viaggi ecosostenibili
Fonte immagine: Guide Marco Polo

Dati alla mano, i viaggiatori starebbero volgendo sempre di più lo sguardo verso i cosiddetti viaggi ecosostenibili, ovvero viaggi che pur riuscendo a soddisfare le esigenze dei turisti, comportino un ridotto impatto ambientale e siano in grado di armonizzarsi con le condizioni sociali e ambientali delle destinazioni, senza prevaricarle.

Dopo le mobilitazioni dei movimenti ambientalisti tra i quali Fridays For Future e i summit internazionali, anche il settore del turismo mostra la sua attenzione verso l’ambiente. Si tratta, ovviamente, non già di un inedito ed improvviso guizzo ambientalista, quanto piuttosto di una coerente prosecuzione del già esistente turismo sostenibile, caratterizzato da condotte in grado di bilanciare l’impatto economico e ambientale dei viaggiatori, seguendo il mantra dello scrittore Alastair Fuad-Luke: “divertirsi, e non distruggere”.  

Tutto cambia, per tutti

Dalla scelta della destinazione fino ad arrivare alla condivisione di vere e proprie guidelines, il fenomeno dei viaggi ecosostenibili sta di fatto innescando una vera e propria trasformazione delle modalità di fare turismo, incidendo da una parte sulle scelte del viaggiatore (che, ad esempio, preferisce ora la cucina locale ai fast food) e dall’altra sul progressivo rinnovamento delle modalità dell’offerta turistica.

Sono infatti numerosissime le strutture ricettive ad aver scelto di attuare determinate pratiche eco-friendly.

In che modo?

Ad esempio attraverso la riduzione dell’utilizzo della plastica (specialmente quella monouso) o la promozione dei cosiddetti “hotel diffusi”: una nuova organizzazione degli spazi di soggiorno che piuttosto che svilupparsi in altezza – con palazzi sempre più alti – sfrutta le potenzialità del territorio in “orizzontale”, offrendo stanze e camere da letto in differenti stabili delle città. L’albergo diffuso risponde ad una duplice esigenza: da un lato, offre la possibilità di vivere un’esperienza totalizzante del luogo, a contatto più con i residenti che con altri turisti e, dall’altro, permette di ripopolare e rioccupare zone progressivamente abbandonate o escluse dalle rotte turistiche convenzionali.   

Dai millennials arriva poi un nuovo paradigma vacanziero che sposa bene le istanze dei viaggi ecosostenibili: le cosiddette “micro-cations”, ovverosia brevi fughe di pochi giorni, che, complice la nuova organizzazione del lavoro, stanno sostituendo le lunghe settimane di ferie. Sebbene possano sembrare una scelta obbligata dettata perlopiù dalle sempre più fitte agende, le “mini vacanze” rivelano in realtà un sorprendente animo green: chi le sceglie, infatti, non dispone del tempo materiale per raggiungere mete esotiche o oltreoceano e, di conseguenza, volge lo sguardo alle città non troppo lontane dalla propria. Tempi di percorrenza e tratte più brevi, dunque, che, nell’ideale equazione dei viaggi ecosostenibili, equivalgono ad un minore inquinamento atmosferico. Un’equazione che, soprattutto per quel che riguarda l’italico stivale, si sostanzia in benefici anche di carattere economico, dato che ad esser scelti quali mete sono spesso quei piccoli borghi solitamente esclusi dalle rotte del ben più inquinante turismo di massa.

Scegliere di far propri i viaggi ecosostenibili non deve però essere inteso come l’irrimediabile rinuncia a mete lontane: l’attenzione alle tematiche ambientali e la ricerca di soluzioni che possano minimizzare l’impatto dell’uomo sulla natura sono infatti oggetto di interesse anche delle più grandi compagnie di volo.

La Rivoluzione è Lenta 

Senza dubbio l’areo, nel discorso ben più ampio dei viaggi ecosostenibili, è il mezzo maggiormente inquinante: come riportato da un articolo de Il Sole 24Ore, per ogni chilometro percorso sarebbero circa 285 i grammi di CO2 prodotti per ogni passeggero. Se in assoluto questo numero non dice molto, basti pensare che un’automobile, a parità di distanza, ne produce “solo” 42. Certo, sarebbe davvero un’impensabile forzatura eliminare gli aeromobili quale mezzo di trasporto, tanto più che non è il solo settore turistico a dare benzina (in tutti i sensi) agli aerei.  Sembra però che, sia a livello corporate che politico, qualcosa si stia muovendo.

Che serva a contrastare la cosiddetta “flight shame” (ovvero il sentimento di vergogna dei navigatori dei cieli nell’utilizzo di un mezzo così inquinante), o rientri nel novero delle operazioni di greenwashing, sono numerose le linee aeree che hanno aderito a programmi per compensare le emissioni inquinanti e rendere i propri viaggi maggiormente ecosostenibili, al grido di “chi inquina, paga”.

