Anna Maria Ortese
Anna Maria Ortese. Credits: terredicampania.it

Nella simbologia onirica, il mare rappresenta la paura o, al contrario, l’attrazione per il contatto con le proprie emozioni. Il mare aperto, così ampio e limpido, ha il potere ambivalente di donare un senso di calma e agitazione cui è difficile sottrarsi e che, piuttosto, coinvolge nel bene e nel male chiunque si trovi davanti a tanta incommensurabilità. La versatilità simbolica del mare lo rende da sempre il perfetto strumento allegorico in letteratura, con cui gli autori possono raccontare le loro storie senza cadere nella rete fitta di manierismi e ridondanze e creare un rapporto diretto con il proprio lettore. Per Anna Maria Ortese, il simbolo del mare è il mezzo che le ha permesso di viaggiare tra piano reale e concettuale, di denunciare la società e allo stesso modo di raccontare un’insolita avventura.

Anna Maria Ortese e la critica alla società

Scrittrice sia di romanzi sia di articoli di giornale, Anna Maria Ortese cresce in svariate città di Italia e della Libia a causa degli spostamenti del padre militare ma è Napoli, città d’origine della madre, il luogo in cui riconoscerà spiritualmente il suo ambiente natio, non senza un forte legame conflittuale di amore/odio.

Il riferimento al mare appare in due delle principali opere dell’autrice, Il “Mare Non Bagna Napoli e “L’Iguana“, apparentemente dissimili ma legate dalla stessa frustrazione per l’appartenenza ad una società che, nascosta dietro le infrastrutture dell’intelletto, si ritrova ancora a doversi relazionare con la primitiva concezione di un’autoaffermazione impossibile. In entrambe è intellegibile il timore della Ortese per l’abisso, il mare profondo come allegoria di un male radicato. Lo stesso mare che si è portato via entrambi i fratelli dell’autrice, marinai morti in nave a distanza di pochi anni tra loro.

Il Mare Non Bagna Napoli“, edito da Einaudi nel 1953, si presenta come una raccolta mista. Nei due capitoli iniziali, le narrazioni letterarie confermano l’ interesse già dimostrato di Anna Maria Ortese per lo stile del racconto. Nei restanti, si susseguono invece articoli di stampo giornalistico, particolarmente critici nei confronti delle velleità materialiste degli intellettuali napoletani dell’epoca. Scritti violenti e accusatori, figli di una realtà odiata. Visioni neorealiste già distopiche sull’esistenza e l’identità, al di là del politico e del privato. È quindi evidente il rifiuto dell’autrice per la realtà circostante, che finirà per costringerla ad un isolazionismo forzato. 

“L’iguana”: il mare e l’autoaffermazione del colonialismo

Anna Maria Ortese, mare
Copertina de L’Iguana

Nel 1965 Anna Maria Ortese pubblica “L’Iguana“, una difficile narrazione allegorica della storia di Carlo Ludovico Aleardo di Grees dei Duchi di Estremadura – Aleardi, che sbarca su un’isola non segnalata dalle mappe di bordo, Ocana, con l’intento di acquisirne il territorio. 

Il Daddo, così viene chiamato affettuosamente il protagonista, troverà l’illusione di chi viene dal mare facendosi conquistatore dell’ignoto, innamorandosi follemente di una creatura che pare una lucertola, di pelle verde ma dagli abiti femminili, un’anima mutaforma e conturbante che non sembra affatto voler essere sollevata dal suo stato di mostruosità esistenziale. 

Un viaggio paradossale e fuori dal tempo che analizza il sentimento di colonialismo culturale mostrando le sue nefandezze, lasciando che gli aspetti più ridicoli del “conquistatore che viene dal mare” vivano come spettri al di là della dipartita del protagonista stesso. 

Ne “L’Iguana“, Anna Maria Ortese descrive in modo ingarbugliato e dettagliato situazioni che sono solo apparentemente illogiche. In realtà, l’intero romanzo è percorso da una linea logica che collega la crisi di identità del protagonista alla ben più ampia e critica questione dell’autoaffermazione dei coloni, la stessa che spinge il Daddo a ricercare un’isola da acquistare.

Attraverso il pretesto dell’assurdo, la Ortese decide di presentare al suo “Lettore“, cui si riferisce in seconda persona, argomentazioni vere e profonde, che richiedono un’attenzione raffinata. Il mare diventa così il simbolo della separazione tra il noto e l’ignoto, tra ciò che rappresenta il bagaglio sicuro, riempito da una famiglia nobile e benestante, e l’entusiasmo mischiato al terrore provocato dalla scoperta di un mondo nuovo, abitato da una strana creatura. È un mare a cui dare e chiedere, che dà serenità ma di cui avere paura.

Ludovica Grimaldi

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