Sergio Mattarella, l'ultimo Presidente della Repubblica
Sergio Mattarella, di nuovo Presidente della Repubblica. Fonte: commons.wikimedia.org

Il nuovo e al contempo ex Presidente della Repubblica non ha bisogno di presentazioni, non tanto e non solo perché, appunto, si è già avuto modo di apprezzare la sua figura e il suo operato. Ma anche e soprattutto per l’adesione piena, totale, e quasi liturgica al corpus dei valori costituzionali, che affonda radici profonde nella sua storia familiare e personale. Sergio Mattarella incarna ciò che nel gergo del giornalismo politico si definisce “riserva della Repubblica”.

Una Repubblica, quella sorretta da una classe dirigente autoreferenziale e autopoietica, che ha dimostrato insindacabile inadeguatezza nell’adempimento del proprio ruolo di rappresentanza. Una classe dirigente che ha saputo trasformare la figura pivotale dell’architettura costituzionale, espressione dell’equilibrio e dell’unità nazionale, nel suo esatto contrario: il simbolo plateale dell’implosione del sistema politico, incapace di giungere alla concordia sull’indicazione di un nuovo garante della Costituzione, e per questo costretto a riavvolgere il nastro, per di più dopo sei giorni di pantomima tra dietrofront e tentativi di azioni muscolari.

A prescindere dalle osservazioni squisitamente giuridiche e “in punto di diritto” sull’effettiva legittimità della rielezione del capo dello Stato, il sacrificio del rieletto Sergio Mattarella, intimo e personale prima che improntato al senso di responsabilità e alla sensibilità istituzionale, lo connota come ultimo testimone di una feconda e gloriosa storia repubblicana, destinata a chiudersi entro il prossimo settennato. Non si tratta di una spiacevole scortesia nei confronti del neo eletto ex Presidente, ma di un’amara osservazione di merito.

Dunque perché affermare con granitica e cinica certezza che Mattarella sarà l’ultimo dei suoi pari?

Innanzitutto perché le riserve della Repubblica sono esaurite, indisponibili o rese tali, e la fucina che le forgiava ha chiuso i battenti ormai da tempo. Le formazioni politiche, prigioniere del leaderismo carismatico ed elettoralistico che ne ha corroso la rappresentatività, non possono né vogliono portare in dote alle istituzioni donne e uomini di Stato capaci di interpretare il dettato costituzionale in conformità alla visione dei padri costituenti. A maggior ragione oggi, all’indomani della polverizzazione di buona parte di quelle stesse leadership politiche, che a fatica controllano i gruppi parlamentari. Quel cursus honorum che conduceva all’elezione a Presidente della Repubblica, temprando e collaudando nel tempo l’adesione ai principi cardinali delle istituzioni, non ha avuto modo di esperirsi dalla graduale declino delle ideologie e dalla deflagrazione politica di Mani Pulite.

Un mutamento non solo politico, ma anche socio-antropologico, sta alla base dell’irresistibile e prossimo epilogo della figura del Presidente della Repubblica così come abbiamo avuto la fortuna di conoscerlo. Non si tratta, infatti, soltanto di un’istituzione codificata dagli articoli della Costituzione, che bilancia pesi e contrappesi, ma anche di una carica pubblica dalla fisionomia peculiarissima, che riassume in sé precisi tratti ideali, etici e valoriali. Caratteristiche extra-giuridiche che personaggi come Mattarella incarnano magistralmente, ma che sono sempre più rare nelle intemperie della politica come marketing e della rappresentanza come consenso.

Inoltre, è particolarmente difficile provare ad immaginare il prossimo Presidente della Repubblica, quando già si agitano le ipotesi di presidenzialismo o semi-presidenzialismo de facto, per di più con il placet dell’opinione pubblica: nelle rilevazioni di LaPolis dell’Università di Urbino e di Demos per l’Osservatorio “Gli italiani e lo Stato”, circa il 75% dei cittadini predilige la suddetta forma di governo.

Se il parlamentarismo italiano è ormai divenuto un guscio vuoto, un’impalcatura sgradita ai più all’interno e all’esterno delle Camere, anche la presidenza della Repubblica, al quale intrinsecamente si lega, definitivamente sarà presto tale. L’abbraccio confortante di Sergio Mattarella non può sostituire l’illusione di astrarsi dal tempo e dal contesto nel quale malauguratamente ci si trova.

L’istituzione che attraverso i suoi migliori interpreti aveva contenuto le frequenti e distruttive spinte centrifughe dei partiti, garantendo equilibrio sistemico e direzione politica, esercitato i propri poteri “a fisarmonica” per compensarne le manchevolezze e le disfunzioni, restituendo sostanza alla democrazia più di ogni plebiscito a furor di popolo, deve ora arrendersi alla perdurante insipienza della classe politica e ai sopraggiunti mutamenti socio-culturali. Alla sua fine naturale, anche se poteva essere altrimenti.

Il dato è tratto. Una carica monocratica come tante altre, eletta più o meno di fatto direttamente, soppianterà presto o tardi il Presidente della Repubblica. E il nostro paese perderà una risorsa inestimabile a difesa dei valori democratici nella loro sostanza pragmatica e formale. Non resta che chiedere scusa e dire grazie a Sergio Mattarella, tra gli ultimi testimoni e custodi di una storia istituzionale che nel futuro prossimo avremo modo di rimpiangere.

Luigi Iannone

Classe '93, salernitano, cittadino del mondo. Laureato in "Scienze Politiche e Relazioni Internazionali" e "Comunicazione Pubblica, Sociale e Politica". Ateo, idealista e comunista convinto, da quando riesca a ricordare. Appassionato di politica e attualità, culture straniere, gastronomia, cinema, videogames, serie TV e musica. Curioso fino al midollo e quindi, naturalmente, tuttologo prestato alla scrittura.

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