profezia, torino

“Le venti giornate di Torino” è stato definito dai critici «l’unico, autentico romanzo maledetto italiano». Un viaggio di andata verso l’inferno. Una profezia che si avvera.

Le venti giornate di Torino, inchiesta di fine secolo è uscito per la prima volta nel 1977, ma solo recentemente è diventato un caso letterario grazie ad una casa editrice americana, la W. W. Norton and company, che ha recuperato e pubblicato il libro nel 2017, con la traduzione dell’australiano Ramon Glazov, mentre in Italia con le Edizioni Frassinelli.

Se stupisce il fatto che dopo quarant’anni un libro possa avere fortuna, risulta ancor di più stupefacente leggerlo, perché sembra davvero scritto ai giorni nostri,  tanto da risultare un’enigmatica profezia. È davvero curiosa la sensazione che si prova in quanto la narrazione ha una modernità inattesa e le descrizioni della città o delle abitudini di vita sembrano perfettamente calate ai giorni nostri, quasi come se l’autore avesse previsto il successo postumo o, ancora più forte, avesse avuto delle visioni del futuro. Leggere questo libro lascia addosso una leggera inquietudine perché tanti sono gli aspetti che contribuiscono a creare una sottile angoscia e sono presenti intuizioni profetiche di grandissima attualità.

Ma c’è un aspetto a incuriosire e stupire più di tutti. La Biblioteca è il luogo simbolo di questo romanzo pieno di domande senza risposta. Non una classica biblioteca, ma un posto dove ogni privato cittadino può portare un proprio scritto che diventa pubblico, ma deve lasciare i propri riferimenti in modo che chiunque può recuperare pagando un corrispettivo (e quindi scoprire la connessione tra scritto e autore).

“Capolavori capitati per caso”.
“Manoscritti le cui prime cento pagine non rivelavano alcuna anomalia, e poi a poco a poco 
franavano verso abissi di follia senza fondo”.
“Altri invece concepiti con puro spirito di cattiveria”.
Non ricorda qualcosa? Questo luogo, oltre a anticipare il self publishing, è la descrizione di Facebook ante litteram. Cattiveria e gestione dei big data compresi. Se non è una profezia questa.
“Il frequentatore tipico della Biblioteca era un individuo timido, desideroso
 di approfondire la propria solitudine e di farla pesare al massimo sugli altri”.
La stessa solitudine, associata ad una buona dose di voyeurismo che ritroviamo quotidianamente sui social. L’autore aveva previsto tutto. Conoscendo la sua biografia, non stupisce: non a caso sua figlia in una recente intervista ha dichiarato che oggi suo padre sarebbe stato un divo di Facebook.

Giorgio De Maria nasce nel 1924 e muore nel 2009 dopo una, dieci, cento vite vissute pienamente e concluse tra alcool e pazzia: De Maria ha fatto parte dal 1958 al 1965 del Gruppo “Cantacronache” con Calvino e Amodei, nato per lavorare sul recupero e rinnovamento della canzone italiana (sulla scia degli chansonnier francesi come Jacques Prévert); è stato critico teatrale per l’Unità torinese, ha lavorato alla RAI e anche alla FIAT, commediografo, scrittore (4 romanzi, un saggio e un’opera teatrale), musicista, traduttore e insegnante di lettere. E infine uomo alla deriva, che non ha saputo gestire i suoi demoni, forse gli stessi che ritroviamo nel libro. Per questa opera è stato paragonato a Edgar Allan Poe o a Lovecraft, e il paragone non è per nulla esagerato.

La storia narrata in “Le venti giornate di Torino” è surreale e concreta allo stesso tempo: parte in sordina, ti conquista, ti inquieta e ti lascia alla fine con mille domande, proprio come una profezia.

Un investigatore riapre un’indagine (non si sa perché e per chi) su un fenomeno misterioso iniziato il 3 luglio di dieci anni prima a Torino: per venti giorni, in città è stata oggetto di strani omicidi, violenti e orribili, con un’insonnia di massa che ha reso gli abitanti dei simil-zombi vaganti di notte per le vie del centro, tra urla inquietanti e figure grandi, grigie e pericolose. Che cosa è successo davvero in quelle venti giornate? E soprattutto, c’è un nesso tra gli omicidi e la Biblioteca, questo luogo di catarsi psicologica, dove i promotori dell’iniziativa sono ragazzi giovani, carini, ben vestiti e rassicuranti?

L’investigatore capisce presto che si è messo sull’indagine sbagliata: colpi notturni alla sua porta, personaggi che lanciano messaggi per strada, altri che muoiono, incubi che crescono, forze oscure mai scomparse che si manifestano senza mai chiarire chi sono. Tutto diventa un pericolo, in un crescendo di ansia e paura. Chi sono queste figure, grigie e imponenti, che girano per la città di notte combattendo tra loro utilizzando le persone come armi per la lotta?

Tutto attorno la città, la Torino più sotterranea e magica che mai, un set perfetto per dar vita agli incubi (e luogo perfetto per una profezia). Torino, che è famosa per far parte del triangolo magico, con Lione e Praga, è nascosta, misteriosa, a tratti dolcissima e a volte inquietante: De Maria coglie tutta l’anima di questa città e la fa diventare parte integrante della storia, nella descrizione dei viali alberati e della collina, di hotel conosciuti ai torinesi,  o piazze centrali ma non così evidenti, in primis piazza Paleocapa. Una Torino che diventa pericolosa a causa delle sue statue: ecco i personaggi pericolosi e forti che respirano e animano gli incubi notturni, forse stufi di passare inosservati nella vita quotidiana.

Torino vive anche nel carattere dei personaggi: cortesi ma diffidenti, difficili da decodificare, ma apparentemente accoglienti. Un particolare: ogni persona descritta nel libro vi rimarrà impressa. La suora, la sorella, il sindaco Bonfante (che altro non è che la descrizione gentile del vero Novelli), l’avvocato, il critico letterario, l’amico musicista. Una collezione di animi umani in costante tensione che appaiono e scompaiono, alimentando il dubbio e la paura.

Giovanni Arduino ha scritto “Il Diavolo è nei dettagli, la storia delle venti giornate di Torino”, raccontando una serie di ricordi, coincidenze ed enigmi, che contribuiscono a rendere il libro ancora più affascinante. “Le venti giornate di Torino” è l’ultimo libro di Giorgio De Maria: dopo non ha più scritto romanzi. Il mistero di questo libro continua.

Serena Fasano

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