Kobe Bryant

Kobe Bryant è morto in cielo, precipitando in un incidente aereo a bordo del suo elicottero, insieme a una delle sue figlie (Gianna Maria), al pilota e ad altre 8 persone, a cui va un profondo commiato.

Non mi aspettavo che qualcuno, anche se con qualche velata ironia, potesse davvero chiedermi “mi spieghi il basket?”. Questo è successo circa tre anni fa, dopo la tua ultima allo Staples Center. Non ho avuto dubbi. Non puoi innamorarti di un gioco razionalmente, anzi, devi provare un colpo di fulmine. Una specie di abbaglio, un’emozione forte che ti lega a chi riesce a fartelo sembrare unico, a tratti impossibile e illogico, trasformando un parquet e due retine in un palcoscenico della vecchia Broadway.

Beccati questo, questo e pure quest’altro“. Lo “spiegone” del basket quella sera è finito in una dilagante serie di video delle giocate di Kobe. Roba zeppa di fade-away, punti sulla sirena, terzi tempi e schiacciate, e nel mezzo la dilagante semplicità, mista a eleganza, che trasmetteva con ogni tiro. Che fosse da tre o sette metri, con uno o due avversari a contendertelo, sulla sirena o nell’assordante silenzio di un tiro libero.

A volte anche su una gamba sola, e disegnando movimenti che altrimenti reinterpretati sarebbero semplicemente goffi. Quella voglia, irrefrenabile, di migliorarsi. E di farlo più di ogni altro avversario, squadra, essere umano. Solo così riesci a innamorarti del basket, e a smettere persino di chiedere a qualcuno di spiegartelo.

Niente dà più fastidio di una morte che sentiamo ingiusta, quasi gratuita, che dimezza una famiglia e stronca sul nascere una piccola vita, peraltro astro nascente della pallacanestro femminile. Non serve che il feretro appartenga o no a un’icona eterna dello sport come Kobe Bryant perché un incidente non porti già di per sé lo spettro di una morte vigliacca. Questa volta, comunque, il dolore ed il cordoglio sono indescrivibili. Kobe Bryant lascia sua moglie Vanessa, le sue quattro piccole e un eterno simbolo nella storia della pallacanestro e dello sport mondiale, nello sport di tutti i tempi. In ogni appassionato della palla a spicchi oggi è morto qualcosa.

Chiunque indossi un 24, dalle divisioni di provincia ai giocatori Nba, lo fa perché in Kobe Bryant ha riposto i suoi sogni e le sue ispirazioni. E la forza di un personaggio così importante ha letteralmente travisato i confini del gioco, finendo per diventare qualcosa di più, un mantra, un esempio di quella che oltreoceano chiamerebbe attitude, e che non ha per forza bisogno di un pallone per essere notata. Quella stessa mentalità, unita all’interpretazione unica della pallacanestro, che ha portato Kobe Bryant spesso ai limiti del sovrumano.

Ciò che Kobe ha rappresentato per la palla a spicchi va inavvertitamente oltre i numeri. Quelli, poi, non vogliamo nemmeno provare a elencarli tutti perché sarebbero da mal di testa. Vent’anni ai Los Angeles Lakers, cinque titoli vinti e la fedeltà ai colori gialloviola della città che ha guidato e accompagnato nei decenni, conoscendo e segnando l’evoluzione del gioco in tutto il mondo. Un faro. Lo stesso che ha abbagliato intere nottate passate a studiare il fuso orario californiano perché si sapesse realmente l’ora della palla a due di una gara di playoffs, o che ha ispirato i ragazzini di mezzo mondo a urlarne il nome mentre si lancia anche un tappo nel secchio della spazzatura.

Ancora oggi il solo verso di rotazione della Terra potrebbe non bastare a ricordarmi che in California le lancette vanno indietro di 9 ore, almeno non tanto quanto il pensiero delle dannatissime finals a West che i Lakers hanno occupato abitualmente negli anni ’10. Sono stati quelli gli anni migliori di una carriera senz’altro esemplare, che il destino ha voluto iniziasse in Italia, in mezzo ad infortuni e sotto la guida presente di papà Joe.

