Lucy Salani trans
Fonte: Bologna Today

Lucy Salani, nota per essere stata l’unica persona trans italiana sopravvissuta ai campi di concentramento nazisti, è morta a 98 anni. Si è spenta a Bologna a causa di una grave polmonite che l’aveva costretta ad un ricovero che andava avanti da più di un mese. Oggi 31 marzo una proiezione speciale del suo documentario a Roma con Vladimir Luxuria e Pietro Turano in occasione del #TdOV.

Un’infanzia trans nella gioventù fascista

Lucy Salani nacque a Fossano, in Piemonte, nel 1924, ma trascorse gran parte della sua gioventù a Bologna. Nel documentario realizzato da Daniele Coluccini e Matteo Botrugno sulla sua vita, “Un soffio di vita soltanto”, dice di essersi «sempre sentita femmina».
«Volevo sempre fare ciò che a quell’età facevano le bambine: cucinare, pulire e giocare con le bambole. Mio padre e i miei fratelli non mi accettarono.» In un’intervista a Oggi è un altro giorno, Lucy spiega che provava un senso di fastidio quando i bambini la cercavano per giocare mentre lei preferiva la compagnia delle altre bimbe.

Negli anni trenta la famiglia Salani si trasferì a Bologna: «Fu così che in città allacciai amicizie con diversi omosessuali. Che colpa ne ho io, se la natura mi ha fatto così? Me lo sono sempre chiesta e ho cercato di farlo capire.»
Sempre nell’intervista, rivela di essersi sempre sentita diversa anche all’interno della sua cerchia di amici gay. Percepiva in loro un senso di mascolinità che non sentiva suo, non riusciva a connettere pienamente neppure con loro. Continua raccontando delle angherie dei fascisti, di come fingessero di essere interessati a lei e ai suoi amici per poi abusare di loro e picchiarli. «Io fortunatamente ho beccato solo due schiaffoni, ma a un mio amico hanno tagliato tutti i capelli>> per poi ustionare il suo sedere con del catrame bollente.»

Raffigurazione di Lucy Salani, l'unica donna trans italiana a sopravvivere i campi di concentramento nazisti
Fduriez, CC BY-SA 4.0 via Wikimedia Commons

La fuga costante della Seconda Guerra Mondiale

Allo scoppio della guerra, prima della transizione di genere che avrà luogo solo negli anni ‘80, fu chiamata in servizio dall’esercito italiano. Cercò di sfuggire alla leva obbligatoria dichiarando la sua omosessualità, ma nessuno le credette e fu spedita al fronte. Dopo l’armistizio italiano dell’8 settembre del 1943 disertò fuggendo.

Durante l’occupazione nazista in Italia, fu costretta a unirsi alle truppe fasciste, ma disertò nuovamente. Venne scoperta, processata e ricevette la grazia dalla pena di morte per fucilazione. Fu così mandata nel campo di lavoro forzato di Bernau, in Germania. Riuscì a scappare ancora una volta, ma fu di nuovo scoperta e catturata. A quel punto, fu imprigionata nel campo di concentramento di Dachau, dove fu contrassegnata con il triangolo rosso, cioè il simbolo riservato ai prigionieri politici e ai disertori, perché, nonostante Lucy si fosse dichiarata omosessuale durante la visita medica, ancora una volta nessuno le credette, ma questo è il primo degli episodi che le permetterà di sopravvivere al campo di sterminio.

Infatti, quando Dachau fu liberata dalle truppe statunitensi, i soldati nazisti iniziarono a sparare sui prigionieri dalle torrette e Lucy fu colpita da un proiettile nella gamba. Svenne e il suo corpo rimase nascosto e al sicuro tra i cadaveri fino alla completa liberazione del campo. Probabilmente se i fatti si fossero svolti diversamente avremmo perso la sua preziosissima testimonianza.
Lucy raccontò così nel documentario la sua prigionia a Dachau: «In quel campo di concentramento è iniziato il vero Inferno. Quello di Dante non era nulla a confronto.» E continua: «Sono già tornata tre volte a Dachau dopo la liberazione e tutte le volte provo una sensazione che non riesco a descrivere. Ho un blocco e mi continuano a scendere le lacrime… È impossibile dimenticare e perdonare. Ancora alcune notti mi sogno le cose più orrende che ho visto e mi sembra di essere ancora lì dentro e per questo voglio che la gente sappia cosa succedeva nei campi di concentramento perché non accada più.»

Il Dopoguerra tra Roma, Torino e le grandi capitali europee

Al rientro in Italia, Lucy iniziò a “scatenarsi”, come ha rivelato lei stessa nell’intervista a Oggi è un altro giorno. Ha avuto molti amanti, ha viaggiato finché non ha compiuto 90 anni, ha frequentato feste e discoteche insieme alla comunità trans che stava emergendo proprio in quegli anni.

Porpora Marcasciano, storica attivista trans e attuale presidente del Movimento Identità Trans, nel suo articolo per Il Manifesto, racconta così questa fase della vita di Lucy Salani: «[…] dopo quel buco nero, vaga tra Italia e Francia, anzi Parigi, la città più accogliente per una persona come lei: avanspettacolo, appuntamenti, lavoretti vari, l’arte della sopravvivenza.» Negli anni Sessanta, a Casablanca, si opera, ma non vuole cambiare il suo nome neanche dopo il 1982 quando, dopo l’approvazione della legge 164, avrebbe potuto. Marcasciano racconta: «Il nome me l’hanno dato i miei genitori, ed è giusto così”, ripeteva».

Al momento della sua morte, infatti, portava ancora il nome di Luciano. «Il mio nome è prezioso – spiega nel documentario – Me l’hanno dato i miei genitori, è sacro. Perché una donna non si può chiamare Luciano?»

Nel luglio del 2022 il Comune di Bologna le assegnò il riconoscimento della Turrita di bronzo come “testimone di libertà e resistenza”. Perché, continua Porpora, «tutta la comunità trans ed LGBT+ vede in lei sia in vita che in morte il simbolo della resistenza, della libertà, dell’autodeterminazione contro tutte le sopraffazioni che oggi più che mai attanagliano le libertà e il processo di crescita di un paese. Lucy ci ha sconvolte per il suo ottimismo, la sua vivacità, la sua forza ed ora che non c’è più resterà per noi icona e presidio di resistenza, resilienza e favolosità».

Il MIT, in un post commemorativo su Facebook, la ricorda così: «Ci ha lasciatə Lucy Salani: con lei se ne va un un faro straordinario della nostra storia; una testimonianza fondamentale del nostro passato; un esempio unico di resistenza e resilienza Trans. Con Lucy perdiamo la viva voce dell’unica donna trans sopravvissuta alla barbarie dei campi di sterminio; un monumento a quella lotta antifascista che oggi più che mai dobbiamo fare nostra. Ciao Lucy: grazie per la tua forza, per la tua storia e per l’immensa eredità che ci lasci è che avremo cura di tramandare, con amore, come tu hai fatto con noi».

Ciao Lucy, grazie per averci dimostrato che possiamo invecchiare pur essendoci, resistendo.

Rebecca Bellucci

Toscana trapiantata a Bologna. Laureata in Scienze della Comunicazione, ma nerd di politica internazionale. Vivo tra un’assemblea e l’altra. Combatto il capitale scrivendo, rovinando pranzi di famiglia e lavorando a maglia. Traditrice del binarismo di genere, lesbica e transfemminista.

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