono per lui, come nel caso dello schema contro il Marocco: lui poi ringrazia inventandosi reti come la punizione del 3-3 contro i cugini spagnoli. E così, il marcatore più prolifico della storia del calcio è anche il calciatore più umile quando si tratta di vestire la maglia della Seleçao das Quinas, ed a 33 anni sembra addirittura più forte e più in forma di quanto non fosse all’epoca del suo trasferimento a Madrid. Ora basta un punto contro l’Iran per arrivare agli ottavi e tentare un’improbabile (ma non impossibile) corsa al primo titolo mondiale per il Portogallo, mai andato oltre il terzo posto del 1966, quando Eusébio guidò i suoi nel mondiale inglese superando ai gironi anche il Brasile di Pelé. Un altro record da superare, quindi, per Cristiano Ronaldo, per il leader, per il calciatore più competitivo dell’epoca moderna, che di smettere di vincere proprio non ne vuol sapere.

Andrea Esposito

fonte immagine in evidenza: calcioline.com

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