sorry we missed you

Sorry we missed you è l’ultimo film del regista inglese Ken Loach. Ma è anche il messaggio sulla cartolina che il corriere lascia alla porta quando a casa non c’è nessuno: “mi dispiace per non averti trovato”.

Sorry we missed you: la trama

Il film, presentato al Festival di Cannes 2019, parla di un padre – Ricky – che accetta di lavorare come corriere per un’azienda che si occupa di consegnare pacchi in tempi strettissimi. Accetta questo lavoro per uscire dai debiti conseguenza della crisi del 2008. Non c’è alcun contratto, “tu non lavori per noi, lavori con noi”. Sembrerebbe una frase positiva, ma il ricatto è proprio lì invece: Ricky corre, il suo lavoro è una lotta contro il tempo, tempo scandito da un apparecchio tecnologico che fa da telefono, navigatore e strumento di controllo. La responsabilità grava sul lavoratore che viene stretto in una morsa di doveri senza avere però in cambio alcun diritto, nemmeno quello basilare di poter urinare.

Un padre, una madre, due figli (maschio adolescente e ragazzina 11enne), che conducono una vita fatta di sacrifici, compromessi, e tanta solitudine. Quello che descrive Loach in questo film è un gioco al massacro dove nessuno esce vincitore: è un vortice, un vortice da cui né i genitori né i figli usciranno illesi. Illesi no, ma più consapevoli.

Il precariato e la solitudine

Quello che Ken Loach descrive in questo film è, banalmente, la realtà del precariato. Senza esasperazioni, senza romanticismo, senza coup de théâtre: non ne ha bisogno. La sua narrazione è limpida, lineare, descrive semplicemente la situazione di molti lavoratori e usa Rick come “modello base” da cui far partire la denuncia allo sfruttamento.

Il lavoratore viene lasciato a sé stesso, abbandonato. Non esiste il sindacato (se non in un ricordo sbiadito di una donna anziana), non c’è tutela, c’è solo sfruttamento. Nessun diritto, nessuna copertura, nemmeno se ti rompono la faccia. Loach di questo parla nel film: le nuove economie liberiste impattano in maniera negativa sulla società, il precariato non è solo lavorativo ma anche sentimentale. Non puoi fermarti, non è permessa la malattia, non è contemplata l’idea di voler creare una famiglia, vali solo se fatturi. E non puoi ribellarti, perché ci sarà subito qualcuno pronto a prendere il tuo posto.

In questa società schiava del lavoro, allora, come si vivono le relazioni, i sentimenti, come si combattono la solitudine e l’alienazione? Nel film la famiglia si perde, si divide, litiga, non c’è spazio né tempo per capirsi, ci si affanna per rimettere tutto a posto, si fallisce. La speranza – flebile- nel finale spezza il cuore.

sorry we missed yoy
(fonte movieplayer.it)

L’impegno civile di Ken Loach

Ken Loach è un animale politico prima di essere un grande regista. Arriva a Cannes 2019 con il braccio appeso al collo, finge di aver avuto problemi con i fascisti. Il suo lavoro guarda sempre alla working class, a quella fetta di società che giorno dopo giorno vede cancellati i propri diritti e ridotte le condizioni di welfare. Proprio a Cannes il regista – dove ha vinto due volte, la prima Palma D’Oro per Il vento che accarezza l’erba (2006) e la seconda con I, Daniel Blake (2017)- ha spiegato la sua urgenza di parlare di lavoro precario e di sfruttamento: «È il paradosso di essere un lavoratore autonomo e precario insieme, costretto a subire una serie di condizioni tra cui, appunto, la mancata tutela nel caso di assenza per malattia e la mancanza di ferie pagate. Se ti succede un incidente sei tu stesso a dover provvedere. Il boss spiega la situazione con grande chiarezza a Ricky: lo sfruttamento è una logica imposta da un corretto funzionamento del capitalismo. Se il boss non impone agli autisti di diventare lavoratori autonomi e quindi di perdere tutte le tutele del lavoratore dipendente, altre società prenderanno il suo posto e lui resterà senza la possibilità di continuare la sua attività. Questa è la logica del capitalismo che funziona. Bisogna ridurre e contenere i costi. Se il lavoratore è il primo a osservare le regole sarà il primo a goderne i frutti e a non rischiare il fallimento»

Valentina Cimino

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