Le emozioni che ci ha regalato il Gran Premio d’Australia a Melbourne cancellano in automatico i quattro mesi che ci siamo messi alle spalle dopo la chiusura dello scorso campionato mondiale. Vittoria a Sebastian Vettel (come un anno fa), davanti a un ineccepibile Lewis Hamilton e a un ritrovato Kimi Raikkonen. A punti il secondo alfiere Mercedes, Valtteri Bottas, che conclude un weekend difficile (causato dal crash in qualifica e dalla sostituzione del cambio) e porta a casa il rotto della cuffia con pochi punti. A piedi Daniel Ricciardo che fa quarto, nervoso Max Verstappen che non va oltre il sesto posto.

Un clima teso che si respira ai vertici della griglia fin dal sabato delle qualifiche (con la scaramuccia tra Vettel e Hamilton) e la sensazione che da novembre lo spartito sarà ancora lo stesso. Al centro dell’attenzione i due già citati, che semmai doveste scordarvi che anche quest’anno vorranno far parlare di sé (8 titoli mondiale in due), sono riusciti a mettersi al centro dell’attenzione in un attimo e quasi a dividersi la piazza tra il sabato e la domenica.

Da un lato un Lewis Hamilton ineccepibile, che segna un nuovo record sul tracciato e rifila 7 decimi alla concorrenza, meritandosi così l’ennesima pole position della carriera. Un distacco fin troppo elevato per essere solo figlio della differenza di macchina. Un distacco che nemmeno 24h dopo si contrae però verso numeri molto più realistici, vicini ai dati raccolti durante i long run, che davano comunque Mercedes avanti di pochi decimi. Dall’altro lato, invece, Sebastian Vettel che il sorriso dalla faccia non lo ha certamente tolto, ipotecando un primo posto frutto di fortuna, tempismo e di un pizzico di spregiudicatezza.

Insomma, il weekend volge alle porte e a noi, prima che proiettarci anima e cuore in Bahrain, tocca ripercorrerlo e analizzarlo con lo stesso entusiasmo che (non)ci ha messo Raikkonen nella festa podio:

  • un bug di un software ha deciso la gara, ebbene sì. Strampalate teorie sulle traiettorie strette lasciamole perdere, perché il regime di Virtual Safety Car è studiato ad hoc perché i gap si mantengano congelati durante il suo funzionamento. C’è un display che, in sostanza, detta il passo al pilota, per cui a traiettorie più strette corrisponderebbero velocità più moderate e viceversa per traiettorie più larghe. Lo zampino lo mette Sebastian Vettel in corsia dei box (prima di inserire il limitatore) che rosicchia pochi decimi necessari per stare davanti al rivale, ma il grosso ce lo ha messo la VSC. Il tedesco, infatti, è stato il primo a beccarsi la bandiera gialla (quasi a fine settore 1) e ha alzato il piede facendo un tempo di qualche decimo inferiore al suo best (per maggiori dettagli qui). Dietro, tuttavia, nel giro di qualche secondo – necessario a Hamilton per sopraggiungere nel primo settore – i commissari sventoleranno doppia bandiera gialla e inizierà il regime di VSC. Qui l’inglese frena, perde secondi su Seb, ma il software che gli avrebbe dovuto permettere di visualizzare il distacco (e quindi ricucirlo) ha un bug. Non funziona. Il resto lo abbiamo visto. Il team principal Toto Wolff ai microfoni di Sky: “Abbiamo avuto un problema di software nel calcolare il delta della VSC, una situazione mai capitata, decisamente fuori dall’ordinario, con alcune vetture ad alta velocità ed altre a bassa velocità in pista“;
  • abbiamo ritrovato Kimi Raikkonen, forse. Esaltante in qualifica (tornato in prima fila dopo almeno 5 anni) e aggressivo nella prima parte di gara dietro Hamilton. Un po’ meno prestante nella parte centrale, dopo che il disastro Haas e la Safety Car hanno permesso al compagno di squadra di sopravanzarlo. In radio, il fatto che non riceva nessuna informazione riguardo ai movimenti e ai giochi di Vettel lo infastidisce non poco. Inequivocabile la scelta di differenziare la strategia da muretto, che avrebbe chiaramente toppato qualora in Haas non fosse successo nulla. Chissà se ci fosse stato lui in terza posizione…
  • prima volta che in epoca moderna (a memoria) un errore umano costi per ben due volte la gara a un (primo e secondo) pilota di un team. Oltre ai complottisti, in ogni caso, a sorridere è Sebastian Vettel. A piangere gli uomini della Haas (e chi pagherà le ammende per unsafe release) che hanno contribuito a rovinare la splendida gara fino a quel momento di Kevin Magnussen prima, e Romain Grosjean poi. Saggio Vanzini ha ragione, perché non esistono fortuna e sfortuna. Solo gli errori umani. Dopo, le immagini che ritraggono il francese abbracciare e consolare i meccanici parlano da sole. Un team ha bisogno anche di questo, andatelo a spiegare ai piani alti;
  • il quinto posto di Fernando Alonso ci riporta un po’ alla normalità. Ricostruite le classifiche di un tempo, che sollazzano il palato della parte nostalgica e salviniana del fan medio. Eravamo stanchi degli indiani che rubano il posto ai comunitari;
  • a proposito, Force India inesistente. Un po’ forse all’oscuro delle loro potenzialità e complice un tracciato che non sorride a chi ha fatto una brutta qualifica. In pochi però ad accorgersi che, ad esempio, per Bottas non è stato affatto semplice passare Ocon o quanto meno Perez. Forse perché in pochi si sono accorti che tutti e tre fossero in pista;
  • il debutto di Leclerc, che porta a casa la prima gara della sua carriera in Formula Uno;
  • la maledizione del pilota australiano in Australia continua, con Ricciardo che non va oltre il quarto posto. Nessun connazionale è mai salito su quel podio, eppure tra lui e uno come Webber di occasioni ce ne sono state. Questa volta passare Kimi era più difficile che al solito, merito anche della cavalleria che quest’anno dà alla SF71H quel po’ di velocità di punta in più che le serviva in rettilineo per opporre resistenza ai ripetuti attacchi col DRS;
  • nota di dolore per Max Verstappen, troppo nervoso e destabilizzato come la sua Red Bull, che piroetta come la miglior Carla Fracci preso dalla fretta di liberarsi di un ottimo Kevin Magnussen (che lo aveva beffato in partenza). Che dire, se avesse pazientato qualche giro ci avrebbe pensato la divina provvidenza.

In fin dei conti, la ruota gira. E bisogna solo essere bravi a fermarla quando è vicina.

(Carlo Vanzini)

No, si scherza. Appuntamento in Bahrain.

Nicola Puca

Fonte immagine in evidenza: google.com

 

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