Pinocchio la storia del burattino nella versione di Garrone
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Tra le più note storie per ragazzi c’è quella di Pinocchio, il burattino di legno nato dalla penna del fiorentino Carlo Collodi. “Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino” fu pubblicato a puntate dal luglio 1881 e apparve in volume nel 1883 con le illustrazioni di Enrico Mazzanti. Numerose, da allora, sono state le edizioni, le ristampe e le traduzioni, così come gli adattamenti cinematografici. L’ultimo lavoro per il grande schermo porta la firma del cineasta romano Matteo Garrone, già regista di Gomorra (2008), Il racconto dei racconti (2015) e Dogman (2018), per citare i più famosi.

Il Pinocchio di Garrone: un’impresa riuscita?

«C’era una volta… – Un re! – diranno subito i miei piccoli lettori. No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno.»

(incipit de “Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino”, Carlo Collodi)

A quanti, tra adulti e bambini, risulta familiare questo incipit? Entrato nell’immaginario collettivo, Pinocchio ha conquistato intere generazioni e continua a suscitare forti emozioni. Uno dei lettori più affezionati è proprio Matteo Garrone, che a La Repubblica dichiara: «Avevo 6 anni quando ho iniziato a disegnare Pinocchio». Nel 2019 infatti regala al grande pubblico il “suo” Pinocchio, che non può non innescare un confronto quasi immediato con un suo illustre, seppur lontano, antecedente: lo sceneggiato di Luigi Comencini trasmesso nel 1972.

Nel Pinocchio di Garrone l’ambientazione oscilla tra la Toscana povera del tempo, abitata da gente con abiti logori e intenta a lavori umili, e un mondo fiabesco che pullula invece di creature e situazioni fuori dall’ordinario. Ma mentre Comencini ha restituito magistralmente la povertà dei personaggi e dei luoghi (basti pensare a Nino Manfredi nella casacca di Geppetto), Garrone ha puntato maggiormente sulle coloriture fiabesche e dark della storia. Non mancano dettagli realistici degni di nota, come la rovina dove risiede il palazzo di giustizia o lo stesso borgo dove nasce Pinocchio: la fotografia di Nicolaj Brüel ha esaltato i colori più vicini alla terra e al legno, calando lo spettatore in luoghi modesti, fumosi, polverosi.

Alcuni elementi nella versione di Garrone scricchiolano, spesso visibilmente. Dei difetti maggiori fanno le spese personaggi centrali nella storia. Primo esempio è il grillo parlante, interpretato da Davide Marotta, che sembra aver perso un po’ lo spessore dell’aiutante a cui eravamo abituati per diventare una piccola creatura che si lamenta, per di più con un marcato accento napoletano. Mangiafuoco, a cui sono dedicate scene rapide e poco incisive, rimane impresso principalmente per l’attore a cui è stata affidata la parte, Gigi Proietti. E poi stupisce l’aspetto angelico e innocente di Lucignolo, che non riesce a esternare a pieno la sua natura di monello e disubbidiente. Le scene a scuola e per strada si sforzano di rispecchiare il legame tra Lucignolo e Pinocchio, che li porterà entrambi al Paese dei Balocchi.

Non tutto il casting ha rivelato delle crepe. Roberto Benigni, che nel suo film del 2002 aveva interpretato il burattino di legno, nel 2019 diventa un padre amorevole e generoso, invecchiato e stanco. Al suo fianco recita il piccolo ed espressivo Federico Ielapi, che ha esordito in Quo vado? di Checco Zalone e su cui Mark Coulier ha eseguito un trucco da togliere il fiato. D’altronde l’esperto di trucco protesico aveva già dato brillante prova delle sue capacità nei film di Harry Potter, X-Men e Il ritorno della mummia. La sinergia tra Benigni e Federico Ielapi si sposa quindi con il trucco che su Geppetto enfatizza i segni della vecchiaia e del lavoro, e su Pinocchio marca ogni venatura e sfumatura del legno. La scena iniziale in cui Pinocchio pronuncia squillante la sua prima parola, «Babbo!», e Geppetto lo fissa esterrefatto è forse quella che meglio racchiude da un lato la maestria del trucco, e dall’altro il legame umano che oltrepassa ogni componente materiale. Lo stesso effetto è ben visibile sulle marionette di Mangiafuoco.

A elevare i toni del film è anche la galleria di animali dalle sembianze umane che costituiscono uno dei pregi del Pinocchio di Garrone. Si passa dal giudice-scimmia alla Lumaca, che si muove con agilità negli interni della casa della Fata Turchina (dall’arredamento sontuoso ma pieno di polvere e poco illuminato), per arrivare ai becchini-conigli. Lo stile di Garrone emerge con forza nel miscuglio tra realtà e magia: lo aveva già dimostrato ne Il racconto dei racconti e ora con Pinocchio è riuscito a non spezzare quella continuità, avvicinandosi peraltro al testo originale. Fondamentale, a tal proposito, è stata la scenografia di Dimitri Capuani, che ha dichiarato di ispirarsi sia a Enrico Mazzanti (uno degli illustratori di Pinocchio) sia ai pittori macchiaioli per rendere la autentica povertà del mondo collodiano.

È azzardato considerare un grande successo il Pinocchio di Matteo Garrone: il film è sospeso tra zone d’ombra e zone di luce. A rimanere forte e indiscutibile è la persistenza della storia di Pinocchio nell’immaginario collettivo.

Arianna Saggio

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