L’ultimo squillo sul mondo è stato un post su Instagram, poche ore dopo che i 29 punti di Lebron James (proprio con i Lakers) gli erano costati il terzo posto nella classifica punti all-time. Il rispetto sotto un unico comune divisore, che è il basket a questi livelli, è un qualcosa che difficilmente si trova in altri sport

Dalle mani di Bryant sono passati decine di migliaia di punti, nonché gli assist e le pacche sulle spalle di intere generazioni di giocatori e allenatori, in tandem con O’Neal prima, sotto l’egida di Phill Jackson, fino alle intese un po’ più raffazzonate che gli hanno consentito di vincere altri due anelli. In quintetto Fisher-Bryant-Artest-Gasol-Bynum, Lakers sicuramente meno belli, eppure ancora efficaci se guidati dalla loro luce in maglia 24. Ron Artest forse iniziò di nuovo a imparare a giocare a basket solo perché Kobe Bryant lo scelse.

Lo scelse come scarico delle sue penetrazioni, nonostante fosse molto indicato a dar legnate, incaricandolo di trasformare in oro la caccia famelica del Mamba nel pitturato dei Celtics. Alcuni hanno dovuto soffrire, cestisticamente parlando, la presenza di un giocatore così determinante, come avversario e come compagno di squadra. Sofferenze che piano piano si sono trasformate in stima e ammirazione verso il solo che abbia saputo colmare il vuoto lasciato da Michael Jordan. Non si può che essere Kobe Bryant quando scopri che tra i primi ad amarti c’è chi ha provato a stopparti un tiro, a darti un colpetto nella speranza di toglierti la palla, di ledere al tuo infinito senso dell’equilibrio.

Shaquille O’Neal disse su Kobe: “Entrai in palestra e me lo trovai lì. La cosa non mi sorprese particolarmente, anzi, in realtà capitava tutti i giorni. Ma quel giorno c’era qualcosa di strano: non c’era neppure un pallone in tutto il palazzetto, eppure lui era sudato fradicio. Stava provando, completamente da solo, dei movimenti senza palla, robe tipo tagli, blocchi, allontanamenti. Gli chiesi se fosse impazzito. Mi rispose che non capiva come mai nessun altro lo facesse”.

The most important thing is to try and inspire people so that they can be great in whatever they want to do.”

In elicottero si stava dirigendo a Thousand Oaks, nella bella Mamba Academy, che è stato il suo ultimo progetto sportivo, finanziario e umanitario. Questa volta aveva con sé sua figlia e un’altra giocatrice, che stava personalmente allenando e contribuendo a far crescere. L’accademia nacque nel 2016 e ad oggi conta più di 50 mila atleti, smistati tra campi da basket, pallavolo, beach volley, football, una scuola di jiu jitsu e addirittura una struttura per gli E-sport. In pochi anni, insomma, Kobe aveva continuato a fare di sé un mantra, diventando quasi una specie di marchio registrato.

Mamba Mentality isn’t about seeking a result. It’s about the journey and the approach. It’s a way of life.

Niente di tutto questo deve perdersi nella memoria della leggenda e nelle menti di chi ha potuto e saputo goderne la bellezza. Fino in fondo, misurando il tempo sulla base dei record, in un grosso countdown che ci ha portato all’ultimo saluto di Kobe allo Staples, con 60 punti a referto e la lega che si bloccava a salutare il suo simbolo.”I will die hard as a Laker, die hard“.

Oggi devo commentare la frattura che ha colpito mezzo mondo, dritta in testa al centro di un ricordo di adolescenza (e non solo). Spaccati in due dalla primordiale incombenza della fine, della fine di un sogno. Della fine di un sognatore, di una parte di te che oggi se ne va insieme al mito che ti ha sempre accompagnato e ti ha insegnato a buttare il cuore oltre l’ostacolo. Un supereroe, un protagonista di quelli che “non può morire, perché la storia si basa su di lui, stupidi sceneggiatori”. Beh, Space Jam ce lo avete presente tutti anche se quello era valso per MJ negli anni ’90.

Questo è impressionante, perché sono sicuro di non star esagerando. Questo è ciò che lo sport può fare a un uomo, drogarlo e prenderlo al suo servizio. E a migliaia di altri che, nel nome di uno solo, hanno deciso di unire il globo e urlare…

“Kobe, for the win… Yes!”

“Solo Dio può fermare Kobe Bryant”– Charles Barkley, ex-superstar Nba

Kobe Bryant, tra le altre cose, ha vinto anche un Oscar per questo cortometraggio. Non possiamo non riproporvelo.

Fonte immagine in evidenza: chron

Nicola Puca

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