Fenoglio ventitré, fonte: http://anviagi.it/beppe-fenoglio
Fenoglio ventitré, fonte: http://anviagi.it/beppe-fenoglio

Il 1952 è la data dell’esordio letterario di Beppe Fenoglio con l’opera I ventitré giorni della città di Alba. Si tratta di una raccolta di dodici racconti di cui sei narrano della vita partigiana, sei di quella di campagna. Fenoglio ci avvolge con una prosa dettata dalla leggerezza e dalla rapidità, un’urgenza cronistica sfumata da una lieve malinconia e da quel legame emotivo che solo un testimone di un’epoca storica può far emergere. La pubblicazione de I ventitré giorni suscitò in alcuni critici una reazione negativa: l’assoluta mancanza di retorica nel racconto è interpretata come dissacrazione della Resistenza. Ma Fenoglio vuole invece, con il suo stile misurato, dipingere l’uomo con tutte le sue luci e le sue ombre, porre una lente di ingrandimento sui suoi personaggi per delineare una storia che non ha mai avuto eroi sacri e puri.

Quest’opera è il punto di arrivo di un ostinato esercizio di scrittura applicato all’esperienza della ferocia lotta di liberazione che Fenoglio combatté sulle Langhe. A dare il via alla raccolta è proprio Ventitré giorni della città di Alba, un racconto strutturato su due ampie sequenze plasmate su un ritmo cinematografico, che gioca su elementi visivi e sonori (come il suono delle campane o i “singhiozzi nel buio” che svegliano i partigiani nel cuore della notte). Qui si inserisce un breve intermezzo di paura, presto fugata dall’intervento dei partigiani contro un tentativo di rientro nella città dei fascisti.
La narrazione di Fenoglio si dipana tra il centro della città di Alba, teatro di vicende militari, e la campagna con le colline circostanti. Si intravede nella struttura del racconto una sorta di legge delle sequenze opposte, come in alcuni racconti successivi, per esempio come ne L’andata.
Fu la più selvaggia parata della storia moderna: solamente di divise ce n’era per cento carnevali”.
Fenoglio descrive così la pittoresca sfilata dei partigiani e il loro diverso affaccendarsi per la città (negli studi fotografici, nei postriboli, ai distributori di carburante) con rapidi tratti ironici che carpiscono ogni forma di esibizione di potere. Il critico Giorgio Barberi Squarotti individua in questa rappresentazione l’indignazione e la disperazione ancora vive nell’autore per la perdita della città 23 giorni dopo la liberazione.
Altri racconti, come Quell’antica ragazza, Pioggia e la sposa, pur essendo differenti e aperti apparentemente ad altre tematiche, hanno il compito di anticipare qualche scheggia gli eventi più cupi vissuti dai partigiani.

Ancora, Fenoglio, in Ventitré giorni, riesce a delineare la vita dei giovani, gusci vuoti terrorizzati dall’andare in guerra e\o traumatizzati dalle trincee. Ettore va a lavoro sono le radici da cui nascerà La paga del sabato, racconto in cui l’autore racconta della difficoltà di reintegrarsi in società dopo una quotidianità fatta di violenza e di quanto sia semplice perdere la bussola pur di dimostrare di valere ancora qualcosa, seppur il mondo intanto sia andato avanti e non si è mai fermato per attendere il tuo adattamento.
È invece in La malora (1954) che i rapporti umani sono resi con la più nuda spietatezza, anche laddove i legami d’amore (tra marito e moglie), quelli di sangue (tra padri e figli) e quelli lavorativi dovrebbero mostrare un lato più umano e affabile. Vittorini invitò Fenoglio a ripercorre i suoi passi poiché sembrava stesse imboccando la strada degli ormai datati veristi e naturalisti, soprattutto a causa di quella couche dialettale che mette in moto una cittadina contadina e primitiva, antropologicamente chiusa nella sua realtà ancestrale. Questo tipo di atmosfera linguistica si affaccia, timida, in Un altro muro. Ma qui Fenoglio, che pur essendo spesso paragonato a Pavese perde del tutto la forza evocativa e mitica, racconta di Max, un disperato che parla e ragiona solo di vita e di morte. Gli ideali politici, il patriottismo, la forza della storia evaporano di fronte alla speranza della sopravvivenza e alla fuga da una realtà in cui chi la abita è costretto a perpetuare violenza.

Alessia Sicuro

Laureata in lettere moderne, ha in seguito ha conseguito una laurea magistrale alla facoltà di filologia moderna dell'università Federico II. Ha sempre voluto avere una visione a 360 gradi di tutte le cose: accortasi che la gente preferisce bendarsi invece di scoprire e affrontare questa società, brama ancora di tappezzare il mondo coi propri sogni nel cassetto. Vorrebbe indossare scarpe di cemento per non volar sempre con la fantasia, rintagliarsi le sue ali di carta per dimostrare, un giorno, che questa gioventù vale!

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