
Trump non scherza, non ha mai scherzato: con le buone o con le cattive vuole la Groenlandia. L’Unione Europea, colpita ora in prima persona, sembra finalmente iniziare a percepire la portata del pericolo.
Quando nel 2019 il New York Times riportò l’idea di Donald Trump di voler annettere la Groenlandia agli Stati Uniti, la notizia fu accolta con grasse risate dagli addetti ai lavori, più interessati a sfoggiare le proprie conoscenze in materia di diritto internazionale che ad analizzare la gravità politica delle parole del Presidente. Negli ultimi mesi, il Tycoon ha concretamente riportato in auge la questione, seguendo un climax ascendente fatto di dichiarazioni, minacce e azioni concrete. A scanso di equivoci e senza voler alimentare inutili allarmismi, è necessario sottolineare come un’operazione bellica a stelle e strisce in Groenlandia sia da escludere. Infatti, la Danimarca, Stato di cui l’isola è parte integrante, è un membro chiave della NATO e un intervento armato metterebbe Washington nella grottesca condizione di essere, simultaneamente, aggressore e difensore dell’aggredito in virtù degli articoli 4 e 5 del Patto Atlantico.
Le strategie di annessione
Ciò detto, la sovranità di uno Stato su un territorio può essere corrosa in modi differenti, ed è a tali strategie che, con ogni probabilità, Donald Trump farà ricorso. Il primo metodo non punterebbe necessariamente a una formale annessione, quanto a una “colonizzazione” finanziaria e infrastrutturale. È quello che gli analisti definiscono il “Modello Pechino”, che mirerebbe a saturare il territorio groenlandese di investimenti critici, dal progetto di scudo missilistico Golden Dome all’estrazione delle terre rare, fino alla costruzione di porti e fabbriche sotto giurisdizione americana. L’obiettivo è svuotare la sovranità danese dall’interno, trasformando l’isola in un asset gestito, de facto se non de jure, da Washington.
Tuttavia, poiché un progetto simile richiederebbe anni e considerando che, al netto di storiche riforme costituzionali, Trump non potrà restare alla Casa Bianca a tempo indeterminato, è ipotizzabile che l’amministrazione USA decida di insistere su un secondo metodo: l’acquisto materiale della Groenlandia, riproponendo quanto gli Stati Uniti usavano fare (tra uno sterminio e l’altro), nei primi decenni d’esistenza, per espandere i propri domini.
Estromettere l’Unione Europea
Nelle celebri scene del film The Wolf of Wall Street, il protagonista e le sue spalle utilizzano tecniche di manipolazione per indurre i clienti a credere che l’investimento proposto sia l’unica soluzione percorribile. L’investitore viene accerchiato, pressato, isolato. In pieno stile yankee, Trump sta adottando la stessa strategia corrosiva con la Danimarca, cercando primariamente di allontanare i suoi alleati, per poi costringerla a scendere a patti in una condizione di solitudine diplomatica.
Tramite i suoi canali ufficiali, il 17 gennaio il Presidente USA aveva annunciato dazi del 10% per otto Paesi (Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Norvegia, Olanda e Svezia). Tali misure, eventualmente attive da febbraio 2026, avrebbero dovuto crescere fino al 25% a giugno, per aumentare periodicamente fino a trovare un accordo sulla vendita dell’isola. Un ricatto che, per ora, non sembra aver sortito l’effetto sperato, con i vertici dell’Unione Europea che hanno risposto con una nuova dichiarazione comune: questa non ha lasciato, almeno sulla carta, alcuno spazio per trattative in cui il popolo danese sia svenduto e privato del proprio diritto all’autodeterminazione. Nei giorni scorsi, il Parlamento Europeo ha inoltre sospeso la ratifica dell’accordo commerciale UE-USA, che avrebbe eliminato la tassazione sulle merci statunitensi destinate al mercato europeo.
Di fatti, almeno dopo le ultime dichiarazioni rilasciate al World Economic Forum di Davos, Trump si è detto rassicurato dalla stessa NATO sulla questione Groenlandia, affermando che per ora non imporrà i dazi annunciati. L’oggetto di tali rassicurazioni, comunque, verrà probabilmente svelato nei prossimi giorni, considerando che, almeno secondo il Segretario NATO Mark Rutte, il dialogo avuto col presidente USA ha riguardato la sicurezza nella regione artica, ma non la sovranità dell’isola danese.
L’Unione (in crisi) fa la forza
Una tale unità d’intenti, espressa con una tale perentorietà e immediatezza, non si vedeva in Europa e nell’Unione Europea da decenni. Questo, evidentemente, accade perché non si tratta di popoli o Stati di serie B, che nell’ottica continentalista possono essere lasciati in balia delle voglie di un presidente che vuole giocare a risiko, ma di un pericoloso precedente che potrebbe, in futuro, mettere a rischio la sovranità di qualsiasi Nazione europea.
Bruxelles ha compreso che accettare il principio per cui gli Stati Uniti possano “comprare” un pezzo di Europa attraverso il ricatto commerciale, renderebbe insicura ogni area del continente. Oltre ciò, considerando la velocità con cui Donald Trump cambia idea e prende decisioni, la minaccia dei dazi potrebbe tornare, costringendo i Paesi colpiti ad adottare contromisure simmetriche. Se per l’asse carolingio (Francia e Germania) queste potrebbero essere quasi speculari a quelle nordamericane o comunque sufficientemente resistente, per le economie più fragili o esposte, senza un giusto coordinamento europeo, la pressione americana rischierebbe di aprire crepe profonde nel tessuto sociale e produttivo.
E Roma?
Perfino la migliore alleata europea di Trump sembra aver compreso, seppur tardivamente e ammettendolo con parole pur sempre calmierate, la gravità della situazione. Giorgia Meloni, dopo aver sminuito la questione finché le è stato possibile, sta infine apponendo la sua firma alle dichiarazioni di fermezza europee. Si spera abbia compreso che in un contesto integrato, con moneta unica, mercati comuni e politiche condivise, anche l’Italia più sovranista non può permettersi di comportarsi come una colonia statunitense in tutto e per tutto, ma deve contribuire alla protezione dell’identità e dei confini europei. Resta ora da capire se questa difesa, tema cardine di anni di comizi e campagne elettorali, verrà tutelata con la stessa foga anche quando il “nemico” non indossa tuniche o non arriva morente sui barconi, ma porta cravatta d’ordinanza e capelli tinti.
Anna Farina
















































