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Contro gli uiguri è in atto un genocidio, ma la Cina parla di fake news

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Uiguri - Xinjiang - Cina
Fonte immagine: huffingtonpost.it

“La più grande incarcerazione di massa di minoranze etniche dalla seconda guerra mondiale”. Così Sjoerd Sjoerdsma, deputato olandese appartenente alla coalizione D66, ha definito il trattamento riservato dal governo di Pechino alla minoranza uigura nella regione cinese dello Xinjiang. La questione uigura, dunque, riprende a far parlare di sé dopo che lo scorso febbraio il parlamento olandese – primo fra quelli europei – ha classificato come genocidio le pratiche di armonizzazione delle etnie condotte dalla Cina contro gli uiguri. Qualche giorno prima dell’Olanda, ma circa un mese dopo gli Stati Uniti, anche il parlamento canadese aveva fatto lo stesso.  

Non si è fatta attendere, com’era prevedibile, la risposta cinese, che ha definito “bugie” quelle relative al genocidio degli uiguri e invitato Michelle Bachelet, Alto commissario Onu per i diritti umani, a visitare la regione autonoma dello Xinjiang. Collocato tra Mongolia, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Afghanistan, Pakistan e India, lo Xinjiang è divenuto sede dei cosiddetti campi di rieducazione cinesi. All’interno di questi luoghi dell’orrore il governo di Pechino esercita un rigido controllo delle nascite attraverso pratiche di sterilizzazione forzata sulle donne uigure. Queste ultime, infatti, vengono indotte forzatamente a utilizzare spirali o pillole contraccettive, se non addirittura sottoposte a operazioni chirurgiche per essere rese definitivamente sterili.

Le misure governative adottate nello Xinjiang, provocando una drastica riduzione della popolazione uigura, rientrano nella categoria di genocidio così com’è stata definita dalla Convenzione Onu per la prevenzione e la punizione del crimine di genocidio del 1948. Secondo la Convenzione, di cui è firmataria la stessa Cina, si definisce genocidio l’imposizione di misure allo scopo di prevenire le nascite all’interno di un gruppo etnico.

Come si è trasformata la politica demografica nei confronti degli uiguri

La politica demografica cinese nei confronti degli uiguri è cambiata radicalmente nel 2013, quando è stato eletto presidente Xi Jinping. Già negli anni Ottanta, in realtà, il governo era intervenuto in modo incisivo sul numero di figli che ciascuna coppia poteva avere, ma all’epoca agli uiguri era consentito avere un figlio in più rispetto alla principale etnia cinese, quella degli han. Sotto Xi Jinping invece si cominciò a parlare della realizzazione di piani familiari equi per tutte le etnie e della necessità di ridurre e stabilizzare i tassi di natalità. Così, nel 2015, per tutte le coppie cinesi divenne possibile avere un secondo figlio, mentre a quelle che abitavano in zone rurali fu concessa la possibilità di averne tre. In questo modo fu eliminata la differenza con le famiglie appartenenti alle minoranze etniche. Di lì a due anni anche la politica familiare dello Xinjiang fu uniformata a quella del resto del paese. Ma se Pechino adottava una politica demografica meno rigida, incrementando, per esempio, la durata del congedo di maternità in modo da incoraggiare le coppie han ad avere il figlio in più a cui avevano diritto, lo stesso non faceva nei confronti degli uiguri. Nella regione dello Xinjiang, anzi, da quel momento venne avviato un rigido controllo delle nascite. Le persecuzioni, violente e sistematiche, perpetrate contro la minoranza uigura non si limitano però alle sterilizzazioni forzate a cui sono sottoposte le donne. Il governo cinese, infatti, è accusato di sfruttare gli uiguri anche dal punto di vista lavorativo, per assicurarsi una produzione a basso costo di beni destinati al consumo interno e alle esportazioni.

