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Ecco le nostre #EvidenzeStrutturali verso la Giornata contro la Violenza sulle Donne.

Il tasso di occupazione femminile secondo l’ISTAT è in calo, si stima che tra dicembre 2019 e dicembre 2020 sia diminuito dal 50% al 48%. Secondo il Report “Rapporto integrato sul mercato del lavoro 2020” la pandemia ha avuto degli effetti molto negativi sul mercato del lavoro penalizzando ancora di più chi già si trovava in condizioni di svantaggio come le donne, i più giovani nell’età compresa tra i 15 e i 24 anni e gli immigrati.

I tassi di povertà sono più elevati nel Mezzogiorno (11%) rispetto al Centro (6,7%) e al Nord (9,4%). Le famiglie più penalizzate sono quelle numerose con cinque o più componenti e i familiari con stranieri, i nuclei familiari degli under 34 inoltre sono ancora più svantaggiati, l’incidenza in questa fascia di età sale all’11,4%.

Per quanto riguarda i tassi di occupazione e di povertà delle donne, un sondaggio IPSOS risalente a gennaio 2021 mette in evidenza come nella fascia d’età 25-34 anni, il 63% dichiari di aver subito delle perdite economiche a causa della pandemia e nella fascia di età 45-54 anni, il 60% delle intervistate afferma di aver subito una diminuzione del proprio reddito e 4 donne su 10 dichiarano di essere molto dipendenti economicamente dalla propria famiglia o dal proprio partner in misura maggiore proprio a causa della pandemia.

l rapporto Istat “La povertà in Italia” pubblicato a giugno 2021 ha dimostrato che le donne sono quelle che pagano il prezzo più alto della povertà, sono infatti 2 milioni e 277mila quelle che vivono in condizioni di indigenza, più di minori, giovani e anziani. Secondo Beatrice Costi, responsabile progetti di Actionaid le donne povere in Italia sono oltre 2 milioni ma con gli indicatori attuali non è possibile misurare la distribuzione delle risorse economiche all’interno dei nuclei familiari perché : «È quindi difficile rendere conto della complessità della povertà femminile, spesso interconnessa ad altri aspetti economici e – soprattutto – socio-culturali».

La genitorialità, inoltre, come era già emerso dal rapporto Eurostat incide in maniera diversa sulle carriere di uomini e donne e sui conseguenti tassi di povertà. I dati Eurostat, infatti, avevano già mostrato come il tasso di occupazione femminile diminuisse al crescere del numero dei figli, mentre quello maschile avesse la tendenza contraria. Secondo i dati Eurostat, infatti, i tassi di occupazione maschile registrati sono superiori fra gli uomini che hanno più di un figlio rispetto agli uomini che non ne hanno.  

La pandemia in questo è stata democratica e ha inciso sui tassi di povertà delle donne in generale, sia sulle donne occupate con figli che sulle donne non occupate con figli. Le entrate economiche, infatti, si stima che siano diminuite circa del 50%. Nel caso di donne occupate con figli piccoli che hanno un’età fino ai 13 anni, le donne che dichiarano di aver subito delle perdite economiche a causa della pandemia arrivano al 63% delle intervistate.

Al di là degli effetti della pandemia però, sappiamo che la povertà lavorativa ha una dimensione di genere, l’Italia, per esempio, supera la media dei paesi dell’Unione Europea in termini di povertà lavorativa femminile.

Le donne sono ancora in molti contesti inquadrate nello stereotipo che le vuole più adatte a lavori di cura e assistenza, i dati dell’occupazione femminile nel settore tecnologico e scientifico in Italia sono ancora troppo bassi, per esempio, e sappiamo quanto il settore STEM sia quello in cui i pregiudizi nei confronti delle donne restano ancora molto solidi e difficili da scardinare.

L’Italia è ancora un paese in cui solo recentemente si è creata la prima forma di sussidio per le donne vittime di violenza di genere per cui raggiungere l’indipendenza economica è fondamentale nel proprio percorso di emancipazione dagli ambienti familiari violenti.

L’Italia è ancora un paese in cui si fatica a pensare a programmi di congedi di paternità che oltre a rappresentare forme concrete di sussidio per le famiglie, aiuterebbero a superare lo stereotipo e il retaggio per cui la cura dei figli e della famiglia è appannaggio delle sole donne, le cui carriere e i redditi ne risentono di più rispetto ai propri partner maschili perché la genitorialità influenza diversamente le carriere di uomini e donne e perché, proprio a causa dei salari più bassi, sono in proporzione molto più spesso le donne a rinunciare a lavorare.

La violenza non ha solo dimensioni fisiche e private del singolo contesto in cui essa si consuma, è la conseguenza di un sistema patriarcale che influenza la vita delle donne in termini sociali, affettivi ed economici.

Emanciparsi dalla povertà, lavorare e guadagnare in maniera proporzionale ai propri titoli di studio e alle proprie competenze e avere un’indipendenza economica vuol dire combattere questo sistema e sradicare la violenza.

Sabrina Carnemolla

Studio Comunicazione Pubblica e Politica a Torino dopo la laurea triennale in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali conseguita a Napoli, la mia città. Un po' polemica per natura, nel tempo libero affronto la dura vita di una fuorisede.

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