La linea aerea Lufthansa, ad esempio, ha lanciato la piattaforma Compensaid, attraverso cui ciascun passeggero può verificare il volume di emissioni di CO2 del proprio volo ed acquistare un ammontare del meno inquinante biocherosene, che verrà impiegato dalla compagnia entro i successivi sei mesi. Una bella trovata, se non fosse che il biocherosene ha un costo di ben quattro volte superiore al cherosene utilizzato usualmente. Citando una nota della Associated Press, compensare le emissioni di un volo da Francoforte a New York in classe economica, quindi, comporterebbe una spesa per il passeggero ambientalista di ulteriori 374 euro, da aggiungere ovviamente al costo del biglietto.   

Chi paga per la sostenibilità?

In alternativa, Lufhtansa – come molte altre compagnie – permette ai viaggiatori di farsi carico di un costo extra al momento dell’acquisto del biglietto. Tale costo extra, il cui ammontare è una variabile dipendente da una serie di parametri, primo fra tutti la tratta percorsa, viene utilizzato per finanziare progetti ecosostenibili nelle zone già gravemente danneggiate dal cambiamento climatico.

Che si tratti dell’acquisto di biocherosene o della spesa extra per progetti sostenibili, spesso però il costo della compensazione grava direttamente sui passeggeri e non sulle compagnie che, pertanto, spostano parte del loro rischio di impresa sui propri clienti. Attraverso tali strategie, inoltre, anche la responsabilità di operare una scelta in senso ecosostenibile si rimette interamente al viaggiatore: è lui infatti a decidere se aderire a tali programmi, facendosi carico di spese extra, o meno.

Certo, una ripartizione dell’onere e delle spese è giusta: il costo aggiuntivo per una tratta media, ad esempio, non è elevatissimo e dopotutto se esiste l’offerta di un servizio inquinante è perché c’è una rispettiva domanda per esso. Ma spesso questa ripartizione diventa iniqua e il programma per i viaggi ecosostenibili si rivela per quello che è: una grande operazione di greenwashing o, alla meglio, una trovata pur onesta ma dall’importanza residuale.

Il colosso bancario americano Citigroup ha stimato che per compensare tutte le emissioni inquinanti dei soli voli commerciali sarebbe necessaria una cifra pari 3.8 miliardi di dollari ogni anno fino al 2025 per i voli in classe economica, più ulteriori 2.4 miliardi per quelli in classe business. Su chi dovrebbe gravare questa spesa? Citigroup stima che se fossero le compagnie a farsene carico, le perdite sui profitti sarebbero pari al 27%.  Al contempo, spostare totalmente tale “tassa ambientale” sui passeggeri potrebbe provocare perdite ancora superiori, oltre ad un irrimediabile danno d’immagine.

Oltre lo schema compensativo, c’è vita?

La sfida, dunque, delle compagnie aeree è quella di riuscire a trovare la quadra che permetta di bilanciare guadagni e investimenti green, senza riposare sugli allori di una piccola mancetta ambientale. E di farlo in fretta, data l’imponente espansione del movimento ambientalista e la rapida ascesa dei viaggi ecosostenibili.

In questo senso si sta muovendo EasyJet: la compagnia low cost, nonostante abbia messo in campo anch’essa uno schema compensativo, ha più volte sottolineato che tale modus agendi debba essere considerato una misura transitoria e non definitiva, applicabile in attesa di un avanzamento tecnologico che permetta di volare con modalità molto meno inquinanti. EasyJet ha peraltro ricevuto il plauso di numerose associazioni ambientaliste, per le quali le tecniche compensative, più che risolvere il problema delle emissioni, concorrerebbero ad un pericoloso aumento del traffico aereo. I passeggeri infatti, pagando una “tassa per l’utilizzo dell’aereo”, avvertirebbero con minore urgenza la flight shame: il senso di colpa per la scelta di un mezzo di trasporto altamente inquinante, quindi, non fungerebbe più da utile deterrente, comportando una ben prevedibile serie di conseguenze.

Toccherà comunque trovare una quadra, tanto più che anche l’Europa, dallo scorso anno, ha discusso la possibilità di introdurre una tassa sul cherosene, applicabile alle compagnie aeree esenti fino ad oggi da qualsiasi imposizione fiscale.

Pur tra contraddizioni, difficoltà e tentativi mancati, i viaggi ecosostenibili stanno dunque risalendo la china delle preferenze dei viaggiatori. Starà adesso agli operatori economici del turismo raccogliere il guanto di sfida, proponendo soluzioni in grado di rispettare l’ambiente e mantenere i bilanci in attivo. Non sembrano, dopotutto, esserci alternative.

Edda Guerra

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