Imponenti mezzi di comunicazione e strumenti di informazione istantanea, i social sono stati impiegati da subito come il più efficiente dei veicoli pubblicitari. Alcuni dei più famosi, come Twitter, Facebook, Instagram sono stati impiegati da molte società, specialmente quelle sportive, e in modo particolare quelle calcistiche, per sponsorizzare il proprio brand e allargarlo, sfruttando l’elemento internet in modo da avvicinare ancora di più i tifosi e non rinchiudere lo spettacolo calcistico all’interno delle mura di uno stadio o di uno schermo televisivo. Questo legame diretto con la platea ha avuto un doppio effetto: da un lato, come detto, infatti, si è creato un rapporto più diretto con i tifosi con un conseguente aumento dei profitti, dall’altro, però, questo legame così diretto ha fatto sì che le critiche e le polemiche potessero non solo moltiplicarsi. I social, in una maniera che si potrebbe definire ironicamente “eccessivamente democratica”, ha liberato le opinioni dei leoni da tastiera o, sfruttando il neologismo di Enrico Mentana, “webeti”. Le delusioni per una sconfitta, per un pareggio o semplicemente per una prestazione sbagliata, hanno dato vita con i social ad un ottuso odio, contornato da offese indicibili e ai diretti interessati o tra gli stessi tifosi.

Potremmo citare come esempio quello di Massimiliano Allegri, allenatore della Juventus (uno dei club più attivi sulle piattaforme social), che, dopo le numerose critiche ricevute successivamente la brutta sconfitta con l’Atletico Madrid per 2-0, è stato letteralmente bersagliato dagli insulti da parte di quei “tifosi” ancora amareggiati. Una rabbia, questa, che appare  tutto sommato inspiegabile considerando il risultato del campo, che i bianconeri avranno tutta la possibilità di ribaltare all’Allianz Stadium, e i risultati raggiunti in questi anni, tralasciando un ottavo scudetto di fila, che i tredici punti di distanza dal Napoli sembra quasi ufficializzare. Basti verificare le risposte ai commenti, generatori di altre offese, tra persone che magari non si conoscono e che per pura e semplice voglia di affermarsi iniziano a litigare, utilizzando qualcosa di più simile a dei grugniti che a dei linguaggi. Non si tratta di un fenomeno juventino, anzi Allegri, purtroppo, non è il primo quest’anno ad essere ricorso a simili soluzioni. Si chieda a Mario Rui, che anche lui ha deciso di chiudere il proprio profilo Instagram, dopo essere stato bersagliato da quegli stessi che si dichiarano tifosi e che subito dopo l’eliminazione del Napoli a Liverpool, dopo un girone dominato, non hanno perso l’occasione di esprimere più che il loro disappunto, le proprie valanghe di fango.

Offese, insulti, minacce, risposte peggiori degli stessi commenti: quello che sta invadendo il mondo del pallone è un problema culturale. Navigando in rete non è raro trovare chi a questo sistema ha deciso di ribellarsi in qualche modo, magari oscurando post o più semplicemente disabilitando i commenti ad alcuni di questo post perché le critiche fanno parte del gioco, purché queste non oltrepassino mai la linea del rispetto. Insomma, si dovrebbe diffondere un cultura sportiva che va ben oltre le mura di uno stadio, ben oltre lo schermo di una tv, arrivando più che ai cuori di quelle persone, quantomeno alle tasche in cui ripongono il proprio smartphone. Scontri verbali televisivi o di campo, che un tempo sarebbero terminati il giorno successivo ad una partita, o quanto meno si sarebbero interrotti fino alla successiva esternazione del diretto interessato, hanno potuto in questo modo aumentare la propria portata. Si discute sul VAR, sulla prestazione sicuramente non ottima di Abisso in un Fiorentina-Inter ed ecco tutti a scagliarsi contro quello che viene ritenuto il capro espiatorio e i social diventano una gogna mediatica inutile, disumana e irrazionale. Offese che se non sono scritte su striscioni, muri o pagine social del diretto interessati, vengono urlate sulla grande piazza del web attraverso profili privati e le pagine dei quotidiani sportivi. Contro questa irrazionalità, volgarità e aggressività bisognerebbe sicuramente aumentare il livello culturale, oltre che applicare quelle sanzioni già previste nel nostro sistema normativo e che in molti ignorano, perché i social possono sì essere espressione democratica della società, ma questo non vuol dire che debbano diventare il luogo in cui sdoganare linguaggio e comportamenti inappropriati e barbari. I social non possono essere la gogna del nuovo millennio.

Fonte immagine in evidenza: Tutto Bologna Web

Giovanni Ruoppo