Lupita Nyong'o, l'attrice che interpreta Elena di Troia nell'Odissea di Christopher Nolan
Lupita Nyong'o, l'attrice che interpreta Elena di Troia nell'Odissea di Christopher Nolan (fonte: Wikimedia Commons)

Odissea è finalmente uscito nelle sale cinematografiche e, nonostante le polemiche che hanno preceduto il debutto del nuovo film di Christopher Nolan, nelle prime due settimane ha già registrato un record di incassi e ottenuto recensioni perlopiù favorevoli. Anche questa volta, il regista ha realizzato un’opera capace di catalizzare l’attenzione del pubblico, cimentandosi in un progetto ambizioso, reso ancora più innovativo dal fatto di essere il primo lungometraggio girato completamente con cineprese analogiche IMAX. L’accoglienza positiva, sia da parte della critica che del pubblico, sembrerebbe aver ridimensionato la bufera che, solamente nelle scorse settimane, aveva interessato il film.

Il casting di Lupita Nyong’o e l’accusa di cultura “woke” nell’Odissea

In seguito alla pubblicazione dei primi trailer, l’Odissea di Nolan è finita al centro delle critiche — come dimostra l’elevato numero di “non mi piace” ricevuti dai promo su YouTube—, aprendo un dibattito online che ha visto anche l’intervento di personalità note. Al regista è stata criticata la decisione di far parlare ai personaggi un inglese americano moderno, giudicato eccessivamente colloquiale e poco adatto ad un film ambientato nell’antica Grecia di Omero, come anche la scarsa accuratezza storica di alcuni dettagli — tra cui le navi e le armature dei protagonisti. Inoltre, alcune scene del film sono state girate a Dakhla, nel Sahara Occidentale, territorio classificato come “non autonomo” dalle Nazioni Unite, in quanto colonizzato dal Marocco dal 1975. Ciò che ha fatto maggiormente discutere gli utenti, tuttavia, sono state le scelte di casting — dal quale sono rimasti esclusi attori greci, con l’unica eccezione di Michael Vlamis, in un ruolo secondario —, in particolare per quanto riguarda la partecipazione di Lupita Nyong’o nel film.

L’attrice — nota per aver recitato in successi come 12 anni schiavo, Black Panther e Us — ha indossato i panni di Elena di Troia, una delle figure più celebri della mitologia greca, descritta come «la donna più bella del mondo», in seguito alla cui fuga con Paride sarebbe scoppiata la guerra di Troia. L’annuncio della partecipazione di Nyong’o — che ha interpretato anche la sorella di Elena, Clitennestra — al film non è stato accolto con favore da una vasta parte del pubblico. Come già accaduto in passato con altri adattamenti cinematografici, tra cui La Sirenetta (2023), la scelta di affidare a un’attrice nera il ruolo di un personaggio tradizionalmente rappresentato come bianco — non importa se si tratta di una figura mitologica, che secondo la leggenda sarebbe nata da un uovo — ha generato un acceso dibattito sui social. Così Nolan e la produzione dell’Odissea sono diventati colpevoli di aver privilegiato la cultura “woke” anziché restare fedeli ad un immaginario classico, portato avanti nel corso dei secoli da opere d’arte, sculture e rappresentazioni cinematografiche, come nel caso di Diane Kruger nel film Troy (2004).

Standard estetici, colorismo e riscrittura del passato

Secondo detrattori come Elon Musk, Nolan avrebbe dato la priorità agli standard di rappresentazione ed inclusione dei gruppi sottorappresentati degli Oscar. Il proprietario di X ha accusato il regista di aver «insultato la popolazione greca» e di essere un «razzista anti-bianchi». Un parere ripreso da alcune testate conservatrici, allarmate all’idea che le reinterpretazioni di opere classiche basate sui criteri di inclusione e diversità possano intaccare negativamente il patrimonio culturale europeo, favorendo rappresentazioni puramente ideologiche, a discapito dell’eredità della letteratura tradizionale. Per i critici, inoltre, casi come questo non sarebbero altro che un’ingiustizia, considerando le accuse di whitewashing ricevute nel corso degli anni da diverse produzioni di Hollywood. Tra gli esempi più celebri si possono ricordare Mickey Rooney nelle vesti di Mr. Yunioshi in Colazione da Tiffany (1961), con tanto di stereotipi caricaturiali, e Scarlett Johansson nel film Ghost in the Shell (2017), in cui interpreta la protagonista Motoko Kusanagi. Questa pratica, tuttavia, affonda le sue radici in un contesto storico legato all’esclusione sistematica delle minoranze, con una conseguente sottorappresentazione nel mondo del cinema, portata avanti per decenni.

