Malagò

Come se non bastasse l’inconcepibile e preoccupante crisi di Governo sfociata poi nelle dimissioni di Giuseppe Conte, le ultime settimane italiane sono state caratterizzate da una altrettanto inconcepibile discussione politica riguardante il futuro del nostro sport. La partecipazione dell’Italia ai giochi olimpici di Tokyo 2022 è stata infatti messa incredibilmente a rischio a causa di un inspiegabile immobilismo legislativo che trova le sue radici negli eterni dissapori tra il Ministro dello Sport, Vincenzo Spadafora, e il presidente del Comitato Olimpico Nazionale Italiano (CONI), Giovanni Malagò.

Dove tutto ebbe inizio: la riforma del CONI del 2019

Il punto cruciale della vicenda va individuato nella – pur doverosa – riforma del CONI avviata più di due anni fa dal primo governo Conte e fortemente voluta dall’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti. La riforma, in vigore dal gennaio 2019, ha ampiamente ridimensionato il ruolo centrale del CONI nella gestione del sistema-sport, ha rivisto il sistema di governance e modificato le modalità di finanziamento delle varie federazioni sportive nazionali. In particolare, la società operativa del CONI, la Coni Servizi S.p.a., è stata sostituita da una società di nomina governativa, la Sport e Salute S.p.a., dotata di una propria pianta organica di dipendenti e che adesso gestisce gran parte dei contributi destinati dal Governo allo Sport (circa 368 milioni annui). La restante parte di tali contributi (40 milioni) sono invece rimasti di competenza del CONI che li gestisce per la preparazione olimpica di alto livello. Il problema è che questa nuova ripartizione di competenze e questo nuovo sistema di governance non sono piaciuti al Comitato Internazionale Olimpico (CIO), il quale ne ha messo seriamente in dubbio la compatibilità con la Carta Olimpica, secondo la quale le «organizzazioni sportive aderenti al Movimento olimpico devono essere politicamente neutrali» e «i Comitati olimpici nazionali devono preservare la propria autonomia e resistere a pressioni di qualsiasi tipo, incluse quelle politiche». In altre parole, secondo il CIO sarebbero troppe le ingerenze politiche nel nuovo sistema di governo italiano dello Sport e questo lederebbe pesantemente l’autonomia e l’indipendenza del CONI. Alla luce di ciò, il CIO avrebbe potuto deliberare la sospensione dell’Italia dai giochi olimpici nel corso della riunione del Comitato Esecutivo tenutasi lo scorso 27 gennaio.

Malagò
L’ex sottosegretario Giancarlo Giorgetti, artefice della riforma del CONI del 2019, a colloquio con Giovanni Malagò.
Fonte immagine: ilfattoquotidiano.it

Nonostante i diversi inviti del CIO a rivedere la riforma, il Governo non ha mai messo mano ad una rivisitazione della nuova normativa, principalmente a causa degli ormai noti dissapori tra il Ministro Spadafora e il numero uno del CONI Malagò. Già, Vincenzo e Giovanni, proprio loro, che con le loro incomprensioni hanno rischiato di farci andare incontro a delle conseguenze terribili: l’Italia ha infatti rischiato la sospensione dai giochi olimpici di Tokyo 2021. Ciò avrebbe avuto come conseguenza che i nostri atleti non avrebbero potuto partecipare alla tradizionale sfilata della cerimonia di apertura con le divise che rappresentavano il nostro paese e con la bandiera italiana; né avrebbero potuto cantare l’inno di Mameli nel caso di vittoria. Addirittura, era stato messo in dubbio lo svolgimento delle olimpiadi invernali 2026 di Milano-Cortina, con annesse minacce di revoca del maxifinanziamento del CIO di 925 milioni. Conseguenze umilianti che sarebbero state inaccettabili per un paese come il nostro dotato di una tradizione e una storia sportiva che in pochi possono vantare.

Cerimonia di apertura delle Olimpiadi 2018, sfilata degli atleti italiani.
Fonte immagine: eurosport.it

Il Consiglio dei ministri dello scorso 26 gennaio, vigilia del comitato esecutivo del CIO, ha tuttavia sistemato le cose con un decreto last minute adottato grazie ad un intervento diretto del premier dimissionario Giuseppe Conte. Il CONI ha quindi riacquistato la sua indipendenza grazie ad un emendamento con il quale gli è stata “restituita” una propria pianta organica di personale (165 dipendenti). Inoltre, il CONI potrà verosimilmente gestire una somma superiore agli attuali 40 milioni di finanziamenti del Governo. L’intervento in extremis ha ottenuto anche il semaforo verde del CIO, stando alle parole del presidente Tomas Bach che nell’esecutivo del 27 gennaio ha considerato chiuso il caso Italia. Insomma, l’Italia parteciperà alle Olimpiadi regolarmente. Il pericolo è scampato, e finalmente Spadafora e Malagò, i principali artefici di questa impasse, hanno entrambi espresso soddisfazione per il provvedimento. Resta il dubbio sul perché si sia dovuto attendere l’ultimo minuto dell’ultimo consiglio dei ministri di un governo dimissionario per mettere mano ad una riforma ormai in vigore da due anni, pur essendo consapevoli delle gravi conseguenze cui si rischiava di andare incontro.

