Il fenomeno della magrezza estrema e la body positivity
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Negli ultimi mesi, chi scrolla i social con uno sguardo un po’ più attento sente un déjà-vu. Corpi sempre più sottili, visi scolpiti, addomi piatti che sbucano tra un tutorial e un consiglio di benessere. Non è solo una questione di estetica: è una sensazione, un’aria che cambia. Come se qualcosa — che pensavamo superato — stesse facendo ritorno dalla porta sul retro.

La body positivity, quella vera, che parlava di corpi autentici, taglie diverse e libertà dalle imposizioni, sembra sbiadire ogni giorno un po’ di più. Al suo posto, si fa spazio una nuova (vecchia) ossessione per la magrezza. Ma stavolta lo fa sottovoce, travestita da stile di vita sano, detox, pulito. E la cosa inquietante è che quasi non ce ne accorgiamo.

Il culto della magrezza non se n’è mai andato davvero. Ha solo cambiato linguaggio. Ha imparato a usare parole rassicuranti, toni minimal, feed curati. Ma sotto la superficie, l’ossessione resta la stessa: il corpo delle donne come oggetto da controllare, scolpire, correggere.

Quando la body positivity è diventata una moda

Ricordi i primi tempi della body positivity? Erano pieni di entusiasmo, come se ci fossimo finalmente scrollati di dosso secoli di vergogna e confronti. Corpi veri, smagliature, cicatrici, pance morbide: tutto era mostrato senza filtri, con un pizzico di liberazione. E per un attimo, abbiamo pensato: ce l’abbiamo fatta.

Ma la verità è che il sistema è furbo. E appena qualcosa inizia a fare tendenza, lo prende, lo confeziona, lo vende. Il messaggio si svuota. Il corpo curvy diventa accettabile… ma solo se è “il giusto tipo” di curvy. Tutto il resto resta ai margini.

E così, senza quasi accorgercene, ci ritroviamo di nuovo con influencer che promuovono “clean eating”, con video virali di ragazze che mostrano cosa mangiano in un giorno (spesso pochissimo), e con post motivazionali che in realtà nascondono solo l’ennesima pressione sul corpo.

Il mercato ha cambiato maschera, ma non intenzione.

Quando il benessere diventa una gabbia

Dobbiamo dircelo chiaramente: questa nuova ossessione per la forma fisica non ha nulla a che vedere con la salute. È ancora una questione di controllo. Di apparenza. E in molti casi, di dolore silenzioso. Perché dietro la ricerca della perfezione si nasconde spesso una lotta invisibile: quella contro i disturbi alimentari.

Quando si parla di disturbi alimentari, si tende a pensare solo a anoressia e bulimia. Eppure esistono forme meno note, più difficili da riconoscere, ma altrettanto dannose. Cos’è il binge eating, allora, se non una risposta disperata a una lunga storia di restrizioni, sensi di colpa e fame emotiva? È un disturbo che si manifesta attraverso abbuffate compulsive, seguite da vergogna e silenzio. E colpisce sempre più persone, spesso intrappolate in un equilibrio precario tra controllo e frustrazione, tra modelli tossici e pressioni sociali.

E il problema è che tutto questo accade mentre la cultura del “mangia pulito”, del “pancia piatta in 7 giorni” e del “corpo perfetto per l’estate” ci bombarda da ogni angolo del web. Come se esistesse una sola forma accettabile di benessere. Come se valessimo solo quanto pesa il nostro corpo.

Fermarsi, guardarsi, respirare

E allora che si fa? La risposta non è semplice, ma un primo passo può essere questo: guardarsi con più gentilezza. Spegnere per un attimo i social, uscire dallo specchio, ascoltare il proprio corpo senza giudizio. Non è una battaglia facile — lo sappiamo — ma è necessaria.

Forse la body positivity, così com’era, aveva i suoi limiti. Forse ci ha illusi di un cambiamento più profondo di quanto fosse. Ma ciò non significa che dobbiamo arrenderci. Possiamo spingerci oltre. Possiamo parlare di body neutrality, cioè di un rapporto col corpo che non si fonda sull’amore incondizionato (che a volte sembra quasi obbligatorio), ma sulla convivenza pacifica. Sul rispetto. Sulla libertà.

Perché alla fine, il nostro corpo non è un biglietto da visita. È una casa. È quello che ci permette di correre, di amare, di stare al mondo. E non dovrebbe mai essere una prigione.

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