L'archivio della coscienza
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L’archivio della coscienza di Benedetto Scampone è un thriller avvincente in cui si narra di una serie di efferati omicidi in una Roma che si tinge di rosso. Il rosso del sangue ma anche quello dell’ira: il killer è infatti ossessionato da una vendetta che deve assolutamente portare a termine, e questo scopo lo ha reso folle ma anche maniacalmente organizzato. Lo incontriamo in apertura del romanzo intento a contemplare la scena del crimine e soprattutto il cadavere della sua vittima, una giovane donna, il primo gradino verso il suo spietato proposito.

La copertina del thriller di Scampone

Questo omicidio sarà solo il preludio di una serie di uccisioni simboliche, organizzate in modo da mandare un messaggio al vero obiettivo della sua vendetta. Questo killer assetato di sangue – che l’autore descrive con maestria, costruendo intorno a lui un’atmosfera satura di inquietudine – si comporta in modo decisamente creativo nei luoghi dell’abbandono dei cadaveri. Egli realizza infatti dei tableaux vivants con le sue vittime: le mette in posa come i soggetti femminili dei quadri di Vincent Van Gogh, con l’aggiunta di piccoli, macabri particolari. La prima vittima ha infatti le labbra incollate e all’interno della bocca viene trovato un foglio, una pagina strappata da una raccolta di poesie di Catullo, con su scritta la frase “memento mori”. Durante l’autopsia si scopre inoltre che il killer ha scritto sul cadavere il numero 1/5, con un inchiostro reagente alla luce blu al neon. È quindi chiaro che nella mente dell’omicida ci siano cinque vittime designate e, una volta scoperto il secondo cadavere, non si può non trattare questo assassino come un serial killer: il primo della storia di Roma.

A capo delle indagini c’è il Comandante della sezione Anticrimine Michele Pisano, un uomo burbero ma buono, ormai stanco di tanto dolore e violenza; “Ogni suo trionfo era legato ineluttabilmente a una tragedia”, si dice nel romanzo, ed effettivamente è dura festeggiare la chiusura di un caso, quando per arrivare alla sua risoluzione si è dovuto avere a che fare con la morte. E questa vicenda preoccupa non poco il Comandante, specialmente dopo aver ricevuto la notizia di trovarsi di fronte a un omicida seriale. A affiancarlo Pisano ne L’archivio della coscienza ci sono il criminologo Alessandro Scantini e il medico legale Maela Mannini; insieme si addentreranno nella foresta oscura della vendetta e del rimorso, e dovranno fare i conti non solo con il serial killer ma anche e soprattutto con il loro travagliato e controverso passato.

L’autore de L’archivio della coscienza

Benedetto Scampone (Roma, 1979) ha lavorato a lungo nell’ambito amministrativo rivestendo ruoli manageriali, fino ad approdare, circa cinque anni fa, nel mondo del Ministero della Pubblica Istruzione. Trasferitosi a Bracciano, una cittadina lacustre con paesaggi ameni e pittoreschi, ha trovato la giusta ispirazione per scrivere la sua prima opera, il thriller L’archivio della coscienza (Gruppo Albatros Il Filo, 2019).

Di seguito una breve intervista.

A che genere letterario appartiene il tuo romanzo L’archivio della coscienza, e com’è nata l’idea alla base dell’opera?

«L’archivio della coscienza è un thriller psicologico. La sua storia nella mia testa nasce fuori da un ristorante. O meglio è lì che viene perfezionata. Nella mia mente avevo alcune idee e dopo qualche birra decisi di parlarne con la mia compagna. Così in auto, nel parcheggio del ristorante e con l’ausilio e i il sostegno della mia compagna prende vita la trama del mio romanzo.» 

Vorresti descriverci L’archivio della coscienza con tre aggettivi? A che tipo di lettore si rivolge?

«Per rispondere a questa domanda utilizzerò alcuni degli aggettivi con cui lettori e blogger lo hanno definito: Travolgente, emozionante, realistico. Ho cercato di creare un’opera adatta a qualsiasi tipo di pubblico e non necessariamente solo agli amanti del genere giallo. Non è violento e la sua forza sta nell’articolata storia presente e passata dei protagonisti nella quale si intrecciano amori, misteri e colpi di scena.»

Recensione e intervista a cura dell’Ufficio stampa Il Taccuino

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