Mentre gli incoraggianti risultati raccolti nell’ultimo periodo di campionato fanno sperare in una partecipazione alla prossima edizione della Champions League, il futuro finanziario del Milan è appeso ad un filo. Un vero e proprio terremoto si è scatenato nei giorni scorsi quando dalle pagine del Corriere della Sera, nell’ambito di una oramai datata inchiesta sulle irregolarità ed incertezze legate alle operazioni di vendita del Milan, è emersa la notizia del fallimento, dichiarato dal Tribunale di Shenzen, della Società Jie Ande, amministrata dal presidente del Milan, Yonghong Li, che nell’aprile dello scorso anno, tra lo stupore generale, concluse l’acquisto del club versando alla Fininvest un totale di 740 milioni di euro. La Jie Ande è una holding che detiene una partecipazione dell’11% di un’altra società cinese quotata in borsa, la Zhuhai Zhongfu, e che rappresenta, insieme a delle fantomatiche miniere d’oro e ad una serie di fondi offshore, uno dei principali asset finanziari di Yonghong Li che gli hanno permesso l’acquisto di uno dei club più titolati al mondo.

La ragione della sentenza di fallimento è da individuarsi nella irreversibile situazione di insolvenza in cui è venuta a trovarsi la società a causa di ingenti debiti nei confronti di due istituti bancari cinesi, che, infatti, hanno chiesto ed ottenuto il fallimento, grazie al quale potranno finalmente soddisfare i crediti vantati. Come? Questa è la principale preoccupazione dell’entourage milanista, dal momento che non è ancora chiaro fino a che punto ed in che misura i creditori cinesi, i cui interessi sono adesso rappresentati da un commissario nominato dal Tribunale, possano aggredire il patrimonio di un debitore insolvente in base alle proprie norme di diritto fallimentare.

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Quel che è chiaro è che questa situazione potrebbe avere delle serie ripercussioni sul futuro, finanziario e non, del club rossonero. Come è noto, parte dei 740 milioni per l’acquisto del Milan (303 milioni) fu finanziata da un fondo americano, Elliott, il quale, a garanzia del prestito e per proteggersi da eventuali scenari di insolvenza, costituì un pegno sulle azioni e sui beni del club rossonero. Pertanto, tenendo a mente che il Milan (e Li) dovrà onorare il debito, con interessi, nei confronti degli americani entro l’ottobre prossimo, nel caso in cui tale insolvenza dovesse effettivamente manifestarsi, uno degli scenari più probabili sarebbe la rilevazione del club rossonero da parte del fondo americano, il quale in tal modo soddisferebbe il credito vantato diventando al tempo stesso proprietario di una società importante come il Milan per “soli” 300 milioni. Un nuovo cambio di proprietà, stavolta forzato, non sarebbe uno scenario preferibile, nella misura in cui le possibili diverse ambizioni della nuova proprietà potrebbero turbare ancor di più l’ambiente e i giocatori, specie se si dovesse decidere per la vendita di alcuni pezzi pregiati in caso di mancata qualificazione (e mancati introiti) in Champions.

Non dimentichiamo, però, che lo scorso novembre la Uefa, nell’ambito delle operazioni necessarie per il rispetto del fair play finanziario aveva accertato irregolarità finanziarie legate all’ultima campagna acquisti estiva rossonera. Rifiutato il piano di Voluntary Agreement presentato dal Milan, la Uefa ha sostanzialmente obbligato il club di via Turati ad optare per un patteggiamento (settlement) con il quale, attraverso la presentazione di un piano finanziario pluriannuale, il club si impegnerà a rientrare nei parametri finanziari fissati dall’Uefa. A tal fine, Fassone e company stanno lavorando per un rifinanziamento del debito nei confronti di Elliott, il quale sarebbe ripagato da un nuovo creditore ed allo stesso tempo potrebbe aiutare il Milan con un ulteriore prestito di 30/40 milioni al fine di consentire la deliberazione di un aumento di capitale e la presentazione alla Uefa di un piano di settlement agreement accettabile, in modo da evitare sanzioni come la chiusura di finestre di mercato o l’esclusione dalle coppe europee. L’interesse del creditore Elliott, come spiega il Sole 24Ore, al rifinanziamento ed all’aiutino per l’aumento di capitale è quello di evitare che questo tipo di sanzioni incidano sul valore di mercato della società, che rimane pur sempre a garanzia dei prestiti concessi.

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A questo punto viene spontaneo chiedersi: il signor Li aveva veramente le risorse necessarie per comprare un club come il Milan e per condurre una campagna acquisti come quella di questa estate? Sembra di no. E la ragione sta nel fatto che all’epoca della rilevazione del club pare che Mr. Li fosse già insolvente e che, in realtà, quella cosiddetta “cassaforte” rappresentata dalla partecipazione in una società quotata in borsa era già vuota ad aprile dello scorso anno. Allo stesso tempo ci si chiede come sia stata possibile, allora, l’ammissione del Milan al campionato 2017/2018 se le risorse finanziarie del suo proprietario, alcune fantasma, altre di dubbia provenienza, non erano poi così solide. Dubbi a cui è difficile dare una risposta.

E intanto anche le autorità giudiziarie italiane, stavolta quelle penali, si sono attivate al fine di capire se nell’operazione di vendita del Milan sussista o meno la configurazione di alcune fattispecie di reato a carattere finanziario. Sempre dalle pagine del Corriere emerge la notizia dell’apertura di un fascicolo senza indagati (modello 45) da parte della Procura di Milano, nonostante nei mesi scorsi lo stesso Procuratore abbia smentito categoricamente uno scenario del genere.

Degli scenari finanziari che si sviluppano dietro le quinte delle società di calcio si sa poco e niente, ma il caso del Milan è uno di quelli in cui le incongruenze sono talmente tante da sollevare automaticamente dubbi sulla effettiva veridicità dell’intera operazione. Perché, diciamocelo, in altre parole, da dove siano usciti quei 740 milioni rimane un mistero. Mistero infittito dal silenzio di alcuni personaggi che hanno abdicato una presidenza trentennale a favore di investitori stranieri.

Fonte immagine: calcio fanpage

 

Amedeo Polichetti

 

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