via Pexels

13 ottobre 2022. Si dà il via alla XIX legislatura della Repubblica Italiana con l’elezione del Presidente del Senato. Nello stesso giorno, vengono presentate più di 500 proposte di legge che toccano i temi più disparati. Chi ha presentato proposte di legge volte alla legalizzazione della cannabis (e chi, ovviamente, vuole affossare qualsiasi tentativo di apertura all’argomento), chi si è concentrato sulle tematiche concernenti la scuola e l’università, chi, invece, ha prospettato l’istituzione di nuove Giornate nazionali. Senza lasciare un minimo margine di dubbio, anche Maurizio Gasparri non ha sprecato tempo nel presentare, ancora una volta, una proposta di legge che vorrebbe smantellare le già traballanti normative in materia di aborto in Italia.

Non è la prima volta che Maurizio Gasparri, senatore e deputato di Forza Italia, mette sul banco proposte di legge volte a “tutelare la vita umana”, e nonostante i ripetuti affossamenti ritorna all’attacco proprio il primo giorno in cui si inizia a lavorare a una nuova legislatura. Più precisamente, la proposta di legge in questione chiede “il riconoscimento della capacità giuridica del concepito”. Ad oggi, il codice civile italiano riconosce i diritti a favore del concepito in subordinazione all’evento della nascita; pertanto, in quest’ottica l’aborto è da considerarsi un reato, in quanto chi lo pratica sta effettivamente uccidendo una persona riportando in auge un dibattito secolare che riguarda proprio il riconoscimento giuridico del feto.

Inoltre, la proposta di legge prevede anche l’istituzione della Giornata della vita nascente e l’introduzione del reato di ricorso alla surrogazione di maternità all’estero.

L’elemento, tra i tanti, che genera inquietudine è la constatazione che quello appena formatosi è un governo di centrodestra che potrebbe valutare questo provvedimento in modo decisamente più rigoroso. D’altronde, non si tratta mica di una novità: è di qualche mese fa la notizia del ribaltamento della Roe v. Wade, legge che garantiva il diritto all’aborto a livello federale proprio nel paese più avanguardista e progressista dall’alba dei tempi e nei tempi, amen.

Non meraviglia, sfortunatamente, nemmeno questa mossa gasparriana all’alba del nuovo governo: se ne avvertiva già un presentimento dopo la sensazione di amaro in bocca e i brividi suscitati dopo le parole di Giorgia Meloni, che nel corso della campagna elettorale ha sostenuto di non voler abolire la legge 194, bensì di volerla “applicare pienamente” rivendicando il sacrosanto “diritto delle donne a non abortire”. Della problematicità intrinseca di questa retorica spiccia si potrebbe parlare all’infinito, anche se probabilmente parla da sé, e oltre a non aver rassicurato per niente chi il diritto all’aborto in Italia lo sostiene e lo rivendica in modo inalienabile, pone l’attenzione su una legge che conserva al suo interno non poche zone d’ombra.

Di seguito il primo articolo della legge 194:

L. 22 maggio 1978, n. 194

Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza.

1.

 Lo  Stato  garantisce  il  diritto  alla  procreazione  cosciente e responsabile,  riconosce  il valore sociale della maternita' e tutela la vita umana dal suo inizio.   L'interruzione  volontaria  della  gravidanza, di cui alla presente legge, non e' mezzo per il controllo delle nascite.   Lo  Stato,  le regioni e gli enti locali, nell'ambito delle proprie funzioni   e   competenze,   promuovono   e   sviluppano   i  servizi socio-sanitari,  nonche'  altre iniziative necessarie per evitare che l'aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite.
(via Gazzetta ufficiale della Repubblica Italiana Gazzetta Ufficiale)

Non bisogna necessariamente essere esperti di diritto per rendersi conto che la costruzione della legge 194, emanata nel 1978, si fonda su delle basi piuttosto fragili, pronte a cadere rovinosamente. Chiaramente, la modifica strutturale di un testo di legge è un percorso ostico e non immediato, ma quello che desta preoccupazione da un lato, e, al contrario, giubilo e soddisfazione per gli antiabortisti, sono proprio la marea di infiltrazioni che possono intaccare e far evaporare un diritto già mal esplicitato – e mal tutelato – da una legge.

Corsi e ricorsi storici: sembra che ancora, la storia delle donne e della sessualità non abbia insegnato niente, o ben poco, ai molti. Ancora una volta, gli uomini discutono a spada tratta su un diritto che di fatto non gli appartiene. Il corpo delle donne, ancora una volta, attraverso i secoli è un campo di battaglia che non ci appartiene: non è mai affar nostro occuparcene, discorrerne, osservarne i cambiamenti e produrre delle leggi, ma si trasforma sempre in una questione collettiva e inevitabilmente marchiata dallo sputo di un maschio che ne sa sempre più di noi.

Giorgia Pizzillo

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui