Governo Draghi
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Il progressivo svuotamento della nostra democrazia nella forma datale dai partiti e disegnata dalla Costituzione è un processo che dura da più di tre decenni, almeno nelle sue manifestazioni più eclatanti. È indubbio, però, che l’esperienza del governo Draghi abbia rappresentato un salto di qualità nell’attacco a ciò che di essa era sopravvissuto.

Infatti, laddove l’esecutivo ha avviato un allentamento delle misure di contenimento dei contagi, si è comunque continuato a mantenere un rapporto ampiamente squilibrato a sfavore del Parlamento e della sua funzione legislativa con un ricorso a decreti-legge, disegni di legge di iniziativa governativa e apposizioni di questioni di fiducia senza precedenti nella nostra storia repubblicana per frequenza e intensità. Una situazione, questa, gravemente acuita dallo scoppio della guerra in Ucraina, per la quale si è assistito a una violazione dell’articolo 11 della Costituzione e in cui le Camere non hanno fatto altro che ratificare decisioni prese in altre sedi, anche internazionali, che poco hanno a che fare con la “pace e la giustizia tra le Nazioni”. E, nonostante ciò, il plauso inquietante della maggioranza di deputati e senatori è stato continuo per oltre quattro mesi. Non si può dimenticare, inoltre, il fatto che sempre il Parlamento ha avuto a disposizione pochissime ore per studiare e discutere la versione del PNRR da inviare alla Commissione Europea.

Per di più, non soltanto nei fatti, ma anche nelle sue dichiarazioni Mario Draghi ha assunto toni sprezzanti nei confronti delle Camere e in aperto contrasto con lo spirito della Carta. Ricordiamo, a titolo puramente esemplificativo, l’anomala “autocandidatura” alla Presidenza della Repubblica, le numerose dichiarazioni in favore di una riforma del nostro assetto istituzionale in senso presidenzialista o la risposta – riferita tramite il ministro Amendola – a chi auspicava un maggior coinvolgimento del Parlamento nelle questioni di politica internazionale: il governo non può “stare sotto tutela”.

Il discorso del Presidente Draghi dello scorso mercoledì, dunque, non ha rappresentato un’eccezione in questo contesto: gli appelli alla necessità del sostegno del maggior numero possibile di forze parlamentari e di “un Governo che sia davvero forte e coeso” con “un Parlamento che lo accompagni con convinzione” sono state la richiesta esplicita di un mandato in bianco all’esecutivo e di una sospensione totale, almeno fino a fine legislatura, della dialettica politica. È grave che un uomo a cui viene riconosciuta una notevole statura intellettuale chieda la fiducia alle Camere ricorrendo a queste parole (da questo punto di vista, il valore della parziale smentita del pomeriggio è risibile); così come è altrettanto grave che la maggior parte delle forze parlamentari non abbia mostrato il minimo segno di sconcerto davanti a una tale posizione.

Non meno stravagante, poi, è stata la chiusura dell’intervento: “Siamo qui, in quest’aula, oggi, a questo punto della discussione, perché e solo perché gli italiani lo hanno chiesto. Questa risposta a queste domande non la dovete dare a me, ma la dovete dare a tutti gli italiani”. Insomma, sono stati posti i partiti con le spalle al muro davanti al ricatto dell’opinione pubblica e si è data per scontata un’investitura popolare del Capo del Governo, che però non è contemplata dalla nostra Costituzione.

Al momento è difficile prevedere come evolverà la situazione. Di sicuro però, negli ultimi decenni, ogni colpo inferto al delicato equilibrio di poteri disegnato dalla nostra Carta ha aperto fratture mai più risanate. Dunque, è molto probabile che ricorderemo le parole del Presidente del Consiglio, con i loro toni intimidatori, come una nuova legittimazione del protagonismo ipertrofico dell’esecutivo, e dunque come un ulteriore passo nel logoramento di quel principio di rappresentanza e di quella forma parlamentare che sono il cuore della democrazia costituzionale.

Napoli, 22/07/2022

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