Ratzinger papa Chiesa pedofilia

Nella mattina dello scorso 11 aprile Benedetto XVI, papa emerito della Chiesa cattolica, ha deciso di pubblicare i suoi appunti sui casi di pedofilia che hanno recentemente scosso il Vaticano. Il Corriere della Sera ha pubblicato integralmente l’articolo di Ratzinger, originariamente scritto per il mensile tedesco Klerusblatt.

Dal 21 al 24 febbraio 2019 i presidenti di tutte le conferenze episcopali del mondo si erano riuniti in Vaticano su invito di papa Francesco per discutere del rapporto tra la diffusione di notizie su abusi sessuali commessi dai sacerdoti su minori e la crescente sfiducia nella Chiesa. Ratzinger aveva ringraziato il suo successore per l’impegno profuso, ma aveva preferito affrontare questa «crisi della fede» mettendo insieme «degli appunti con i quali fornire qualche indicazione che potesse essere di aiuto in questo momento difficile».

Fin dalla pubblicazione, gli appunti del papa emerito hanno suscitato scalpore. Il primo obiettivo polemico è il Sessantotto. Lì infatti andrebbero rintracciate le origini di «un processo inaudito, di un ordine di grandezza che nella storia è quasi senza precedenti», partito «con l’introduzione, decretata e sostenuta dallo Stato, dei bambini e della gioventù alla natura della sessualità».

Affermare che l’educazione alla sessualità è parte del problema non è un errore del solo Ratzinger, ma dà voce a un idem sentire diffuso presso molti settori della Chiesa.

Proseguendo la lettura degli appunti, la tesi immediatamente successiva è ancora più sconcertante: «della Rivoluzione del 1968 fa parte anche il fatto che la pedofilia sia stata diagnosticata come permessa e conveniente». Joseph Ratzinger è un uomo colto, che nella sua vita ha sostenuto intensi dialoghi a distanza con intellettuali del calibro di Habermas e Feyerabend, quindi fa specie attribuirgli una frase così storiograficamente discutibile.

La connessione teorica tra Sessantotto e pedofilia ce la aspetteremmo da fenomeni della destra ultracattolica come Silvana de Mari o Mario Adinolfi, ma è molto più difficile da accettare quando proviene da chi ha ricoperto per anni la carica più importante della Chiesa cattolica.

L’articolo poi prosegue su altri terreni, in particolare su quello più strettamente teologico, e le parole di Ratzinger appaiono qui più efficaci. È evidente come il richiamo al Sessantotto – per quanto, come mostrato, decisamente fuori fuoco – non sia un episodio di giustificazionismo: la condanna dei preti pedofili è netta. Un passo è decisamente forte e riflette l’effettiva preoccupazione del papa. Vale la pena riportarlo integralmente:

«Nei colloqui con le vittime […] una giovane ragazza che serviva all’altare come chierichetta mi ha raccontato che il vicario parrocchiale, che era suo superiore visto che lei era chierichetta, introduceva l’abuso sessuale che compiva su di lei con queste parole: “Questo è il mio corpo che è dato per te”. È evidente che quella ragazza non può più ascoltare le parole della consacrazione senza provare terribilmente su di sé tutta la sofferenza dell’abuso subìto. Sì, dobbiamo urgentemen­te implorare il perdono del Signore e soprattutto supplicarlo e pregarlo di insegnare a noi tutti a comprendere nuovamente la grandezza della sua passione, del suo sacrificio. E dobbiamo fare di tutto per proteggere dall’abuso il dono della Santa Eucaristia».

La forza di questa testimonianza colpisce a prescindere dalla fede del lettore. Però le buone intenzioni di Ratzinger non bastano per assolverlo.

Il problema del suo articolo non è solo il cosa, ma anche e soprattutto il quando.

In un momento in cui la Chiesa di Bergoglio si sta effettivamente mobilitando per affrontare di petto il problema delle molestie su minori – con pubbliche scuse offerte dal papa alle vittime di pedofilia a nome del Vaticano – certi scivoloni non sono ammessi.

Come ha detto l’ex segretario di Rifondazione comunista Fausto Bertinotti, le parole di Ratzinger appartengono a «un’altra Chiesa», a tempi in cui era possibile suggerire impunemente che la pedofilia fosse un fenomeno relativamente recente, nato nella società e solo successivamente arrivato in parrocchia. Un’altra Chiesa, appunto. Tutto questo «la Chiesa in cammino con gli ultimi non se lo può permettere».

Davide Saracino

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