Di chi è la colpa?

Difficile individuare un solo colpevole in questa vicenda. Tuttavia, si può dire che il mea culpa debba essere senz’altro recitato dai due registi di questo non troppo simpatico teatrino. La verità è che le incomprensioni tra Spadafora e Malagò non sono altro che il frutto della inadeguatezza al ruolo del primo e della voglia di potere dell’altro. Nello specifico, a Spadafora va certamente attribuita la colpa di non aver mai concretamente spinto per l’adozione di una norma correttiva che ribilanciasse l’equilibrio di poteri tra CONI e Governo. Un immobilismo reso ancora più inspiegabile a fronte dei vari solleciti, alcuni dei quali piuttosto duri, del CIO, che in almeno due occasioni (il primo monito si è avuto addirittura nell’agosto 2019) ha avvertito l’Italia delle possibili implicazioni della riforma dello Sport attraverso delle lettere formali. Un immobilismo sfociato nel ridicolo quando ad ottobre 2019 un Dpcm del Governo Conte bis attribuiva al Ministro dello Sport la funzione di “indirizzo e vigilanza sul CONI”, quasi a voler ignorare il monito del CIO e a voler negare il problema legato alla scarsa autonomia del comitato olimpico.

A Malagò, dal canto suo, va attribuita la colpa di essere fin troppo affezionato alla sua posizione, per usare un eufemismo, tanto da non voler accettare qualsiasi tipo di riforma. Una posizione difesa a spada tratta, come dimostrato dalla sua ferma opposizione all’emendamento (poi non approvato grazie all’opposizione del “suo partito”, il PD) che introduceva il limite di mandati a capo del CONI e delle Federazioni sportive nazionali. Malagò, in effetti, non ha mai accettato la riforma dello Sport del 2019 che ha di fatto eliminato la centralità del CONI.

Ma vi è di più, perché questi ha più volte utilizzato il rischio della sospensione dalle Olimpiadi come pretesto per invocare “il ritorno al passato” come unica soluzione possibile per garantire la partecipazione dell’Italia alle Olimpiadi di Tokyo. Eppure, la riforma del CONI era qualcosa che andava fatto, specie alla luce dei risultati disastrosi del nostro calcio negli anni precedenti alla riforma. Calcio che, non serve specificarlo, è il settore che riceve il finanziamento più consistente dallo Stato e che, tuttavia, si porterà dietro per sempre la macchia indelebile della mancata partecipazione ai mondiali del 2018, oltre ad essere un settore di certo non ammirevole in termini di sostegno alle strutture sportive giovanili e locali. Inoltre, vale la pena di ricordare che la riforma del 2019 ha soppresso la discutibile norma che consentiva al presidente del CONI di assegnare il 20% dei contributi statali in maniera discrezionale alle federazioni sportive, le stesse che poi lo eleggono. Insomma, sembra che questo tanto agognato ritorno al passato invocato da Malagò altro non sia che una nostalgia di potere dello storico numero uno del CONI.

Malagò
Il presidente del CONI Giovanni Malagò, in carica dal 2013 e attualmente al suo secondo mandato, sarebbe pronto a ricandidarsi una terza volta.
Fonte immagine: coni.it

Insomma, la situazione era nota da tempo, eppure non si è agito o si è agito male. Tutto si è ridotto ad uno scellerato ed inutile battibecco nel più classico dei teatrini che caratterizzano ormai da anni la politica italiana. A rimetterci in tutto ciò lo è stato lo Sport. Gli occhi dei media sportivi, anche quelli internazionali, sono stati per giorni focalizzati su di noi. Nonostante la figuraccia sia stata evitata, l’Italia è apparsa ancora una volta debole agli occhi della comunità sportiva internazionale, specie per la sua incapacità di dotare lo sport di una struttura governativa ed operativa che sia finalmente efficace.  

Amedeo Polichetti

fonte immagine in evidenza: www.coni.it

Greenpeace

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui