distopia italia

L’Italia sta cambiando.

E questa è l’unica affermazione su cui siamo tutti d’accordo, qualunque sia l’angolazione da cui guardiamo il mondo, ovunque si accoccolino le nostre simpatie politiche. Risulta difficile negare il punto di rottura col passato, dal momento che sono nuovamente in pericolo i diritti fondamentali, le pari opportunità, le forme di inclusione.
In termini politici si parla di Terza Repubblica, per quanto, forse, sarebbe opportuno parlare di Seconda Regressione Culturale dopo la prima avvenuta tra le due guerre mondiali.
In ogni caso, per avere il polso della situazione basta sentire le farneticazioni dei nostri ministri, le proposte avanzate nelle stanze che contano, fermarsi e percepire quell’irrefrenabile nostalgia dei tempi a tinte nere che furono.

distopia italia

E ciò che spaventa non è il cambiamento in sé, sia chiaro. Lo è la sua accettazione passiva, come questa sia l’unica e inevitabile strada da seguire rassegnatamente, chinando il capo di fronte a questa degradazione culturale e politica, da molti incompresa, per molti incosciente.

«Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre».

L’accettazione di un’Italia che oggi sembra assumere su di sé i tratti embrionali (e inquietanti) della distopia. Sì, la distopia. Quel genere letterario e cinematografico dove una società indesiderabile e spaventosa diventa ad un tratto reale. Insomma, uno schifo da cui tenersi alla larga.

E se ci accorgessimo che alcuni film distopici non si discostano tanto dalla realtà italiana d’oggi giorno?

Pensiamo ad Elysium, il film con Matt Damon protagonista. Sulla nave spaziale Elysium vivono le persone più abbienti, mentre sulla Terra, tra scorie e feccia di ogni tipo, annaspano le persone meno fortunate. Questi ultimi diventano in breve migranti, cercano di fuggire da quel territorio diventato ostile con le loro navicelle di fortuna incontrando la chiusura degli abitanti di Elysium. Questi li combatteranno con tutte le loro forze uccidendo o lasciando morire tutti coloro che provano a salvarsi.

Vi ricorda qualcosa? Non ancora? I migranti provenienti dalla Terra sono strumentalizzati dai politicanti di Elysium come i colpevoli di tutti i mali. Non va un ingranaggio nella navicella? Manca l’avena sulla stazione spaziale? Sappiamo già su chi ricadrà la colpa.

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Passiamo poi ad Hunger Games, un film che già di per sé è una denuncia al mondo ultra-mediatizzato nel quale viviamo. Anche qui troviamo il continente opulento (Panem) e, dall’altra, una serie di Distretti ridotti alla miseria e allo sfruttamento. Un dominio reso naturale e interiorizzato dai dominati tramite le dinamiche televisive che fanno una propaganda spietata e permanente .

Il film è una denuncia all’elettorato odierno, alla massa in quanto tale, un’astrazione concettuale fino a qualche decennio fa considerata obsoleta e anacronistica ma tornata alla ribalta negli ultimi anni in salsa informatica. Cambiano i canali comunicativi, le tecnologie, ma le dinamiche sociali rimangono le stesse. E infatti il film ci mostra un elettorato ubriaco di simboli, apparenze, slogan capziosi, incline alle scorciatoie mentali e alla mobilitazione di pancia.

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Un’anestesia delle coscienze che diventa delle emozioni passando a Equilibrium, il film-distopia con Christian Bale. Nel film le persone sono costrette a prendere un siero che annulla le emozioni umane, queste colpevoli di impensierire l’ordine costituito. Anche qui siamo nella fantascienza più assurda, penserete.

Eppure pare che al cittadino/elettore medio di oggi non serve un siero. Pensiamo al crollo del Ponte Morandi avvenuto il 14 Agosto scorso. Come in ogni sciagura, anche quella di Genova è diventa l’occasione per l’elettorato di riaffermare le proprie antipatie (politiche, razziste, culturali). Nei politici, diventa un altro tassello da strumentalizzare nella loro guerra di posizione in un contesto di subdola campagna permanente.
Questo tradisce un allarmante tramonto delle emozioni, del sentire l’altro, dell’empatia umana; l’alba opaca di un cinismo tracimante che oscura e non onora chi è morto per disgrazia e le cui responsabilità si spera siano chiarite quanto prima.

Poi, come non menzionare il sempiterno Orwell 1984. Il film tratto dall’immortale romanzo di George Orwell. Una degli elementi cardine del film è il bipensiero, un bias mentale che sta credere in un’affermazione e nel suo opposto, uno stratagemma usato dal Partito del romanzo cosicché nessuno degli elettori possa trovarsi mai al di fuori dell’ortodossia.
Distopia? Oddio, sembra di assistere a ciò che accade ai militanti di certi movimenti. Non a tutti chiaramente, soltanto a quelli più ciechi e senza il minimo spirito critico, di chi crede prima una cosa e poi nel suo esatto opposto. Euro, vaccini, giustizia..  va bene tutto basta che si sia informati per tempo dall’alto.

A voler essere più didascalici anche il modus operandi politico di Matteo Salvini ben si presta al capolavoro di Orwell. Se nel romanzo i nemici per lo stato sovrano erano a turno ora l’Eurasia, ora l’Estasia, lo stesso vale per il nostro Ministro dell’Interno che prima addita i meridionali fannulloni per i problemi italiani, poi gli immigrati. Domani chissà, potrebbe toccare ai ristoranti cinesi.

Sì, ok, al momento si parla ancora di provocazioni. Ma domani?
«Non si nega l’esistenza delle cose solo per il fatto che non dovrebbero esistere». parafrasiamo una delle massime di Primo Levi.

Ma è evidente che, come in Matrix, molti di noi, a diverse intensità, vivano in una sorta di sonno informatico. La nostra capacità di ragionare, il pensiero critico, si piegano di fronte alle derive del web, alle fake news, alla manipolazione dei big data. Siamo schiavi di questo nuovo Dio fatto di reti e impulsi elettrici. Non saranno androidi ribellatisi al padrone, ma la domanda che è imperativo porsi è: saremmo sempre padroni di noi stessi, delle nostre coscienze?

E allora: pillola blu o pillola rossa?
Forse nessuna, d’altronde l’ignoranza è forza.

Enrico Ciccarelli

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