Violenza di genere. Il caso del Mostro di Modena. Credits: Pixabay

In un mondo tutt’altro che idilliaco, la violenza ha assunto un ruolo sempre più rilevante nella vita di tutti i giorni, manifestandosi in ogni sua declinazione: quella fisica, brutale e immediata, ma anche quella più silenziosa, fatta di indifferenza, pregiudizio e rimozione. La violenza contro le donne, in particolare, è diventata così radicata da richiedere addirittura una giornata interamente dedicata alla sua denuncia. E ogni 25 novembre ricordiamo quante vite vengono spezzate non solo da un aggressore, ma anche da una società che non ascolta, non vede, non protegge. È in questa zona d’ombra che si collocano le vittime del cosiddetto Mostro di Modena: giovani donne uccise tra gli anni Ottanta e Novanta che, oltre alla violenza dei loro assassinii, hanno subito quella dell’oblio, della marginalizzazione, della scarsa attenzione mediatica e investigativa, in quanto considerate persone “minori”. La loro storia — vite cancellate troppo presto — si intreccia con una vicenda giudiziaria ancora irrisolta, segnata da indagini deboli, piste lasciate cadere e una giustizia che, a quarant’anni di distanza, non è ancora arrivata.

Un serial killer senza nome – e vittime senza giustizia

Tra il 1985 e il 1995, almeno otto donne furono brutalmente uccise nella provincia di Modena, in circostanze inquietanti che, col tempo, fecero ipotizzare l’esistenza di un serial killer noto come il Mostro di Modena.

Giovanna Marchetti, Donatella Guerra, Marina Balboni, Claudia Santachiara, Fabiana Zuccarini, Anna Bruzzese, Anna Maria Palermo e Monica Abate sono le otto vittime accertate dell’assassino senza volto.

La serie di femminicidi comincia il 21 agosto 1985, quando viene trovato vicino a una fornace abbandonata a Baggiovara il corpo senza vita di Giovanna Marchetti, 19 anni: il suo assassino le aveva fracassato il cranio con una grossa pietra. La seconda vittima, per modalità e tracce compatibili, è Donatella Guerra, 22 anni, uccisa il 12 settembre 1987 in una cava nei pressi di San Damaso con due coltellate, una al cuore e una alla gola. Pochi mesi dopo, in un fossato a Gargallo, viene rinvenuto il corpo di Marina Balboni, 21 anni: strangolata con il proprio foulard. Il 30 maggio 1989 muore Claudia Santachiara, strangolata con un cappio dopo aver tentato disperatamente di difendersi. L’8 marzo 1990 viene trovato a Staggia il corpo di Fabiana Zuccarini, 21 anni, anch’essa strangolata. Segue Anna Bruzzese (talvolta indicata come “Anna Abbruzzese”), uccisa attorno al 4 febbraio 1992 e ritrovata in un fosso. Il 26 gennaio 1994 è la volta di Anna Maria Palermo, 20 anni, colpita da circa dodici coltellate al petto e abbandonata in un canale a Corlo. L’ultima vittima accertata è Monica Abate, 31 anni, trovata morta nel suo appartamento il 3 gennaio 1995: inizialmente si parlò di overdose, ma l’autopsia rivelò lo strangolamento e sotto le sue unghie furono trovati frammenti di pelle.

Secondo alcune ricostruzioni, la lista potrebbe non essersi fermata qui. Anche se non vi sono conferme ufficiali, altre due donne potrebbero essere state nel mirino del killer: Filomena Gnasso, trovata morta il 15 novembre 1983 con cinque coltellate, e Antonietta Sottosanti, rinvenuta il 13 ottobre 1990 dopo un incendio doloso, soffocata con una calza di nylon.

Il Mostro di Modena. Credits: corrieredimaremma.it

Queste otto — o possibili dieci — donne furono vittime di violenze fisiche, sessuali e psicologiche, fino ad essere private della propria vita. Furono uccise brutalmente e, come se non bastasse, furono relegate ai margini della società in quanto provenienti da ambienti considerati “inferiori”, poiché lavoravano nell’ambito della prostituzione e facevano uso di droghe. L’opinione pubblica dell’epoca, parte della stampa e talvolta anche delle forze dell’ordine sembrarono liquidarle come “problemi di strada”: tossicodipendenti, prostitute, vite invisibili o addirittura un peso. La fretta nel chiudere le indagini, il mancato approfondimento di tracce decisive (impronte, pneumatici, profili comportamentali), la lentezza nel collegare i delitti dimostrano quanto, anche istituzionalmente, la loro esistenza fosse considerata di “secondo livello”. Inoltre, la difficoltà nel reperire informazioni certe su crimini di oltre quarant’anni fa denota ulteriormente la superficialità con cui furono portate avanti le indagini.

Memoria e giustizia: una responsabilità collettiva

A oltre quarant’anni dal primo delitto, queste donne non hanno ancora ottenuto una verità definitiva. Le famiglie chiedono che la memoria non si affievolisca, che la coscienza pubblica si risvegli. A più riprese è stato chiesto di riaprire il caso attraverso petizioni che raccolgono firme, soprattutto da parte di associazioni impegnate nella lotta alla violenza di genere. In particolare, lo scorso giugno la famiglia di Anna Maria Palermo ha chiesto ulteriori accertamenti: sono riemersi reperti mai analizzati, come siringhe con tracce di sangue e un fazzoletto con rossetto. La tecnologia moderna potrebbe finalmente fare ciò che l’indagine dell’epoca non fu in grado — o non volle — fare: ricostruire la verità attraverso analisi del dna, banche dati genetiche, metodologie più sofisticate di quelle disponibili negli anni Ottanta e Novanta.

Il caso del Mostro di Modena ci ricorda quanto la società possa essere complice di una seconda, sotterranea violenza: quella del disprezzo, della dimenticanza, del rifiuto di considerare certe esistenze “degne” tanto quanto altre. Se la giustizia tarda ad arrivare, allora la memoria deve restare viva. Ogni persona, anche la più fragile, ha il diritto di essere vista, ricordata, protetta e di avere giustizia. Nessuna vita è — o dovrebbe essere — “di serie B”.

Nunzia Tortorella

Nunzia Tortorella
Avida lettrice fin dalla tenera età e appassionata di ogni manifestazione artistica. Ho studiato Letterature e culture comparate all'università di Napoli L'Orientale, scegliendo come lingue di studio il tedesco e il russo, con lo scopo di ampliare il mio bagaglio di conoscenze e i miei orizzonti attraverso l'incontro di culture diverse. Crescendo, ho fatto della scrittura il mio jet privato.

2 Commenti

  1. Grazie a questa scrittrice che ha fatto si che qualcuno possa ricordare queste giovane vittime. Forse così si potrà risvegliare l’attenzione mediatica. Con la tecnologia di oggi si potrebbe arrivare ha dare una risposta a questi genitori che da anni attendono giustizia e dare pace a queste giovani donne.

  2. Ricordo benissimo quegli omicidi e ricordo Fabiana, ragazzina di Pavullo , e ricordo quanta sofferenza per i sui genitori. Le indagini furono sommarie, inadeguate e frettolose.
    Com’è possibile ?
    Almeno dieci ragazze uccise dallo stesso assassino .
    Altro mostro come quello di Firenze , casi irrisolti e come diceva Lubrano : la domanda sorge spontanea ” ma credete veramente che siano stati i compagni di merenda ? “

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