teatro politica

La storia culturale occidentale ha come pilastro l’ambiente teatrale, una culla che ha nutrito e salvaguardato l’arte e le prime forme di individualismo per le funzioni sociali e politiche che riusciva a ricoprire.

Le polis greche assegnavano al teatro il compito di educare i propri cittadini. L’osservazione diretta di eventi tragici, perlopiù disumani, iniziava un lavoro catartico che spingeva all’elaborazione delle proprie emozioni e a una conseguente crescita personale. Come risultato ci sarebbe stata una purificazione dell’anima, una sensazione di liberazione, portata dalla rielaborazione che avrebbe istillato quell’humanitas indispensabile per distinguere gli uomini dalle bestie.

Il teatro era utile anche e soprattutto a livello politico. Oltre a semplificare la riunione dei cittadini, era un metodo molto semplice per conoscere rapidamente la posizione di tutti, soprattutto in tempo di guerra.

Sottoposto a varie censure e controlli, era il modo più rapido per diffondere le proprie ideologie politiche, muovere la massa e spingerla verso un certo tipo di  convinzione.
Le parti liriche erano quelle in cui più emergevano gli aspetti politici e ideologici e che avevano maggiori ripercussioni sugli spettatori. Ad esempio nel 493, Temistocle, scelse una tragedia di Frinico, “La presa di Mileto”, per esporre la sua convinzione dell’imminenza delle guerre persiane. Questa scelta così attuale era sicuramente in linea con la politica del tempo ma ebbe un tale impatto sugli spettatori che ne furono impedite le repliche. L’angoscia della distruzione della città di Mileto, la strage di tutti gli abitanti, l’evento così recente scatenarono pianti, svenimenti, persino aborti spontanei di donne incinte.

L’arte di parlare alle masse viene colta dai romani come uno strumento per arricchire la propria storia culturale e quindi, partendo dalla struttura del teatro ellenistico, ottennero come risultato la costruzione del primo teatro latino che ha compiuto i suoi primi passi tenendo stretto il suo legame con la tragedia e la commedia greca, per poi avere la propria svolta con l’invenzione del genere satirico che, citando Quintiliano, «tota nostra est».
I continui riferimenti alla quotidianità e le critiche non sempre velate ai vari personaggi eminenti in politica creavano un diretto colloquio con il pubblico, che era messo davanti a tutti i problemi della Roma del tempo.
Un tipo di comunicazione più evidente e diretta sarà praticata nel foro, dove i grandi oratori, forti della propria retorica e abbandonato ormai il teatro, occupano un ambiente più vasto e vissuto. Le loro parole riecheggiano per strade e piazze, atte a smuovere le masse e ad inculcare le proprie ideologie.

Il linguaggio della politica diventava ora più settorializzato, ma al contempo doveva essere comprensibile a tutti e doveva quindi essere di rapida assimilazione perché anche solo un’incertezza avrebbe pregiudicato la fruibilità del messaggio. Il teatro continua ad avere il suo ruolo nevralgico nella formazione culturale e nell’intrattenimento sociale, continua a lasciare morali e ad operare con la sua catarsi, ma sembra distaccarsi man mano dall’azione politica vera e propria.

Peter Shumann in risposta a un’intervista a cura di Ruggero Bianchi dichiara: «A mio parere tutto il teatro è per sua stessa natura politico. Se uno allestisce un’opera di Verdi è perché fa una scelta, perché decide di presentare questo alla società che lo circonda. Chi esegue quel certo pezzo di Verdi stabilisce anche di proporre Verdi come risposta a una certa situazione in cui vive. Con la scelta di tutto ciò che si allestisce, per il semplice fatto di far ricorso a uno spazio pubblico e di essere un uomo moderno in una società moderna, si fa già una scelta politica. Quali che siano le scelte, non si può evitare di essere politici, di fare un’affermazione politica per il semplice fatto di aver compiuto una scelta. Per “teatro politico” io non intendo un teatro che propone alla propria clientela, al proprio pubblico, una precisa ideologia politica. Intendo invece, un teatro che agisce con la coscienza del luogo in cui si vive, della società in cui si vive, delle risposte che si devono dare a quella società».

Sarà quindi impossibile dividere il teatro dall’azione politica, così come ogni tipo di contenuto culturale non sarà mai scelto con leggerezza o in modo del tutto indipendente dal momento storico che si sta vivendo.

Le commedie di Goldoni, le tragedie shakespeariane o di Alfieri, gli spettacoli di Pirandello, Eduardo De Filippo e di Totò, i nuovi spettacoli sperimentali incentrati sui temi dell’inettitudine e su giochi di vuoti e assenze esplicano sempre le incertezze e i pensieri della società in ascolto, pronta ad immedesimarsi o a comprendere e a razionalizzare, grazie alla chiave di lettura teatrale, ciò che si ha intorno.

Quel rapporto che nell’antica Roma si era creato tra fori e teatri oggi sembra essere sostituito dal web. I social network sono le nostre piazze, i nostri punti di incontro e il nostro mezzo di comunicazione. In periodo elettorale si trasformano in un campo di battaglia, uno spazio in cui a suon di click e di tweet le parole diventano armi taglienti pronte a ferire il prossimo.

Gli ambienti culturali riescono a moderare fin troppo poco, il teatro è debole per le sue sale troppo vuote, i confronti diretti tra i vari rappresentanti della politica sembrano man mano sfumare a favore di freddi e sterili monologhi in rete e il linguaggio si fa sempre più mirato e accattivante. I famosi “leoni da tastiera” nutrono le proprie campagne di emozioni invece che di vere opinioni, puntando ad accumulare il maggior punteggio possibile di seguaci con una retorica che, vuota ma diretta, non aspira più alla perfezione formale e contenutistica ma alla semplicità e all’utilizzo di parole-chiave persuasive.

I cambiamenti ci sono e a notarli sono stati ad esempi i ricercatori Levi Boxell, Matthew Gentzkow e Jesse M. Shapirono che, per uno studio della Brown University, hanno utilizzato nove diversi indicatori che misurano la radicalizzazione degli elettori americani, a loro volta divisi in differenti categorie demografiche. Il risultato è che dal 1972 al 2012 tutte le categorie hanno aumentato la loro polarizzazione politica in modo costante, sia prima sia dopo l’avvento di internet, ma la tendenza è stata maggiore nelle persone più anziane e quindi meno familiari all’utilizzo dei social.

L’evoluzione sembra quindi stia portando al click facile e alla politica spicciola: conversazioni da bar, spesso ricolme di pregiudizi,  leggittimate dal fatto che sono riportate in rete.

Ma a cosa può aspirare una società che si preclude il confronto e che abbandona progressivamente la sua culla culturale?

Alessia Sicuro

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Laureata in lettere moderne, ha in seguito ha conseguito una laurea magistrale alla facoltà di filologia moderna dell'università Federico II. Ha sempre voluto avere una visione a 360 gradi di tutte le cose: accortasi che la gente preferisce bendarsi invece di scoprire e affrontare questa società, brama ancora di tappezzare il mondo coi propri sogni nel cassetto. Vorrebbe indossare scarpe di cemento per non volar sempre con la fantasia, rintagliarsi le sue ali di carta per dimostrare, un giorno, che questa gioventù vale!

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