...A Toys Orchestra, vent'anni a suon di pop rock

Gli ... A Toys Orchestra sono un gruppo musicale pop rock campano formatosi nel 1998 ad Agropoli (SA).

La band è formata da Enzo Moretto (Vocals, Guitar, Piano, Synth), Ilaria D’Angelis (Vocals, Piano, Synth, Guitar, Bass), Raffaele Benevento ( Guitar, Bass, Backing Vocals), Julian Barrett ( Piano, Synth, Guitar, Bass) e Andrea Perillo (Drums, Percussions and Loops). Il primo disco ufficiale della band Job risale al 2001. In vent’anni circa di carriera, i toys non si sono mai fermati e hanno pubblicato sette abum e un EP. Grazie al loro modo di far musica, che unisce un sound pop rock ad una verve melodica e compositiva molto particolare, gli …A Toys Orchestra sono riusciti a ritagliarsi un’importante fetta di pubblico sia in Italia che all’estero.

La redazione di Libero Pensiero News ha avuto il piacere di intervistare il frontman degli …A Toys Orchestra, Enzo Moretto, che ha cortesemente risposto ad alcune nostre domande. Di seguito l’intervista completa.

Come e quando avete deciso di dare vita al vostro progetto? A cosa è dovuta la scelta del nome “… A Toys Orchestra”?

«Il progetto, nella sua forma embrionale nasce sul finire degli anni novanta ad Agropoli, in provincia di Salerno. Tutto cominciò appena dopo lo scioglimento del mio gruppo precedente. Registrai questo primo demo per la prima volta con il nome “Toys Orchestra”. Successivamente aggiunsi i puntini sospensivi e la “a”. Il motivo del nome è semplice: mi piaceva l’idea di un’orchestra fatta di giocattoli. Inoltre noi tutti siamo dei polistrumentisti, non abbiamo un unico ruolo, motivo per cui siamo a modo nostro una piccola orchestra

Nel corso della vostra carriera il vostro suono e modo di fare musica è cambiato diverse volte.  Il vostro primo album aveva una forte impronta alt-rock, successivamente in Technicolor Dreams, siete poi passati ad un sound più elettronico fino ad arrivare agli ultimi lavori dal piglio più indie. A cosa sono dovuti questi cambiamenti? Voglia di sperimentare o c’è un motivo più profondo?

«Fondamentalmente voglia di sperimentare, ma mai fine a se stessa. Ogni qualvolta ripartiamo non ci piace ripercorrere la stessa strada. Credo che il doversi reinventare sia un modo per rimettersi al mondo e per schivare l’invecchiamento artistico. Per come la vedo io, bisogna essere in costante movimento, mantenere viva la curiosità, l’umiltà di imparare e il coraggio di rischiare. Capita che, in un disco in cui hai dato tutto, hai utilizzato un certo tipo di soluzioni e di colori e l’unica via per desaturarsi è andare a cercare tonalità differenti, ritrovare freschezza. La cosa più importante però è capire quello che le canzoni “chiedono”.»

In Italia sono pochi i cantanti e i gruppi che cantano in lingua inglese. Siete considerati da molti i pionieri. Come mai questa scelta?

«Beh, quando eravamo ragazzini, negli anni novanta, eravamo fortemente influenzati dal filone americano grunge e suoi derivati. Passavamo giornate intere a suonare cover di Nirvana, Sonic Youth, Alice in Chains, Melvins. Le ossa ce le siamo fatte così, cantando le canzoni di quelli che erano i nostri idoli dell’epoca, ed erano tutti stranieri. A differenza di molti miei coetanei dell’epoca non amavo molto il rock italiano. Anzi, al tempo, non mi piaceva per niente. Finì così che i nostri primi tentativi di scrittura attinsero da quel tipo di ascolti. Man mano, dopo i primi esperimenti di “scimmiottamento”, cominciammo a trovare le nostre fondamenta e la nostra cifra stilistica, allontanandoci dai riferimenti troppo espliciti e accrescendo la nostra personalità. Qualche anno dopo, con l’esplosione del fenomeno indie, anche in Italia ci fu una forte propensione all’internazionalizzazione e una miriade di bands proprio come noi cantava in inglese. In tutta l’Europa non britannica fiorivano progetti in lingua d’Albione. Alcuni di enorme successo. Basti pensare che Bjork è islandese, i dEUS belga, i Notwist tedeschi, I Motorpsycho norvegesi, gli Air francesi e via dicendo.»  

Dopo sei album e una raccolta, di recente è uscito il vostro ultimo disco ”Lub Dub’’ a circa quattro anni dal precedente lavoro in studio. Si potrebbe notare una malinconia di fondo predominante: sia per quanto riguarda le tempistiche che per il mood, siete in totale controtendenza con gli altri artisti italiani e internazionali. Scelta voluta o casuale? Potreste gentilmente raccontarci qualcosa in breve delle singole tracce?

«È un disco venuto fuori in maniera molto naturale, tra l’altro realizzato in un arco di tempo molto breve, quindi senza averne troppo a disposizione per elaborare artifici o scelte troppo meditate. Certo, sapevamo di voler creare qualcosa che non si accodasse ad alcun filone di tendenza, soprattutto quello che stava andando per la maggiore in Italia. Il disco è nato come dicevo in un lasso temporale breve e quando ci siamo accorti che stavamo andando contromano, molto semplicemente, ce ne siamo fregati e abbiamo fatto solo quello che ci andava di fare, senza preoccuparci del perché e del come o di cosa passasse alla radio in quel momento. Ma se è vero che in Italia siamo tra i pochissimi ad utilizzare certi toni più scuri e soffusi, all’estero non è certo così. Cigarette After Sex, XX, James Blake, Trentemöller, Sevdaliza, Sohn, Kiasmos, sono solo alcuni.»

Nel corso della ventennale carriera avete ricevuto riconoscimenti e alcune vostre canzoni sono state inserite come colonna sonora di diversi film. Vi ritenete soddisfatti dell’esperienza fino ad oggi? Quali sono i vostri progetti futuri?

«Di certo i riconoscimenti fanno sempre enorme piacere, così come lavorare per il cinema o per la tv. In generale quando il proprio operato viene riconosciuto è sempre una forte gratificazione: vuol dire che in qualche modo si sta lasciando un segno. Siamo dunque soddisfatti, ma non di certo paghi. Il nostro futuro attualmente è il presente. Ci concentriamo su quello che facciamo giorno per giorno cercando di dare il massimo. In questo modo riusciamo a mantenere un flusso costruttivo e creativo. Le occasioni alle volte vengono, altre ce le cerchiamo, altre ancora ce le costruiamo da soli. Il disco è uscito da pochissimo, e il tour è iniziato da ancor meno. Per ora siamo concentrati su questo, ma di certo verranno altri progetti.» 

Vincenzo Nicoletti

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