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Fonte immagine: teknoring.com

Il 7 luglio scorso il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto semplificazione, che ha ufficialmente aperto il Programma nazionale di riforma per far ripartire l’economia italiana dopo l’emergenza coronavirus. Il decreto è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 16 luglio scorso, ed il passaggio parlamentare per la conversione in legge è previsto per metà settembre. Fra i punti più discussi tra le forze politiche ci sono le deroghe alla disciplina sugli appalti, per garantire delle procedure più celeri e semplificate. Tuttavia, queste potrebbero rappresentare un’occasione di guadagno per le mafie.

Sul sito del Governo si legge che la normativa emergenziale e transitoria del decreto semplificazione ha il fine di «incentivare gli investimenti nel settore delle infrastrutture e dei servizi». In particolare fino al 31 luglio 2021, le pubbliche amministrazioni (Stato, Comuni, Regioni, aziende sanitarie, etc.) potranno usare due procedure. Una prima che prevede l’affidamento diretto di appalti con valore inferiore a 150.000 euro; una seconda procedura negoziata per tutti gli appalti di valore pari o superiore a 150.000 euro e fino a un tetto di 5 milioni di euro. In entrambe le ipotesi, insomma, l’amministrazione non è tenuta a bandire una gara d’appalto, e nel secondo caso essa consulterà preventivamente un numero di operatori «variabile sulla base dell’importo complessivo».

Meno bandi, meno trasparenza e più soldi alle mafie

La presenza di un bando negli appalti pubblici è, anzitutto, garanzia di trasparenza. Con esso l’amministrazione comunica a tutti gli operatori economici che intende acquistare un bene o un servizio o realizzare un’opera. Di conseguenza viene garantita un’ampia partecipazione di imprenditori e società che hanno le competenze tecniche per fornire all’amministrazione ciò che cerca. Questo favorisce al massimo la concorrenza tra operatori, ma anche una maggiore probabilità che l’amministrazione faccia la scelta migliore. Una seconda funzione del bando – e in generale dell’intera normativa sugli appalti – è quella di vigilare sull’attività amministrativa; in sostanza, i cittadini e i partecipanti alla procedura possono conoscere come vengono spesi i soldi pubblici e per quale finalità di pubblico interesse sono investiti. È evidente allora che ogni qualvolta siano introdotte delle deroghe alla disciplina ordinaria in materia d’appalti, si assiste a una minore trasparenza delle procedure che segue l’amministrazione.

Ma è un dato di fatto che dove ci sono meno controlli le mafie trovano terreno fertile. Ed è altrettanto conclamato il loro interesse privilegiato per gli appalti pubblici, specie in momenti di crisi economica. Da ultimo l’allarme è stato lanciato dall’associazione Libera e la rete GiustaItalia, che vedono nelle norme del decreto semplificazione un notevole rischio criminogeno e un indebolimento dei controlli e delle responsabilità.

Specie per quanto riguarda i contratti d’appalto al di sotto dei 150.000 euro – i più diffusi e di solito stipulati dagli enti locali – il rischio che le amministrazioni entrino in contatto con imprese colluse con le varie mafie è molto alto, con un inevitabile rafforzamento del controllo economico del territorio. Per questi tipi di appalti poi è maggiore il rischio che i funzionari pubblici, poco professionalizzati e a stretto contatto con le realtà locali, subiscano pressioni esterne e cedano a pratiche corruttive. In più, il decreto semplificazione ha previsto che l’amministratore risponda per danno erariale solo per dolo in caso di condotte attive. L’effetto è quello di deresponsabilizzare il funzionario, rendendogli più appetibile accettare denaro o altre utilità per favorire l’imprenditore colluso.

In ogni crisi un’occasione

Del resto le mafie e, in generale, le organizzazioni criminali hanno una notevole capacità di seguire gli andamenti del mercato e diversificare i propri investimenti. Come fatto notare in un recente studio dell’UNODC (United Nations Office on Drugs and Crime) che analizza l’impatto della Covid-19 sul crimine organizzato, durante la pandemia queste organizzazioni non hanno potuto contare su un sufficiente flusso di entrate proveniente dalle attività illecite tradizionali (traffico di droga e armi), a causa della limitazione della circolazione a livello mondiale. Tuttavia esse hanno approfittato dell’emergenza per penetrare anche nel settore sanitario, in forte domanda, imbastendo un mercato online di mascherine, gel e prodotti sanitari. In una recente maxi-operazione, l’Interpol ha sequestrato 4 milioni di dispositivi, interrompendo il commercio di 37 organizzazioni criminali.

Il decreto semplificazione potrebbe dunque rappresentare un “liberi tutti” per le mafie, complice la forte iniezione di liquidità che il Governo sta mettendo in campo per uscire dalla crisi economica. Sempre stando allo studio dell’UNODC, è verosimile che il crimine organizzato sfrutti al massimo le occasioni di appalto in attività quali lo smaltimento dei rifiuti, la riqualificazione e il potenziamento degli ospedali, la fornitura di attrezzature medico-sanitarie. Bisogna inoltre considerare che nel settore degli appalti ci sarà una minore offerta: molte imprese sono in crisi o già fallite, mentre le mafie non hanno problemi di liquidità.

Il vizio italiano di “semplificare” negli appalti

La disciplina degli appalti in Italia è un eterno cantiere: poste le regole, queste vengono costantemente ritoccate in nome di una presunta semplificazione amministrativa. Tralasciando la cronistoria della legislazione in materia (il numero di atti normativi è notevole), il nuovo Codice che li regola, entrato in vigore nel 2016, è stato profondamente modificato una prima volta nel 2017 e una seconda nel 2019 col decreto sblocca-cantieri. Queste modifiche sono state introdotte per derogare a una disciplina ordinaria che dai Governi degli ultimi quattro anni è stata considerata piena di controlli, poco chiara e lenta.

Così, ad esempio, se nell’impianto originario del Codice l’ANAC (Autorità Nazionale Anticorruzione) aveva forti poteri di vigilanza e controllo sugli appalti, ma anche di segnalazione e addirittura normativi (a questa era stata affidata l’attuazione del Codice con l’emanazione di proprie “linee guida”), col decreto sblocca-cantieri queste prerogative sono state smantellate per velocizzare e sburocratizzare le procedure. Il decreto semplificazione ancora una volta sacrifica la trasparenza in nome di una presunta, più agevole ripartenza dell’economia.

In Italia, dove i controlli sono ritenuti un ostacolo e le eccezioni la norma, la vigilanza è necessaria proprio in momenti di crisi economica, per evitare che la spesa pubblica vada a foraggiare le mafie. Le situazioni emergenziali passate e, in generale, tutti quei momenti di lauti investimenti pubblici in appalti dovrebbero insegnare qualcosa. I casi non sono isolati: la ricostruzione post terremoto in Irpinia e più recentemente a L’Aquila, la vicenda dell’Expo, del Mose a Venezia, dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria. Se così stanno le cose, per quanto ancora si deve fingere che la semplificazione sia la strada giusta?

Raffaella Tallarico

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