salute mentale
Fonte immagine: LiveUnict

La salute mentale è il nostro equilibratore interno, quello che determina le coordinate con cui interpretiamo il mondo ed il modo in cui ci rapportiamo ad esso. La salute mentale, il bisogno che, più di tutti, ignoriamo. In Italia, circa 1 persona su 3 soffre di un disturbo mentale, ma parlare di prevenzione e cura, anche per lo Stato, è ancora un tabù. Più forte della naturale propensione a stare bene, più forte dell’istino di sopravvivenza, è il complesso ed articolato sistema di pregiudizi nel quale viviamo.

Immaginate una struttura poggiata su basi solidissime, su un intricato sistema di colonne, di assi, di sostegni a più gambe. Al vertice, di questa complicata struttura, l’assunto incontrovertibile: “stiamo tutti bene”. Alla base, a sgusciare, rincorrersi, a nascondersi nelle pieghe e negli anfratti più nascosti, i pensieri ricorrenti, i preconcetti, i giudizi.

Se hai un disturbo mentale, sei pazzo. Se vai da un terapista, sei malato. Se hai bisogno di aiuto, sei un fallito. In Italia la salute mentale è ancora un tabù. Lo è per chi soffre di qualche disturbo, lo è per i familiari. Lo è per la gente che sussurra, bofonchia, parlocchia e alimenta lo stigma della terapia. E così, chi ha disturbi, preferisce tenerlo nascosto, ignorare il problema o affidarsi solo a trattamenti farmacologici.

Cosa succede in Italia?

Secondo quanto riportata dal quotidiano Repubblica, in Italia sono circa 17 milioni le persone che soffrono di un disturbo mentale e, tra questi, quasi 3 milioni quelle che riportano sintomi depressivi o legati all’ansia.

Numeri in aumento, soprattutto nel periodo post pandemico, che non corrispondono però ad un equivalente aumento di accesso a trattamenti psicologici. Al contrario, ad aumentare, in maniera quasi proporzionale, l’utilizzo di ansiolitici o antidepressivi.

Uno squilibrio che, come dicevamo, molto ha a che fare con la concezione che, ancora oggi, si ha del ricorso ad una figura medica per la cura di “fragilità” mentali. Ma uno squilibrio determinato anche dalla penuria di psichiatri o psicologi messi a disposizione del servizio sanitario nazionale: 17 ogni 100mila persone, come riportato da Openpolis. Una cifra nettamente inferiore rispetto a quella di paesi come Germania, Lituania, Paesi Bassi e Francia.

Un problema, quello della mancanza di personale medico specializzato nel servizio sanitario nazionale che riguarderebbe soprattutto gli psicologi e che, da tempo, ha determinato iniziative di settore e sollevato richieste di maggiori assunzioni nel SSN per fare fronte alla crescente domanda di trattamenti terapici. E, se non è possibile accedere ad un trattamento psicologico, qual è la soluzione più semplice? Assumere farmaci.

È ancora Openpolis a descrivere questa nuova emergenza. Come riportato da un recente studio, a partire dal 2010, in Europa ci sarebbe stato un crescendo nell’utilizzo di antidepressivi a cui si sarebbe accompagnata anche una semplificazione nell’ottenimento degli stessi. Succede così che farmaci da assumere per pochi mesi, diventino una terapia costante, con il rischio di sviluppare assuefazione o dipendenze anche gravi.

Salute mentale, un Giano bifronte

Se da una parte lo Stato, la sanità, le strutture preposte non giocano attivamente il proprio ruolo nella scelta tra rimedio farmacologico e trattamento psicologico, dall’altra ci siamo noi e la nostra difficoltà nell’ammettere di aver bisogno di aiuto per ritrovare l’equilibrio nella propria salute mentale.

Noi, che non ci accorgiamo che quell’insieme di certezze, vere o presunte, che si portano dietro, quell’insieme di convinzioni su cui hanno costruito la loro quotidianità poggia in realtà su un terreno fragilissimo: noi stessi.

Siamo come quei castelli dei bambini nelle recite scolastiche: bellissime superfici puntellata qua e là da sostegni più o meno robusti. Non ci sono – non sempre, almeno – colonne mastodontiche, architravi imponenti a fare da sostegno. Solo piccole asticelle di legno, che scricchiolano, ogni tanto non reggono, si scheggiano e noi lì, pronti a rammendare, a trovare una soluzione temporanea che, per un po’, può sembrarci definitiva. Ma non lo è. Non lo è mai.

Ed invece quanto è liberatoria la fragilità, quanto è sana l’ammissione, sincera e autentica, di aver bisogno di aiuto. Ottusi come siamo, deperiamo nel pregiudizio, nello stigma sociale. In una società dell’apparire, che ci vuole perfetti, performanti, produttivi in ogni momento della nostra vita, non c’è spazio per gli stati emotivi e per la preservazione della salute mentale.

Riconosciamo la fragilità per opposizione: tutto ciò che non è indice di forza d’animo, risolutezza, perfezione nell’agire e nel pensare, coincide con la debolezza. Se non siamo in grado di autodeterminarci, di stare al passo con i canoni morali, comportamentali ed estetici della società nella quale viviamo, siamo sbagliati, irrimediabilmente votati al fallimento. Siamo fragili perché incassiamo, perché riconosciamo di avere, a volte o sempre, bisogno di qualcun altro. E non ci sta bene. Allora corriamo ai ripari: impariamo presto che la via più facile, quella in grado di darci i risultati nel minor tempo possibile è il ricorso al farmaco.

Curiamo il sintomo della salute mentale, senza risalire alla causa. Perché ciò che ci interessa davvero è soffocare solo la manifestazione del nostro disagio, e tornare ad essere efficienti. E ci interessa farlo in quella che è la misura che ci è concessa per respirare e pensare a noi: il minor tempo possibile.

Se dobbiamo suscitare invidia, dobbiamo rigettare la debolezza. Se non vogliamo poggiarci a nessuno non abbiamo che un modo per sopravvivere: soffocare noi stessi, mettendo a tacere il dolore che ci urla dentro. Bisognerebbe educare ad accettare il fatto che non è colpa nostra.

Non è colpa nostra se sentiamo il cuore battere fino ad impazzire, se lo sentiamo salire in gola, mentre le mani diventano fredde e la testa si svuota. Non è colpa nostra, se la notte non riusciamo a dormire perché i pensieri sono più pesanti del sonno e la paura è più opprimente della stanchezza.

Non è colpa nostra se ci assale il nero dell’umore e ci accorgiamo di preferire il non parlare, il non vedere, il non sentire. Se non riusciamo ad essere, se abbiamo smarrito la strada o ci siamo smarriti su strade che non pensavamo di dover attraversare. Non è colpa nostra se il punto di rottura è più vicino di quanto ci saremmo aspettati. La fragilità non è mai una colpa, la salute mentale tanto meno. Ed è ora che anche il nostro Stato faccia qualcosa per farcelo capire.

5 x mille Survival
Classe 1993, sinestetica alla continua ricerca di Bellezza. Determinata e curiosa femminista, con una perversa adorazione per Oriana Fallaci e Ivan Zaytsev, credo fermamente negli esseri umani. Solitamente sono felice quando sono vicino al mare, quando ho ragione o quando mi parlano di politica, teatro e cinema.

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