Jacob Blake, George Floyd, Stati Uniti

In una storia universale scandita dal susseguirsi di eventi che hanno plasmato coscienze e culture, siamo in grado di rintracciare degli elementi di rilievo. Individui, gruppi di persone: simboli inscindibilmente legati ad idee, rivendicazioni, gesti che hanno segnato tagli netti con il passato e che hanno contestualmente aperto la strada a nuove interpretazioni del futuro. Spesso è sulla base di questi esempi celebri che elaboriamo le nostre aspirazioni: c’è chi nell’anonimato trova la sua stabilità, e c’è chi invece sa che quella gabbia non potrà mai essere il suo habitat, consapevole – in una logica oraziana – di poter erigere un “monumento” che duri nel tempo. C’è poi chi simbolo ci diventa senza volerlo, in un attimo in grado di stravolgere un’esistenza. Dopo i tragici eventi che hanno portato alla morte di George Floyd, gli Stati Uniti rivivono il dramma con un altro “invisibile”: Jacob Blake, un giovane di 29 anni che lo scorso 23 agosto, a Kenosha (Wisconsin), ha ricevuto alle spalle sette colpi di pistola da un ufficiale di Polizia, intervenuto per sedare una presunta lite domestica.

Da George Floyd a Jacob Blake: simboli loro malgrado

Ecco, questi due ragazzi (tra i tanti) nell’anonimato ci stavano benissimo, ma sono stati chiamati a recitare – loro malgrado – la parte di icone di un tempo storico martoriato da odio, contraddizioni e violenza. L’America, in mezzo al suo immenso volano di opportunità, concede anche questo: essere prelevati coattivamente dalla propria routine ed essere gettati sul palcoscenico di questo enorme teatro degli orrori. Senza particolari meriti, quasi come vincere una lotteria: l’American Dream è anche questo. Che poi, se è vero che il battito delle ali di una farfalla (negli USA) è in grado di generare un ciclone dall’altra parte del mondo, l’esempio – malsano – delle pratiche statunitensi sta avendo un seguito anche altrove, e forse l’Italia stessa ne sa qualcosa. Da Minneapolis a Kenosha, passando per Louisville, Lafayette, Denver, Phoenix e Dallas: ogni singolo episodio di violenza è stato giustificato sulla base di un Law Enforcement che ha finito per concedere agli operatori di polizia un potere decisionale sulle vite altrui estremamente ampio, svilendo anche l’importanza della vita stessa degli esseri umani.

Uno studio portato avanti recentemente ha rafforzato ulteriormente la convinzione secondo la quale il sistema di polizia americano debba essere rivisitato e corretto: dal 2013 al 2019, i suoi operatori hanno ucciso 7663 persone, quasi 1100 all’anno (0,34 ogni 100mila abitanti). Numeri di per sé agghiaccianti, ma che diventano sintomatici di un retaggio storico di matrice razziale quando vengono letti sotto un’altra angolazione: il 24% di queste vittime è rappresentato da afroamericani, sebbene questi ultimi coprano appena il 13% della popolazione complessiva degli Stati Uniti. In altre parole, un afroamericano corre un pericolo tre volte maggiore rispetto ad un “bianco” di essere ucciso da un poliziotto, e tanto basterebbe a dare la dimensione del problema.

L’assassinio di George Floyd, nonostante egli fosse esattamente uno dei tanti, per le dinamiche che lo hanno caratterizzato ha generato un’ondata di risentimento che ha contribuito a riaccendere il fuoco di una protesta nata dopo l’omicidio di Eric Garner, altra vittima dimenticata dell’efferata violenza Made in USA, e ormai quasi estinta. Le mobilitazioni innescate dal caso Floyd, e che adesso traggono ulteriore linfa dall’episodio Blake, sono state solo il naturale canale di sbocco di un malcontento sopito e mai sanato. Anzi, la reiterazione di certe (aberranti) misure anche nei confronti dei manifestanti ne ha inasprito le proteste, che hanno seguito una degenerazione progressiva piuttosto che un lento appiattimento. Uno scenario inevitabile, d’altra parte, se anche il Presidente – che dovrebbe essere il Deus ex machina chiamato ad operare una svolta – glissa sul problema avendo esclusivamente la premura di ristabilire il suo Law and Order.

Uno slogan – evidentemente più figlio della passione del Tycoon per le serie tv che per una elaborazione di pensiero consapevole – sapientemente impiegato tra un video e un altro della convention dei Repubblicani per alimentare una poverissima campagna elettorale. Sì, perché dove non possono arrivare i contenuti arriva certamente la strumentalizzazione del disagio di quella classe conservatrice che non vede di buon occhio il flusso di proteste, perché consapevole di non essere toccata minimamente dal problema. Simboli anche loro, certo, ma in un’accezione decisamente più antieroica all’interno di questo complesso sistema narrativo.

Ma se George Floyd, Breonna Taylor, Trayford Pellerin e Jacob Blake sono diventati bandiere inconsapevolmente, c’è chi icona ci è diventato volontariamente. Qualche mese fa il mondo dello sport si è mobilitato per Floyd, attraverso gesti, dichiarazioni, momenti di solidarietà che non erano volti a risolvere (ovviamente) il problema nell’immediato, ma che servivano a dare un segnale forte di non-indifferenza rispetto a certi temi. Se però i fatti di Minneapolis, per quanto drammatici, sono stati la scintilla che ha innescato la miccia, ciò che è accaduto in Wisconsin ha appiccato definitivamente l’incendio all’interno delle coscienze degli esponenti dello sport americano. Che, appunto, si sono fatti simboli eccellenti di una situazione intollerabile.

L’iniziativa di Milwaukee: evento storico negli Stati Uniti

E così è successo che prima di gara-5 dei playoff di NBA, i giocatori di Milwaukee, franchigia di riferimento dello Stato del Wisconsin, abbiano deciso di non scendere in campo contro Orlando. Inevitabile la reazione a catena che ha coinvolto anche Houston-OKC, Lakers-Portland e poi, per decisione della Lega, tutte le altre gare, sia maschili che femminili (WNBA). Già vicinissimi a questo tipo di dinamiche, atleti come LeBron, Lillard, Matuidi e Hamilton hanno espresso sui propri canali social la frustrazione rispetto all’ennesima violazione all’interno di uno Stato che si fa portatore dei più alti valori in termini di diritti civili. Dal boicottaggio delle gare di NBA, partite dai giocatori e supportate dalle società stesse, ne sono discese a cascata le proteste nei campionati di tutte le altre discipline sportive, dal baseball (MLB) al calcio (MLS) passando per il tennis.

Un caso simile che può essere rintracciato nella storia dell’NBA risale al 1968, all’indomani dell’omicidio di Martin Luther King. In quei giorni era in programma gara-1 delle finals di Eastern Conference USA tra Boston Celtics e Philadelphia 76ers, rappresentate rispettivamente da Bill Russell e Wilt Chamberlain, entrambi già vicini alle istanze anti-razziste. I due erano concordi sul non giocare, ma venne pattuito di mettere la decisione ai voti nei rispettivi spogliatoi. Tra astensionismi e pareri contrari – che danno la dimensione dell’immaturità del movimento – si pattuì democraticamente di scendere comunque in campo: l’episodio di cinquant’anni fa, insomma, evidenzia ulteriormente la portata storica della decisione dei Bucks di boicottare la gara contro i Magics.

Un evento unico, che diventa ancora più significativo se letto alla luce della possibilità che possa (probabilmente) portare ad una conclusione anticipata della stagione e delle potenziali perdite economiche che una scelta del genere comporterebbe. Ecco la rottura con il passato, ciò che rende una decisione realmente destabilizzante. E nonostante questa debba essere la normale reazione da parte di un sistema che sotto il profilo comunicativo possiede un’efficacia senza pari, l’eccezionalità dell’episodio risiede proprio nel fatto che una simile reazione non può essere data per scontata.

Forse è per questo che bloccare gli ingranaggi di un meccanismo innervato di ricchezza e interessi particolaristici ha generato una reazione immediata da parte degli organi apicali che ha portato all’istituzione di un fondo da 500 milioni di dollari (destinato a crescere). A questa iniziativa contribuiranno economicamente i proprietari di tutte le franchigie della lega, e avrà il fine ultimo di supportare scolarizzazione, offrire un sostegno economico e tutele legali gratuite e facilitare l’accesso al mondo del lavoro a tutte le popolazioni afroamericane. Inoltre, le squadre di NBA si impegneranno a mettere a disposizione le proprie arene come sedi aggiuntive nelle quali allestire seggi elettorali, al fine di andare incontro alle esigenze di molti territori che, non disponendone, non consentono ai propri cittadini di esercitare il proprio diritto di voto. Infine, tutti i team dell’NBA si impegneranno a promuovere iniziative per la sensibilizzazione rispetto a tematiche sociali e culturali nelle proprie città.

Sebbene pare che sia stato pattuito il ritorno in campo (quantomeno della NBA), il messaggio lanciato nelle ultime ore è estremamente chiaro: nonostante tutto, negli Stati Uniti è comunque possibile diventare icone di speranza, perché chiunque voglia vivere nell’anonimato non debba più diventare simbolo di un martirio senza tempo, per poi essere inesorabilmente dimenticato all’occorrenza.

«Exegi monumentum aere perennius
regalique situ pyramidum altius,
quod non imber edax, non aquilo impotens
possit diruere aut innumerabilis
annorum series et fuga temporum»
.

Vincenzo Marotta

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui