Iniesta

È sempre molto complicato scrivere, parlare, raccontare di personaggi straordinari al punto da aver riempito pagine intere di quotidiani, conversazioni infinite tra appassionati, capitoli e capitoli di libri. L’insidia narrativa – se così possiamo definirla – si nasconde dietro la banalità. Insomma, è Andrés Iniesta. Don Andrés. L’Illusionista. Uno dei più grandi centrocampisti della storia del calcio, che ha vinto tutto quel che è lecito ed auspicabile per un giocatore, che ha incantato per anni chi questo giochino lo diverte profondamente. Vedete? Neanche menzionato poche parole fa e la sfilza di cose retoriche è già arrivata a buon punto. Ma cos’altro si può aggiungere, di nuovo, sul numero 8 del Barcellona?

Se nei libri di fantascienza vi è un patto narrativo implicito tra scrittore e lettore, in cui quest’ultimo si impegna ad astrarsi dalla realtà per divenire parte dell’irrealtà, allo stesso modo, in questa sede, dobbiamo cercare di venirci incontro. Chi scrive proverà a parlare di Iniesta nel miglior modo che il proprio non-talento gli permette, e voi lettori dovrete fare lo sforzo di pretendere che non abbiate la minima idea di chi lui possa essere.

Giocare nelle grandi squadre vuol dire rischiare, pur facendo la propria parte (e molto più), di non apparire quasi mai nei titoli di testa di un notiziario sportivo o di non essere il giocatore che faccia battere forte il cuore dei tifosi, perché il talento non manca. E può anche capitare di essere uno dei giocatori più dotati che si siano mai visti in circolazione ma di giocare nella stessa squadra di uno dei due-tre giocatori più forti della storia del Calcio (leggasi Lionel Messi). È possibile rubare la scena alla Pulce in delle occasioni, è possibile prendersi le luci della ribalta. È impossibile togliergli lo scettro dalle mani. Se giochi nella squadra in cui vi è Leo, non sei nella squadra con Messi, sei nella squadra di Messi. Chiunque tu sia. Se pensi al Barcellona lui è il primo giocatore che affiora nella memoria. E se vuoi giocare con lui (e per lui), il primo passo da fare è accettare di essere un subordinato. È accaduto a Henry e sta accadendo adesso a Suarez. Eto’o ha dovuto lasciargli il posto al centro dell’attacco e Ibrahimovic addirittura si è dovuto accomodare in panchina. Ronaldinho è stato accompagnato alla porta da Guardiola e Neymar ha dovuto accompagnarsi da sé per dimostrare di essere a quel livello e uscire dall’ombra.

E così, non importa quanto straordinario sia il tuo apporto alla causa, l’attenzione principale sarà sempre rivolta al ragazzo argentino nativo di Rosario. È il lato negativo di dover dividere lo spogliatoio, il campo e – per quanto riguarda Iniesta e Xavi – la parte più importante della tua carriera. Sue sono le prime pagine dei giornali, suoi sono i Palloni d’Oro. Anche se segni il gol decisivo ai supplementari nella finale dei Mondiali.

È senza dubbio un privilegio giocare con Messi ma è altrettanto facile comprendere quanto sia complicato per chi non è Messi essere continuamente messo in secondo piano. Forse è per questo motivo che Iniesta è riuscito a coesistere con Leo più di qualunque altra superstar: lui non vuole essere una stella. O meglio, lo è ma non gli è mai interessato essere considerato tale. Lo ha dimostrato sempre con il suo profilo mai esibizionista, un look mai eccessivamente curato, le uniche parole che sono uscite dalle sue labbra sono sempre state di supporto e mai di polemica. In un mondo molto social, Don Andrés non ha mai sovraesposto se stesso, indice di una timidezza e di una quasi atipica modestia per un personaggio della sua caratura.

La personalità, la forza, l’intraprendenza: ha sempre lasciato che fosse il campo a farle venire fuori. Quando è entrato ne La Masia da bambino, ha raccontato, i primi tempi non faceva altro che stare al telefono con la propria famiglia, perché sentiva la loro mancanza, perché era innaturale che un 12enne dovesse crescere lontano dai propri genitori. Ma non ha mai mollato. Non si è mai lasciato vincere dai dubbi e dalla nostalgia. “Vivere il sogno” è più difficile di quanto si possa immaginare, perché devi crescere personalmente, trovare il tuo posto nel mondo e affermarti professionalmente allo stesso tempo. Molti ragazzi mollano, non reggono la pressione. Il giovane Andrés, invece, non ha mai dubitato delle proprie qualità, neanche quando nelle prime uscite con la squadra maggiore gli veniva chiesto se la sua mancanza di fisicità lo avrebbe penalizzato, considerando il ruolo. Lui alle critiche, alle polemiche non ha mai dato molto peso; ha sempre e solo lavorato per diventare il miglior giocatore possibile. E alla fine è divenuto il perno centrale di una delle squadre più forti di sempre, sia a livello di club che di nazionale.

IniestaIniesta appartiene a quella ristretta sfera di giocatori che non verranno ricordati per i numeri, i trofei, i “momenti”. Certo, tutti noi avremo sempre nella mente il gol a tempo scaduto a Stamford Bridge o il destro incrociato che ha battuto Stekelenburg nella notte di Johannesburg. Ma sarebbe fin troppo riduttivo collocarlo solo a dei singoli frangenti. Iniesta ha espresso come pochi altri il concetto di semplicità nel calcio ed è riuscito ad elevarlo ad arte. Le sue serpentine tra gli avversari, la sua capacità di perdere quasi mai la sfera non sono mai state solo frutto del puro talento ma di una logica, di saper leggere prima degli altri cosa avvenisse. Il calcio come gli scacchi è un gioco di letture, di azione e reazione. E pertanto, si gioca innanzitutto con la mente e poi con i piedi. Tanto che Vicente del Bosque un giorno lo paragonò a Federer per la sua capacità di non faticare mai durante la partita, tanto è gigante la sua disinvoltura nel giocare.

Come prevedibile, alla notizia del suo addio al calcio europeo sono piovuti elogi e ringraziamenti da parte di tutto il mondo del calcio, dai tifosi “rivali” del Real che nel 2015 gli dedicarono anche una standing ovation – che tra i giocatori azulgrana hanno ottenuto solo Maradona e Ronaldinho – a quelli dell’Espanyol, che mai hanno dimenticato l’amicizia che ha legato Andrés a Daniel Jarque, capitano dei periquitos scomparso nell’estate del 2009. E ci mancherà, inutile dirlo. Quando il 20 maggio saluterà per l’ultima volta il Camp Nou da capitano e con l’ennesimo trofeo, non lascerà soltanto uno dei migliori centrocampisti che si siano mai visti ma una persona che tutti rispettano profondamente per le sue qualità umane.

Ecco, probabilmente, pur provandoci con tutto me stesso, il tentativo di sfuggire alla banalità è fallito. E sapete cosa vi dico? Che va bene così, perché la banalità sarà pure noiosa ma molto spesso rappresenta il modo più semplice per esprimere un concetto reale. E cosa c’è di più reale dello straordinario talento di Andrés Iniesta di cui siamo stati testimoni?

Michele Di Mauro

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