Checcoro, l’armonia come spazio di libertà e inclusione
Fonte: pagina Facebook di Checcoro

Milano non è solo la città che corre; è anche la città che, a volte, si ferma ad ascoltare. Ed è tra le pieghe del suo cemento, nelle piazze dove l’indifferenza sembra farsi dogma, che dal 2010 risuona il controcanto di Checcoro. Non chiamatelo semplicemente “coro“. Sarebbe riduttivo, quasi pigro. Checcoro è un’architettura umana, un esperimento di democrazia acustica che ha scelto la polifonia per abitare lo spazio pubblico, rendendolo, finalmente, di tutti.

Nato da un’esigenza quasi ancestrale — riappropriarsi del diritto alla visibilità attraverso la gentilezza delle carole natalizie — questo collettivo è diventato negli anni il primo coro LGBTQ+ del capoluogo meneghino, un’Associazione di Promozione Sociale che non si limita a eseguire spartiti, bensì a scrivere nuove narrazioni civili. Sotto la direzione del Maestro Filiberto Bentivoglio, oltre settanta voci si fondono oggi in un’unica identità collettiva che sfida le etichette, rivendicando il diritto all’armonia in un mondo che troppo spesso sceglie il rumore dell’esclusione.

La missione di Checcoro è un atto di pedagogia corale: utilizzare la musica come un ponte, un linguaggio universale capace di parlare di diritti umani senza alzare la voce, ma accordandola. Dalle barricate simboliche dei Pride alle geometrie sacre dei grandi teatri, il gruppo trasforma il canto in un manifesto vivente di accettazione. Perché contro ogni discriminazione, la risposta più luminosa resta quella di chi decide di intonare, insieme, una nota di autenticità.

Abbiamo ripercorso l’evoluzione e l’impegno di Checcoro attraverso un’intervista rilasciata ai nostri microfoni dal suo Presidente, Gianluca Trezzi.

In che modo l’attività artistica di Checcoro si è evoluta per rispondere al cambiamento del clima sociale, passando dalla “semplice” visibilità in piazza a una sensibilizzazione più strutturata?

«Quando Checcoro ha iniziato la sua attività, uno degli obiettivi prioritari per la comunità LGBTQ+ era ottenere un riconoscimento legale per le coppie dello stesso sesso, dato che l’Italia era rimasta uno degli ultimi paesi in Europa a non averle ancora regolarizzate. Per questo motivo, i primi flash mob del coro sono nati proprio nel periodo natalizio. Il Natale è un momento simbolicamente legato alla famiglia “tradizionale”; abbiamo optato di scendere in piazza durante le festività per ricordare alla collettività che anche noi siamo famiglia e, pertanto, desideriamo poterne costruire una. Con il tempo, però, il contesto è cambiato. Negli ultimi anni abbiamo assistito a un inasprimento del clima politico, con una forte polarizzazione e affermazione di partiti spesso ostili alle istanze LGBTQ+. Oggi, in particolare, notiamo un accanimento specifico nei confronti delle persone transgender. La lotta per i diritti, tuttavia, è intersezionale. Per questo motivo Checcoro ha progressivamente affiancato ai flash mob estemporanei un’offerta più strutturata di eventi culturali, pensati per raggiungere un maggior numero di persone possibile. Il fine è creare occasioni di riflessione su tematiche “diverse”, attraverso un linguaggio artistico condiviso.»

In un Paese che fatica ancora a legiferare contro l’omotransfobia, come riesce il linguaggio del canto corale a farsi strumento di cittadinanza attiva senza perdere la sua valenza estetica?

«Questo è un punto fondamentale. La ricerca di un equilibrio tra militanza ed espressione artistica è ciò che caratterizza il nostro coro e lo rende, in un certo senso, unico. Su circa ottomila cori attivi in Italia, infatti, sono pochi quelli che associano la pratica corale a una finalità politica così esplicita. Quello che cerchiamo di fare è utilizzare i nostri corpi, le nostre voci e le nostre vite per diffondere messaggi di contrasto a ogni forma di discriminazione, valorizzando l’unicità di ogni persona, difendendo il diritto all’autodeterminazione. Allo stesso tempo, dialoghiamo con il pubblico attraverso il linguaggio universale della musica: proponiamo esecuzioni di qualità, portiamo un’energia positiva, utilizzando l’ironia e lo spettacolo come strumenti per riflettere congiuntamente, senza mai rinunciare allo spessore artistico.»

Qual è il criterio etico che guida la scelta dei brani? Esiste un brano che sentite come il manifesto del vostro impegno?

«Il repertorio di Checcoro segue diversi filoni. Da un lato attingiamo alla tradizione delle lotte per i diritti civili: il canto collettivo ha sempre accompagnato i movimenti di liberazione, da quello femminista a quello afroamericano, dai lavoratori ai partigiani. Da qui nascono brani come “Bread and Roses”, “Bella Ciao” o “We Shall Overcome”. Accanto a questi, scegliamo canzoni i cui testi esprimono concetti affini ai nostri valori, spesso riprendendo brani di artisti che hanno testimoniato questi ideali anche nella loro vita privata. Realizziamo, inoltre, tributi a icone che hanno accompagnato il movimento LGBTQ+ nel tempo, spesso tramite medley con nostri arrangiamenti originali. Tra i pezzi che sentiamo più nostri c’è senz’altro “Born This Way” di Lady Gaga: fin dalla sua uscita, il singolo è riuscito a trasmettere il desiderio di un’affermazione positiva della propria individualità. Ogni persona deve potersi accettare per ciò che è, facendo della propria unicità il suo valore più grande. Un’altra pubblicazione singola rappresentativa è “I Am What I Am” di Gloria Gaynor, che racconta come ognuno di noi sia la creazione speciale di sé stesso: siamo noi a forgiare la nostra vita, a dirigerla dove desideriamo.»

Quale reazione del pubblico vi ha fatto capire che la voce di Checcoro stava effettivamente scardinando un muro di discriminazione?

«Molto spesso, al termine dei nostri concerti, le persone si avvicinano per ringraziarci e per raccontarci come i nostri messaggi abbiano risuonato in loro. Ricordo, ad esempio, una signora in età avanzata che si avvicinò dopo un concerto al Politecnico durante il mese del Pride; ci disse che dovremmo cantare in tutte le scuole, perché chiunque deve poter perseguire insegnamenti di libertà. In un’altra occasione, in un mercato rionale, un signore anziano ci ringraziò raccontandoci di essere un cattolico praticante e di stare cercando, nella sua comunità, di promuovere l’accoglienza e l’integrazione delle persone LGBTQ+. Sono testimonianze inaspettate che ci confermano che il senso di ciò che facciamo arriva davvero dritto al cuore di chiunque.»

Quale messaggio urgente sente di dover portare Checcoro sul palco oggi? E quali parole non potrebbero mancare in un inno del 2026?

«Nel 2026 sentiamo l’urgenza di cantare la necessità dell’unità e dell’armonia, in contrasto con la divisione e l’odio. Una società aperta e plurale, in cui ognuno possa trovare il proprio posto, è una società in cui tuttə stanno meglio. Libertà, rispetto reciproco, riconoscimento del valore dell’altro, collaborazione e incontro tra diversità: sono queste le parole — e i suoni — che non potrebbero assolutamente mancare nel nostro “inno” per il futuro.»

Vincenzo Nicoletti

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui