
Il 3 gennaio scorso ha segnato un punto di svolta per il destino del Venezuela: l’esercito degli Stati Uniti ha lanciato un attacco mirato su Caracas, portando al sequestro del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie, l’avvocata Cilia Flores. Sulla carta, la rimozione forzata del presidente venezuelano sembrerebbe rappresentare la fine di un’era di oppressione e il primo passo verso una vera libertà. Tuttavia, sebbene l’operazione Absolute Resolve abbia smantellato il simbolo di un sistema politico autoritario in un paese lacerato da una crisi economica e umanitaria senza precedenti, resta un dubbio profondo: questa libertà appartiene davvero al popolo venezuelano? Dopo anni di iperinflazione, sanzioni e isolamento diplomatico del Venezuela – che hanno ridotto la popolazione alla povertà assoluta – l’intervento militare USA sembra aver dato priorità alla cattura di Maduro piuttosto che alla tutela di un popolo stremato che, nonostante tutto, non ha ancora ricevuto una linea guida per il proprio futuro e quello del paese.
La conferenza stampa: l’accusa di narcotraffico e il post-Maduro
Donald Trump nella notte tra il del 2 e 3 gennaio ha seguito i bombardamenti della città di Caracas e la cattura di Maduro dalla sua casa a Palm Beach in Florida.
Nella conferenza stampa del 3 gennaio il tycoon ha spiegato che le ragioni della cattura riguardavano il narcotraffico: secondo quanto affermato da Trump il 97% della droga che entra nel territorio USA via mare partirebbe proprio dal Venezuela e, più nello specifico, ha dichiarato che Nicolas Maduro sarebbe a capo del Cartel de los Soles anche se le prove dell’esistenza di questo cartello sarebbero incerte.
Premesso questo, Donald Trump è subito entrato nel vivo della conferenza (non prima di aver elogiato l’esercito USA per la buona riuscita dell’operazione e aver glissato sulle vittime venezuelane e cubane morte a causa delle bombe) e ha parlato del futuro del Venezuela e di come gli USA gestiranno la fase post-Maduro: ha esordito con un chiarissimo « We will run the country until such time as we can do a safe, proper and judicious transition » (governeremo il paese fino a quando non saremo in grado di effettuare una transizione sicura, adeguata e giudiziosa), anche se con il termine run non è chiaro se Trump intendesse “gestire”/”controllare” o “governare”. Nel corso della conferenza stampa ha poi espresso solidarietà al popolo venezuelano affermando che, nonostante in passato abbiano sofferto a causa del regime autoritario di Maduro, ora saranno rich, independent and safe (“ricchi, indipendenti e sicuri”), e che i venezuelani che vivono negli Stati Uniti ora saranno liberi di poter ritornare nel loro paese.
Il popolo è la chiave: la migrazione esterna e la crisi interna
Se vogliamo capire appieno il “fenomeno Venezuela” è proprio sul popolo venezuelano che bisogna concentrarsi. I venezuelani per diversi anni hanno sofferto un regime autoritario che li ha costretti ad emigrare dal proprio paese. Secondo dati ufficiali, la diaspora del popolo venezuelano ha prodotto numeri inimmaginabili: dal 2015 quasi 8 milioni di cittadini venezuelani hanno lasciato il paese per emigrare verso altri paesi dell’America Latina, Caraibi e Spagna. Attualmente, i venezuelani rappresentano il secondo gruppo più numeroso di richiedenti asilo nell’UE, dopo gli afghani.
Se per il popolo venezuelano fuori dal paese la situazione è difficile, per i 28 milioni di cittadini all’interno del paese la situazione è drammatica. Circa il 56% della popolazione vive in condizioni di estrema povertà a causa dell’iperinflazione che costringe il 40% della popolazione a vivere in situazioni di insicurezza alimentare.
Un popolo nel limbo tra USA e Rodriguez
Nonostante Trump abbia di fatto messo fine alla carriera politica di un presidente giudicato più volte come autoritario, la sua conferenza stampa sul “Venezuela post-Maduro” lascia delle lacune organizzative che il popolo venezuelano non merita. Il tycoon ha promesso ricchezza e prosperità ai venezuelani, ma non ha spiegato loro come questo avverrà, non ha delineato nessun piano strutturale o umanitario per risollevare un paese economicamente a pezzi, mentre è stato chiaro sul fatto che le aziende petrolifere americane beneficeranno del petrolio venezuelano. Inoltre, l’architettura del potere di Maduro sembrerebbe non essere stata smantellata del tutto: dopo i fatti di inizio gennaio la vicepresidente venezuelana Delcy Rodriguez ha prestato giuramento come Presidente ad interim e, sebbene abbia trovato sin da subito un dialogo con la Casa Bianca, la sua figura rappresenta la continuità di quel sistema di cui Maduro era il capo e che le operazioni degli USA volevano sovvertire.
Il Venezuela si trova così ancora una volta in una situazione di incertezza: da un lato la presenza ingombrante e massiccia degli USA; dall’altro la continuità politica rappresentata da Delcy Rodriguez. In uno scenario come questo, purtroppo, a rimetterci è solo il popolo venezuelano e il suo diritto di autodeterminarsi attraverso una via che sia veramente libera e democratica.
Benedetta Gravina
















































