1° maggio artisti
1° maggio artisti: proteste in piazza a Milano. Fonte immagine: www.milano.corriere.it

Il 1° maggio 2021 si celebrerà la seconda Festa del Lavoro e dei Lavoratori all’ insegna della pandemia globale. Se il COVID-19 ha contribuito ad accentuare le contraddizioni che caratterizzano la società globalizzata e consumistica del nuovo millennio, questo è vero soprattutto per quei settori tenuti tradizionalmente ai margini dello sviluppo economico: già in tempi antecedenti alla pandemia il precariato era un problema grosso, dunque adesso la mancanza di tutele si fa sentire ancora più forte. A raccontarmi il modo in cui gli artisti vivranno questo 1° maggio è Francesco, 32 anni, musicista freelance impegnato in più formazioni di vario genere, prevalentemente jazz, nei locali di musica live partenopei e insegnante di chitarra jazz in ambito privato e presso diverse associazioni culturali.

Giulia: “Il 1° maggio 2021 è alle porte e la situazione pandemica è ancora grave. La pandemia globale ha modificato ogni campo della nostra esistenza: nel tuo modo di vivere lo studio della musica e il suo insegnamento hai riscontrato dei cambiamenti?”

Francesco: “Sicuramente, sono cambiati sia il mio modo di studiare che quello di insegnare, anche se i due processi sono come due facce della stessa medaglia. Nello studio, la difficoltà sta nel trovare la motivazione a occuparmi di musica, perché è difficile vedere le possibilità di fruizione di quanto apprendo: devo studiare essenzialmente per me stesso, per il gusto di farlo. Lo stesso vale per l’insegnamento, che è naturalmente complicato dalla modalità a distanza: è più difficile far nascere la passione, l’ardore per la musica negli allievi se la comunicazione avviene in via telematica. A mio parere il ruolo dell’insegnante è quello di permettere all’allievo di scoprire se stesso attraverso la musica, e questo non può accadere dal momento che quello che viviamo a distanza è solamente un surrogato della relazione umana…”

G: “Il 1° maggio per gli artisti assume un significato particolare. Sono molti i giovani appassionati di musica che spesso rinunciano alla possibilità di intraprendere una carriera musicale perché spaventati dall’ instabilità economica che questa potrebbe comportare. Per te è mai stato un problema? Se sì, come lo hai affrontato?”

F: “Certo che lo è stato, e non ho trovato un modo univoco per affrontarlo. Per la mia esperienza, la scissione che ho vissuto si è risolta in diversi interrogativi ai quali ho provato a darmi una risposta: la società mi impone di guadagnare per soddisfare dei bisogni, ma sono bisogni reali? Io mi identifico o no come un musicista? Quanto sono disposto a scendere a compromessi tra la parte di me che vuole assecondare i propri interessi e la parte di me che deve adeguarsi alle esigenze del mercato e del pubblico? C’è infatti da dire che non tutti coloro i quali sono impiegati nel settore culturale hanno i miei stessi problemi: i musicisti del settore dell’intrattenimento (sto pensando al Festival di Sanremo, ad esempio, che si è tenuto nonostante la pandemia) hanno sicuramente maggiore tranquillità dal punto di vista economico. Esistono modi diversi di confrontarsi con la musica e alcuni di questi possono anche permettere di conciliare passione e serenità economica.”

G: “Parliamo del jazz, il genere musicale che suoni e studi. Molti lo considerano un genere di nicchia, marginale: è così secondo te?”

F: “La questione è un po’ controversa, perché se è vero da un lato che è considerato assieme alla musica classica un genere colto, dall’altro è sicuramente vittima di una serie di pregiudizi, dovuti forse al radicamento della tradizione musicale italiana proprio nella musica classica.”

G: “Secondo te è ancora attuale? Cosa ha da offrire ad una società dominata dalla logica del profitto e dall’utilitarismo?”

