mindhunter 2

La prima stagione di Mindhunter 2 ci aveva lasciato con Holden Ford preda di attacchi di panico conseguenti agli incontri troppo ravvicinati con i killer, e un Bill Tench inquieto dopo la denuncia degli affari interni sull’operato della squadra. In questa seconda stagione i tormenti dei due agenti FBI vengono derubricati in meno di metà puntata (salvo poi tornare prepotentemente alla fine), in funzione dei nuovi sviluppi e delle macabre attrazioni pensate dagli showrunner per consacrare questa seconda stagione.

Mindhunter 2

Il canovaccio è lo stesso: Holden e Bill, sono sempre più convincentemente promotori di un pioneristico ramo di investigazione, la loro unità nativa è quella di scienze comportamentali e il loro obiettivo è classificare con rigore e metodo scientifico profili di menti criminali al fine di scovare e prevenire l’azione di queste ultime (e perché no, risolvere casi irrisolti).
Un progetto che trova nuova linfa grazie all’arrivo di un nuovo direttore curioso e affascinato dal lavoro dei due agenti.

Mindhunter 2 consolida ed esalta i punti di forza mostrati nella prima stagione

Eppure Mindhunter 2 non ha niente di così nuovo rispetto alla prima stagione. La sua forza, però, sta proprio nel riproporre la sua formula vincente, arricchendo le linee narrative dei protagonisti, rendendo ognuna di queste sempre più avvincente, avvilente e drammatica allo stesso tempo: Holden è sempre più in bilico fra la sua genialità e le sue fragilità, Bill è alle prese con il suo dramma familiare che fa da indebito contropasso a ciò che lotta ogni giorno della sua vita, Wendy è impegnata nella ricerca silenziosa ma sofferta di uno spazio identitario, nel lavoro come nella vita privata. Tutti questi archi narrativi procedono paralleli, si aggrovigliano e poi tornano a camminare da soli fino al finale incalzante, che lascerà paralizzati e storditi come nella prima stagione.

Mindhunter 2

Tutto ciò si mescola con il secondo punto forte di Mindhunter 2: l’abilità di dipingere in maniera irresistibile, sebbene stereotipica, la mente morbosa dei serial killer. Come viene fatto tutto ciò? Attraverso l’azione performativa degli attori – bravi tutti nelle loro interpretazioni e personificazioni – ma anche attraverso la semplici descrizioni vocali delle loro efferatezze, violenze mai mostrate allo spettatore se non attraverso qualche sporadica foto. Lode a Mindhunter che, celando, riesce comunque a rendere l’idea, il disgusto, la depravazione, giocando unicamente con l’atmosfera e i dialoghi, scegliendo in quest’ultimo caso sempre i tempi e le parole giuste.

Quello di Mindhunter è un lavoro di profondità, metanarrativo, ancora più curato in questa seconda stagione, una discesa nella cronaca nera, pesta, dell’America degli orrori.

Infine, la serie continua a distinguersi per l’impronta artistica di David Fincher che fa da produttore e regista a diverse puntate della serie (il suo stile è chiaro e ineguagliabile, sembra di vedere Zodiac lungo nove ore). Abbiamo, quindi, sequenze dilatati, dialoghi curatissimi ricchi di significato e metafore che indugiano riflessivamente sulla condizione umana, sulla società, sullo stato mentale moderno, sulle norme, sulla giustizia, sulla famiglia.
A questo si aggiunge una fotografia spenta e una tecnica di ripresa colta nella sua composizione (dutch tilt, arc shot buttati qua e là) che suggeriscono tutta la perizia di Fincher e contribuiscono ad esaltare alcuni passaggi della storia.
Tutto questo rende di fatto Mindhunter 2 un gioiellino del panorama televisivo attuale .

Un gioiellino che brilla sempre di più.

Enrico Ciccarelli

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