La generazione boomerang è nata stanca
La generazione boomerang è nata stanca.Fonte: www.pixabay.com

I figli dei boomer, gli appartenenti alla cosiddetta generazione boomerang, sono nati stanchi. Lo sostiene Enrica Tesio,  autrice del libro Tutta la stanchezza del mondo, in una riflessione sulla stanchezza pubblicata su ilLibraio.it proprio in occasione dell’uscita del suo libro.

Secondo l’autrice, le parole stanco e stagno hanno la stessa etimologia, quindi la stessa radice, il che permette loro di essere collocate all’interno della stessa area semantica, in una zona della lingua in cui i significati si avvicinano tra di loro e si assomigliano, assumono sfumature simili e mai coincidenti. È questo anche il caso della stanchezza all’interno della quale ristagna la generazione boomerang: un sentimento di immobilità derivante, paradossalmente, dall’azione perpetua, dal continuo movimento senza scopo, senza un fine ultimo.

Si tratta di un sentimento condiviso da un’intera generazione, il quale assume per questo motivo un carattere storico ben definito: la generazione boomerang, figlia legittima della seconda metà del Novecento con il suo boom economico, è nata sotto il segno della apparente libertà, dell’affrancamento dal dovere imposto dai regimi totalitari, del se vuoi, puoi che diventa un imperativo categorico della coscienza moderna. L’autoreferenzialità dell’azione rispetto ai propri scopi è una condanna per il secondo Novecento e trascina con sé la stanchezza di una generazione costretta a far fede solo sulle proprie forze. In un mondo che, almeno in apparenza, permette la piena realizzazione del sé, il prezzo da pagare per vivere una vita di successo e improntata al rendimento è l’eterna insoddisfazione, il costante senso di colpa derivante dal timore di non aver fatto abbastanza. Non sentiamo di meritare il riposo, dunque l’unica deviazione dall’attività perpetua che ci concediamo è la distrazione, una forma di riposo blanda e inappagante il cui emblema è il social network con i suoi ritmi frenetici, ai quali non possiamo far altro che adeguarci. In queste condizioni, la piena libertà diventa la più grande delle gabbie.

Questa teoria della stanchezza si fonda su diversi assunti storico-filosofici caratterizzanti il pensiero di alcuni tra i più grandi filosofi occidentali, condensati nel saggio di Elettra Stimilli edito per Quodlibet Il debito del vivente. Ascesi e capitalismo. Stimilli parte da un’intuizione attribuita al sociologo Max Weber secondo cui lo <<spirito del capitalismo>> va rintracciato in un’attitudine alla produzione perpetua accompagnata dall’etica della rinuncia, che antepone la ricompensa futura per le proprie azioni al riconoscimento immediato di queste ultime tramite l’arricchimento. Questo <<ascetismo intramondano>> ha alla sua base un’idea già aristotelica, secondo cui l’agire umano può contenere in sé la propria finalità, che non va più cercata dunque in un elemento esteriore all’uomo, ma diventa autoreferenziale.

In quest’ottica distorta, si passa dalla realizzazione del sé più autentico all’autoimprenditorialità. Nell’Occidente in cui il self-made man diventa un mito, l’unica aspirazione che l’essere umano si può concedere per non essere considerato un reietto è quella di autopromuoversi e quindi capitalizzarsi, misurare il proprio valore personale con l’unico parametro della produttività e dell’efficienza, diventando egli stesso il capitale. Lo scarto tra il lavoro come essenza di Marx e la mentalità imprenditoriale che lascia dietro gli ultimi è quindi definitivamente compiuto.

Giulia Imbimbo

Nata a Napoli a ridosso del nuovo millennio, sono una studentessa di Lettere Moderne, divoratrice di album e libri. Credo nella capacità della cultura umanistica e dell'espressione artistica di rifondare i valori della società contemporanea.

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