F: “Innanzitutto va data una definizione di jazz: cose diverse sono lo stilema, l’estetica jazz e l’attitudine del jazzista, che può influenzare ogni campo dell’esistenza. In questo senso, il jazz può abitare nel background musicale di tanti artisti, anche pop, perciò può essere considerato anche un genere musicale attuale, vista anche la sua incredibile capacità di reiventarsi e trovare nuove strade di espressione nel tempo in cui vive. Le caratteristiche che lo definiscono sono diverse: la pulsione ritmica, l’improvvisazione e, elemento fondamentale, la sua capacità di creare comunità in maniera orizzontale. Dei musicisti che si incontrano su un palco e suonano durante una jam session (sessione di improvvisazione, N.d.R.) comunicano senza instaurare gerarchie tra di loro. È un meraviglioso momento di scambio in cui si è liberi di essere ciò che si è e di esprimersi, e forse questo è anche il più grande apporto che può dare alla società del nostro tempo.”

G: “Parliamo adesso di lavoro in senso più stretto. Il 1° maggio 2021 si celebra la Festa del Lavoro, e il numero di precari impiegati nel settore culturale è alto come lo è sempre stato, anche in tempi antecedenti al COVID-19: ti sei mai sentito tutelato dalle istituzioni?”

F: “No, non mi sono mai sentito tutelato dalle istituzioni. L’esistenza degli artisti, laddove non sono dei meri intrattenitori (anche se trovo che ci sia una forte componente artistica anche nell’intrattenimento), è un’esistenza marginale. Questo può essere però sia un vantaggio che uno svantaggio: se da un lato è difficile andare avanti senza tutele, dall’altro è quasi un vanto per me poter affermare di far parte di una sorta di controcultura, di contribuire alla realizzazione di una società contrapposta a quella dominante che, come un verme o un cancro, intacca la logica del profitto e dell’utilitarismo. Solo l’essere artisti è esso stesso un atto politico, e la critica che rivolgo a me come agli altri miei colleghi è rivolta alla mancanza di consapevolezza politica che spesso mostriamo.”

G: “Secondo te come dovrebbe agire lo Stato per difendere i tuoi diritti?”

F: “Il 1° maggio 2021 magari potrebbe essere l’ occasione per spingere alla creazione e alla promozione di un sindacato degli artisti, o comunque un organo di interlocuzione con le istituzioni per fare in modo da rappresentare e dar voce a coloro i quali voce non ne hanno. Questo in termini pratici, ma se volessimo ragionare in maniera utopistica sarebbe bello se lo Stato contribuisse, in maniera concreta, alla crescita e allo sviluppo di ogni individuo, e quindi di una società migliore. Per farlo è necessaria la promozione di quella controcultura di cui parlavamo prima, che è estranea alle logiche utilitaristiche. Ma se è lo Stato in prima battuta a perseguirle, come è possibile attuare un progetto del genere?”

G: “Per quest’ultima domanda ti chiedo uno sforzo visionario: secondo te come cambierà il modo di fare musica nell’era post COVID? In che misura il processo di digitalizzazione influirà nella produzione e nell’esperienza artistica?”

F: “Vedi Giulia, il cambiamento nel modo di creare musica è già avvenuto. È in corso uno strano processo: una volta introdotta la tecnologia per creare nuovi suoni, l’essere umano ha assorbito l’innovazione tecnologica ed ha iniziato a riprodurre i suoni digitali, computerizzati, imitandoli analogicamente. Al contempo, si stanno recuperando strumenti del passato di produzione e riproduzione musicale come i dischi in vinile. Noi esseri umani siamo sempre in grado di reiventarci e riscoprirci, e per quanto mi piaccia l’idea spero però che non si dimentichi la concretezza musicale che si trova dietro la tecnologizzazione, altrimenti si rischia la morte della musica. C’è anche un altro aspetto: la maggior parte degli strumenti che usiamo per usufruire della produzione artistica (YouTube o Spotify, ad esempio) sono gratuiti, e questo svilisce, sminuisce gli artisti e il loro lavoro, elemento importante proprio in vista di questo 1° maggio. Non ci possiamo sottrarre al progresso tecnologico, ma dobbiamo fare in modo che questo non impatti eccessivamente sulla nostra capacità di essere persone autentiche ed esseri umani, anche nella produzione artistica.”

Giulia Imbimbo

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