Uiguri - Xinjiang - Cina
Fonte immagine:turkistantimes.com

Le accuse di terrorismo e l’importanza strategica dello Xinjiang

Pechino, da parte sua, si è sempre impegnata a negare le persecuzioni, definendo le inchieste e le testimonianze – che d’altronde difficilmente riescono a superare la vigilanza della macchina repressiva cinese – come fake news ed etichettando gli uiguri come terroristi a causa delle loro aspirazioni indipendentiste. Il concetto di terrorismo in Cina ha però una portata molto più ampia rispetto a quella che tradizionalmente le viene attribuita: al suo interno rientrano, infatti, il terrorismo tout court, il separatismo e l’estremismo religioso.

L’accusa di terrorismo rivolta contro gli uiguri è corroborata da una serie di episodi particolarmente violenti, come quello a piazza Tienanmen del 28 ottobre 2013, quando un’auto si lanciò a tutta velocità sulla folla nella piazza più famosa di Pechino. L’incidente, che provocò la morte di 5 persone e il ferimento di altre 38, fu prontamente definito dalle autorità cinesi come un attentato suicida. I responsabili erano cinesi di etnia uigura, risultati in possesso di coltelli, dispositivi pieni di benzina e bandiera jihadista. Secondo l’allora capo della Commissione per gli affari politici e legali del Partito Comunista Cinese, Meng Jianzhu, l’attacco sarebbe stato progettato dal Movimento Islamico del Turkestan Orientale (Etim). L’Etim è considerato da Pechino come il principale gruppo terroristico dello Xinjiang, nonché la più grande minaccia alla sicurezza della Cina, ed è inserito dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nella lista dei gruppi terroristici riconosciuti a livello internazionale.

L’attentato di Tienanmen però, contrariamente a quanto potrebbe pensarsi, non ha mai costituito un campanello d’allarme per l’Impero del Centro, ma si è anzi trasformato in una pretestuosa occasione per irrigidire ulteriormente i controlli nello Xinjiang, una regione dall’elevato potenziale strategico per le mire commerciali di Pechino. Mentre in passato la Cina era priva del controllo sulle infrastrutture, essendo solo punto di partenza e terminale dei flussi di merci e di esseri umani, oggi le cose sono profondamente diverse. La Cina non solo finanzia le infrastrutture, ma si occupa di realizzarle e proteggerle e il lancio della Belt & Road Initiative (BRI) ha finito con l’aggravare ulteriormente le questioni di sicurezza nello Xinjiang. La regione, infatti, risulta attraversata da tre dei cinque corridoi economici che caratterizzano la dimensione infrastrutturale della BRI.

Il primo, noto come New Eurasian Land Bridge, connette le regioni costiere della Cina orientale ai mercati dell’Europa settentrionale. Il secondo, il Cina-Asia Centrale-Asia Occidentale, partendo dalla città di Urumqi, capitale regionale dello Xinjiang, attraversa il Medio Oriente per raggiungere il porto del Pireo in Grecia. Il Cina-Pakistan Economic Corridor, infine, connette la città di Kashgar nello Xinjiang meridionale al Mar Arabico, offrendo un accesso diretto alle rotte marittime per i porti di Kenya, Sri Lanka ed Europa. La regione dello Xinjiang diventa dunque snodo obbligato nei progetti della Nuova Via della Seta e controllarla rappresenta un imperativo strategico per Pechino, anche a costo di continuare a macchiarsi delle indicibili efferatezze condotte a danno di un popolo che rischia lo sterminio.

Virgilia De Cicco

Virgilia De Cicco
Ecofemminista. Autocritica, tanto. Autoironica, di più. Mi piace leggere, ma non ho un genere preferito. Spazio dall'etichetta dello Svelto a Murakami, passando per S.J. Gould. Mi sto appassionando all'ecologia politica e, a quanto pare, alla scrittura. Non ho un buon senso dell'orientamento, ma mi piace pensare che "se impari la strada a memoria di certo non trovi granché. Se invece smarrisci la rotta il mondo è lì tutto per te".

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