Oltre alle polemiche di carattere ideologico, il dibattito sul personaggio di Elena di Troia ha messo in luce una questione molto più immediata: la percezione del concetto di bellezza. Il commentatore Matt Walsh, in un post su X ripreso da Musk, ha scritto che «nessuno nell’universo pensa davvero che Lupita Nyong’o sia la donna più bella del mondo». Le critiche all’aspetto estetico di Nyong’o, nata in Messico da genitori di origine keniota, sono radicate negli standard di bellezza eurocentrici, dai quali vengono esclusi tutti i corpi considerati non conformi. Per i sostenitori di Walsh e Musk, con ogni probabilità, anziché non essere abbastanza bella Nyong’o non risulterebbe abbastanza bianca. Il fatto che la partecipazione di Zendaya non abbia suscitato lo stesso scalpore evidenzia un bias legato proprio ai canoni estetici occidentali e al fenomeno del colorismo. L’attrice, che interpreta la dea Atena, a differenza di Nyong’o ha origini miste — padre afroamericano e madre tedesca e scozzese — e presenta caratteristiche che si adattano maggiormente alle aspettative del pubblico mainstream, destando meno preoccupazioni.

Il caso Elliot Page: il rifiuto di un immaginario diverso

Altre critiche rivolte alle scelte di casting evidenziano il distacco tra le aspettative di una parte del pubblico, che fatica a distaccarsi da un immaginario tradizionale, e la volontà del regista di proporre una rilettura del poema omerico destinata a spettatori contemporanei. Infatti, in molti non hanno visto di buon occhio nemmeno la partecipazione di Elliot Page, attore che nel 2020 ha annunciato pubblicamente la propria identità di uomo transgender. Page ha interpretato Sinone ma, prima dell’uscita ufficiale del film, alcuni rumors circolati online avevano ipotizzato un suo coinvolgimento nel ruolo di Achille. Le voci, rivelatesi fasulle, hanno alimentato un’ondata di polemiche da parte degli utenti convinti che un attore transgender non fosse adatto a interpretare una figura che, per tradizione, viene associata alla forza fisica e alla prodezza di guerriero.

Elliot Page, l'attore che interpreta il soldato Sinone nell'Odissea di Christopher Nolan
Elliot Page, l’attore che interpreta il soldato Sinone nell’Odissea di Christopher Nolan (fonte: Wikimedia Commons)

Le radici africane della Grecia antica

Tornando alla figura di Elena, il dibattito online sul casting ha visto anche l’emergere di numerosi commenti a favore della decisione di Nolan. Se da un lato una parte del web ha rispolverato i vecchi testi omerici per contestare la scelta artistica del regista citando, per esempio, l’epiteto «Elena dalle bianche braccia» — utilizzato anche in riferimento ad altre figure femminili non per descriverne l’etnia ma l’estrazione nobile —, dall’altro lato diversi utenti hanno sottolineato il legame tra l’antica Grecia e le culture africane. In particolare per quanto riguarda l’antico Egitto e le popolazioni della Nubia e del Sudan, la cui influenza ha avuto un importante impatto nella storia e tradizione greca. Un legame visibile, per esempio, nelle rappresentazioni artistiche greche in cui vengono raffigurati anche individui di origine africana. Oppure nell’utilizzo del termine “Etiope” nei testi antichi: lo stesso Omero, nell’Odissea, descrive il popolo come semidivino e particolarmente caro agli dei. In quest’ottica, la presenza di una donna nera in un adattamento della sua opera non dovrebbe destare tanto scandalo.

L’universalità dell’Odissea

Tra chi ha fatto ricorso ai testi del passato per criticare la scarsa accuratezza di Nolan e chi ha evidenziato come la mitologia possa essere reinterpretata attraverso una visione moderna, anche la diretta interessata, Lupita Nyong’o, ha detto la sua in risposta alle critiche ricevute. Intervistata da Elle, l’attrice ha ricordato che l’Odissea è una storia mitologica e che il cast scelto da Nolan riflette il mondo contemporaneo, nella sua varietà. Forse i detrattori non lo sanno, ma questa non è nemmeno la prima volta in cui un’attrice nera interpreta il ruolo di Elena di Troia: nel 1950 Eartha Kitt ha vestito i suoi panni a teatro nello spettacolo The Blessed and the Damned; mentre in tv è stata interpretata dall’attrice Galyn Görg nella serie Xena – Principessa Guerriera (1995-2001). Le scelte del regista — che nel cast ha voluto anche il trapper Travis Scott nel ruolo di un Aedo, creando un parallelismo tra l’antica tradizione orale greca e il rap moderno — possono essere lette nella chiave seguente. Nolan ha riportato un poema epico ai giorni nostri, concentrandosi non tanto sull’accuratezza dei particolari e l’utilizzo di un linguaggio in linea con i tempi e i luoghi raccontati, quanto sui messaggi universali trasmessi: il viaggio all’insegna della redenzione e le peripezie affrontate da Odisseo, desideroso di tornare a casa; il rapporto tra l’essere umano e le creature mitologiche che altro non sono che una rappresentazione delle paure, delle tentazioni e dei limiti umani; le conseguenze della guerra che, anche davanti ad una vittoria, non cancella i traumi e i costi in vite.

Cindy Delfini

Cindy Delfini
Classe '97, Milano. Studio scienze Politiche, Economiche e Sociali, con un forte interesse verso i diritti civili. Sono appassionata di arte nelle sue diverse forme di espressione: musica, danza, cinema, serie TV, letteratura.

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