L’uscita nelle sale di Primavera, il nuovo film di Damiano Michieletto, nell’inverno del 2025, è di buon augurio per il nuovo anno cinematografico. Già regista di opera lirica e di teatro, Michieletto compone un’opera dalle molteplici chiavi di lettura e, come tale, lo spettatore (meglio ancora se musicista o storico) dovrà soffermarsi ed interpretare il ciascun rigo del sistema, basandosi sulla propria sensibilità. Di fatto, coloro che siederanno davanti al grande schermo con l’intenzione di assistere alla proiezione di una biografia saranno accontentati, tanto quanto coloro che, mossi dalla curiosità (un sentimento molto caro alle orfane protagoniste), guarderanno questo film con spirito affascinato e critico, attenti ai profondi significati in esso contenuti. 

Eppure, anche in questa prospettiva, non manca la componente biografica, non solo dell’orfana Cecilia (attualmente Santa Patrona dei musicisti tutti) e del Prete Rosso, quanto della vita agli inizi del diciottesimo secolo. Se I Promessi Sposi si fregia del titolo di primo romanzo storico in chiave moderna, #Primavera assolve lo stesso compito a mezzo dell’audiovisivo.

Le prime scene del film mostrano scherzanti le orfane del Pio Ospedale della Pietà, quasi felici, davanti ad una gatta intenta a nutrire i cuccioli appena partoriti. Purtroppo, la realtà non tarda ad arrivare, giacché l’accoglienza dei nuovi venuti al mondo è stata bruscamente interrotta dall’autoritaria priora, la quale, orfana anch’essa, ben si cura di proibire alle musiciste ogni forma di evento e di vita oltre le mura. Di fatto, come per dei rifiuti qualsiasi, essa sembra non farsi scrupolo a gettare la famiglia malcapitata nei canali della splendida Serenissima, tratti distintivi di una città tanto ricca culturalmente, quanto poco tollerante verso coloro che “la cultura non sono in grado di sostenerla con il tintinnio della moneta sonante”. È stato subito ribadito: l’unica famiglia che le orfane avranno, sarà quella che verrà loro assegnata, una volta promesse in matrimonio

L’Ospedale come la società

La microsocietà dell’ospedale (ricalcando fedelmente il periodo storico) impone che si giochi sulla vita delle orfane come fossero carte da gioco, o carte stracce: una sorta di diritto autoattribuito, in cambio del vitto e dell’alloggio ricevuto.

Dal greco symbŏlum, questi era il mezzo di riconoscimento o di controllo che si otteneva spezzando irregolarmente in due parti un oggetto, in modo che il possessore di una delle due potesse farsi conoscere facendole combaciare. Un simbolo, lo strappo di un tessuto fragile, che richiama il sofferto, in alcuni casi anche fulmineo, il distacco dalla famiglia natia, per poi entrare nelle algide ed umide mura della struttura veneziana, garantendo un solido perimetro dal duplice scopo: una tutelata prigionia. Certo, né lo strappo né la rottura posseggono un contenuto simbolico (richiamando il greco symballo: «mettere insieme e «segno di riconoscimento») lontano dalla tradizione classica. Di fatto, la rottura di un legnetto tra i due contraenti al momento dell’accettazione, fungeva da mezzo di riconoscimento tra lo scommettitore e l’allibratore.

La libertà, per Cecilia, è resa possibile dopo la rottura della mano, un lutto che la pone di fronte ad un impasse: abbandonare le certezze del finito, accettando le incertezze dell’infinito per ricostruire (o costruire) la propria vita da donna libera, o rimanere confinata tra i canali, senza mai poterne navigare alcuno per volontà propria. Una possibilità assicurata dall’inaspettata redenzione della prioress, ma forse, voleva solo liberarsi di una bocca da sfamare che non avrebbe più potuto contribuire alle entrate dell’Ospedale suonando la musica rigogliosa che Vivaldi tanto le affidava.

Vivaldi: cosa significa la musica

Gracile, genio, guida. Michele Riondino interpreta un Vivaldi reale e drammaticamente consapevole del contesto storico e societario in cui concertava. “La musica non serve a niente, ma può fare tutto”, dice, rivolgendosi a Cecilia, interpretata da Tecla Insolia. 

Il paradosso è evidente: l’arte, la musica in questo contesto, non soddisfa i bisogni biologici primari come il bisogno di cibo, di dormire, e di protezione. La musica non cura i mali, anche se, in Primavera, guarisce a gli spiriti dei personaggi. Eppure, fa sì che le persone ascoltino il proprio mondo interiore, inaudibile ad orecchio altrui, composto da quelle emozioni che porteranno ad intraprendere strade che, seppur ignote, garantiranno una piena armonia con sé stessi e con il mondo circostante.

La violenza, che sia fisica o psicologica, assume molte forme. L’opera di Michieletto le propone entrambe e sotto diverse forme. Si dice che il matrimonio sia la tomba dell’amore: un detto quantomai veritiero nel caso di Cecilia. Stefano Accorsi interpreta il conte Sanfermo, di ritorno vittorioso dalla guerra contro i turchi. Questi spezza il polso della protagonista, impedendole per sempre di suonare. Lo smacco era troppo per l’onore del personaggio di Accorsi. 

Perdere la verginità garantiva l’annullamento delle nozze. Più in là nel corso della storia, Sanfermo prenderà in sposa un’altra orfana, la quale, rassegnata, sembra aver accettato l’idea di convolare a nozze con un nobile facoltoso come sola via di fuga dall’Ospedale ed unico epilogo possibile della vita di una bambina abbandonata in tenera età. Al contrario, Cecilia lotta con ogni mezzo, dal corpo all’ingegno. Lei rifiuta di sposarsi perché l’amore, quello che la rende viva e le dà uno scopo, è racchiuso nella vibrazione di quattro corde: uno strumento che avrebbe dovuto riporre per sempre nella custodia per indossare una maschera diversa da quelle delle esibizioni in pubblico. 

Giù la maschera

Tradizionalmente e culturalmente, la maschera a Venezia ne simboleggia il celebre carnevale, ma le orfane non conoscono la libertà dei festeggiamenti, se non quando rallegrano gli altrui eventi. Il trucco in viso (che nel corso del film Cecilia indosserà passivamente una volta sola, esprimendo un forte senso di disagio) e le sontuosi vesti strette in vita imprigionano le orfane. Il matrimonio garantirà loro, oltre alla parvenza di una vita felice in una lussuosa dimora, la certezza di un secondo abbandono, quello dell’unica madre ad averle veramente accolte: la musica. 

Della vera bellezza, quella onesta, colpisce la libertà espressiva  musicale ed estetica: un’armonia che non ricerca l’occhio, ma cattura lo sguardo, in accordo con l’orecchio e lo spirito. Esse, purtroppo, non possedevano nulla, al di fuori del rispettivo talento, neppure un volto. Ad ogni concerto la loro identità era legata allo scopo da adempiere, celata da una maschera durante le esibizioni all’esterno, o da una grata per quelle all’interno. Le ospiti del Pio Ospedale non erano persone, non possedevano un’identità. Erano solo anime adibite ad un compito terreno, suonando di giorno alla luce del sole, per poi piangere gli intrighi di notte. Il finale di Primavera ruota attorno ad un unico soggetto: la libertà dell’orfana mai sottomessa. Cecilia, fuggendo, vive come il proprio modo di interpretare la musica: libera, indomita e appassionata.

Francesco Magnelli

Francesco Magnelli
Francesco Magnelli, romano di origine, valtellinese di adozione. Sono professore di lingue straniere nella scuola secondaria, naturalmente curioso e interessato ai diversi settori della comunicazione. Da estimatore del mondo della voce, ho creato LinguAdHoc: un podcast in cui tratto i molteplici aspetti delle lingue con un tono adatto a tutti, anche grazie alle interviste di professori universitari e dottorandi nei rispettivi campi di specializzazione. Da due anni a questa parte, collaborando con una docente esperta di violino, gestisco il progetto “Musica, lingua inglese, e gioco”, rivolto ai bambini di età prescolare.

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