cold war


Un successo internazionale rischiava di inchiodare l’inquieto Paul Pawlikowki che con intelligenza ed un pizzico di fortuna ha dato luce ad un altro film di successo pluripremiato come “Cold War”.

La verità è che il regista polacco con il successo del film “Ida” rischiava di di essere ricordato esclusivamente per questo film che, a dirla tutta, basterebbe allo stesso per rientrare nella memoria cinematografica. Certamente i due film “Ida” e “Cold War” hanno in comune diversi aspetti: dalla scelta geografica ad un bianco e nero sgranato che lascia il posto ad una immagine nitida, elegante, da confonderla con dei reali fotogrammi sospesi; il bianco e nero riprende quella che risulta essere una caratteristica del cinema polacco, evidente, inoltre, l’influenza parigina che si esprime nella densità e nella profonda espressività e bellezza delle immagini dall’aspetto neorealista.

“Cold War” è sì la storia di un amore complicato e tormentato, ma le sue radici nascono in un contesto socio – politico molto particolare tra gli anni ’60 e ’70, in cui esistevano, di fatto, due Europe. Un continuo dualismo che ritroveremo lungo l’intero film, passando, oltretutto, dal genere musicale tradizionale di quell’epoca al jazz parigino. In questa Polonia annichilita, spenta, nascerà l’amore tra i due protagonisti Wiktor e Zula, il primo impegnato alla realizzazione di un coro affinché si potesse valorizzare il patrimonio culturale del proletariato polacco, dall’altra parte Zula, una giovane ribelle dal passato ingombrante che cercherà una possibilità nella moltitudine del coro senza rinunciare alla propria indipendenza ed unicità. Le due necessità si incontreranno: Wiktor riconoscerà in Zula del talento arruolandola nel coro; un’attrazione fatale, di quelle in cui le parole sono troppe e gli sguardi mai abbastanza, di quel dualismo che andrà ad accordare i successivi eventi e a scandire le note più alte, a momenti in cui la suspense sarà così alta da temere che il film ci lasci impantanati in una non fine.

cold war

Mai banale, dal respiro breve, a leggere possibilità di fruibilità come nelle varie scene di sesso: forse utilizzate proprio per dare una ventata di sentimentalismo più pragmatico, perchè in “Cold War” non c’è spazio per le lacrime, non c’è spazio per i facili buonismi e per scene mielose, è uno di quei film in cui bisogna intravedere il non detto nel volto inespressivo di un uomo come Wiktor. Bisogna, invece, mettere ordine all’espressività e all’emotività di una giovane donna come Zula che presto dimenticherà le proprie origini contadine, per poi ricercarle trovandosi disorientata nella realtà parigina in seguito alla relazione con Wiktor.

Un Pawlikowski che non lascia scampo allo spettatore che si deve rendere protagonista colmando i vari spazi, unendo i vari fili fino a giungere ad una immagine credibile che possa dare significato; il regista polacco ha levigato tanto il film che lo ha reso sempre così interessante da non presentare eccessiva noia da attesa. In “Cold War” c’è un sottile gioco di specchi che tenderà a farsi beffa dello spettatore, ma lo apprezzerete fino a sorridervi per non averlo notato al momento. Ma non importa, ci sarà uno strappo così netto che non avrete il tempo di ragionarvi sopra, Pawlikowki vi farà precipitare in uno dei momenti più attesi della prima parte del film.

Perchè tanto sibillismo? Innanzitutto potrebbe esserci un qualche ritardatario del caso e non mi piacerebbe come si usa dire – spoilerare – e inoltre, rendere parlato un film che invece merita una attenzione spirituale. Se ha un difetto? Le pellicole colme di ellissi temporali rischiano di disorientare lasciando lo spettatore in un possibile empasse da cui è difficile uscirne. Insomma, sicuramente un cinema autoriale al suo massimo splendore!

Bruna Di Dio

1 commento

  1. È una recensione che lascia intatto il desiderio di vedere il film dopo averne tratteggiato le linee portanti. Sembra quasi collocare, là dove serve, i punti di attenzione propedeutici alla visione.
    Uno scritto da cui traspare passione e fine capacità di osservazione. E l’arte della recensione non è accessibile a tutti.

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