Simeone Atletico

Ventiquattro milioni.
Sono i soldi che annualmente l’Atletico Madrid verserà nelle tasche di Diego Simeone e che lo faranno diventare, conti alla mano, il tecnico più pagato al mondo. Più di Mourinho e Guardiola, da sempre effigi di lusso in termini di allenatori. E chi versa questi soldi? Non il Real Madrid o il Barcelona, ma l’Atletico, storicamente i cugini poveri dei blancos, la squadra biancorossa che a inizio duemila era in seria crisi finanziara e comprava il 50% dei calciatori con l’ausilio di fondi di dubbia legalità ed etica, mentre ora ha la forza di permettersi l’allenatore più costoso al mondo.

Come è potuto succedere questo? Follia? Riconoscimento di un lavoro straordinario per un il tecnico che ha portato ai colchoneros sette trofei da quando ha iniziato la sua avventura nel dicembre 2011?
Sicuramente un segnale di forza. La volontà di comunicare il salto di qualità fatto in ambito sportivo e commerciale. Un simbolo. Enrique Cerezo e co. hanno voluto omaggiare il loro condottiero costruendogli una piramide come si faceva con i faraoni. La maestosità delle piramidi doveva, infatti, impressionare le misere e piccole creature umane, così come fa oggi il contratto monstre di Simeone. Un messaggio di gratitudine non solo indirizzato al proprio tecnico, ma anche a tutti gli altri interlocutori: il rinnovo a quelle cifre è una bandierina di conquista infilzata – non sulla luna – ma nel calcio dei grandissimi, che lascia i colchoneros liberi di danzare con le grandi di Spagna e d’Europa, non solo sul campo (sempre fatto nel ruolo eroico di outsider o sfavorito) ma anche in ambito commerciale, convinzione suffragata anche dalla vittoria schiacciante contro la Juventus di qualche giorno fa – a detta di molti una delle favorite per la vittoria finale in Champions. 
Finalmente i giganti del calcio li si guarda in faccia, magari sulle punte, alzando un po’ il mento, ma pur sempre in faccia.

Simeone Atletico

Com’è riuscito l’Atletico a fare tutto questo? Le paroline d’ordine sono in realtà tre: Doyen, Azerbaijan, Wanda.

La prima, il Doyen sports investments,una collaborazione già conclusa per l’intervento della FIFA, ma che ha avuto un ruolo chiave nel rilancio madridista. Quando la situazione tra i fondi e i club di calcio non era regolamentata, infatti, la sinergia tra il Doyen e l’Atletico Madrid ha permesso al club di disporre di soldi freschi da investire in calciatori promettenti per poi dividere le plusvalenze a cessioni fatte. Una collaborazione chiaramente che sarebbe naufragata, o comunque non sarebbe stata così fruttifera, se dietro non ci fosse stato tutto un valore di scouting e valorizzazione operato da Simeone. Il tutto portato a cottura con un pizzico di fortuna e – diciamolo – anche di cecità da parte delle istituzioni sportive.

Chiuso coercitivamente il capitolo Doyen, il management dell’Atletico Madrid ha capito che non poteva rimanere al palo, i suoi sogni erano troppo grandi per rimanere confinati nella sporadicità della storia. Bisognava quindi battere nuovi mercati. All’inizio si pensava opportunamente in piccolo, anche perché attirare investitori in realtà storicizzate ma comunque con grande margine di rischio non è mai semplice. E allora ecco l’idea: la sponsorizzazione con l’Azerbaijan. Una partnership che fruttò bei soldi (cifre intorno ai quindici milioni l’anno) ma che anche qui causò diverse polemiche: gli azeri erano conosciuti come una delle nazioni colpevoli di numerose violazioni ai diritti umani e utilizzarono proprio il marchio dell’Atletico Madrid per riabilitare la propria immagine dal punto di vista turistico.

Da lì per l’Atletico Madrid iniziano i successi sportivi, i campioni si consacrano e arrivano le finali di Champions League. In quel momento si prende consapevolezza del fatto che qualcosa di grande sta nascendo. Si sta affermando. L’idea che le intrusioni in certi palcoscenici non siano casuali. Non lo saranno. E lo annusano anche gli incravattatissimi, serissimi, potentissimi cinesi del gruppo Wanda, che diventa socio di minoranza nel 2015. Un gruppo che ha proceduto da subito alla costruzione del nuovo stadio (il Wanda Metropolitano, ndr) quasi in silenzio, senza tutte quelle otturazioni polemiche, i rallentamenti burocratici, le intercessioni criminali come siamo abituati in Italia. Il gruppo ha offerto liquidità e sostegno economico (in termini di impianti, mercato) per i sogni a tinte biancorosse, in cambio di un ruolo da co-protagonista nella crescita globale del calcio, del marchio Atletico e dello sviluppo del calcio cinese usando proprio i colchoneros come base (si parla di ottanta giovani talenti cinesi smistati in tutte le giovanili spagnole e la presenza al tavolo delle decisioni per i Mondiali 2030).

L’Atletico Madrid, insomma, ha creato un gran baccano ai piani alti, si è insinuata nel privè delle grandissime proponendo un prototipo di società 2.0 con un fatturato che è quasi raddoppiato negli ultimi tre anni (si è passati da un fatturato di 187.1 milioni nel 2015, a uno di 304.3 nel 2018, dati Deloitte).
Da lì il cambiamento di stile, i soldi veri. E infine, ma non ultimo, il
coup de théâtre: Simeone rinnova a cifre astronomiche. Prima, però, il tecnico argentino giura amore all’Inter e fa come la ragazza che ci piace: dice che uscirà con te, ammicca, ma poi… niente. Il giorno dopo la trovi su Instagram che limona con un altro. In questo caso Simeone appare con la sciarpa dell’Atletico e la firma sul contratto con cifre da capogiro.

Il Cholo è l’allenatore più pagato al mondo. Ma l’Atletico Madrid è uno dei case study più meritevoli d’attenzione del calcio contemporaneo.

Enrico Ciccarelli