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fonte: https://www.studiodiapasonpavia.it/depressione/

La pandemia ha lasciato un segno profondo nella psiche di tutte e tutti. Parlarne con Silvia Celentano, terapeuta che lavora nell’area di Vigevano (Pavia), è un’occasione per raccontare l’anno del Covid-19 dal punto di vista degli psicologi, fra sfide e speranze.

Vista la delicatezza del lavoro degli psicologi, come stai in questo periodo tanto complesso?

«Umanamente e professionalmente stanca, perché si sta lavorando tanto e anche male. Le persone stanno risentendo molto dell’impatto del Covid in situazioni che già prima della pandemia erano faticose. I periodi di lockdown hanno buttato all’aria il lavoro che in alcuni casi i pazienti stavano facendo da anni. In generale la fatica di esistere si è quintuplicata. Certe dinamiche, spesso familiari, che sarebbero venute a galla col tempo nel corso della terapia, sono esplose con le chiusure forzate; un processo innaturale che ha causato un impatto ancora maggiore sia per i pazienti che per noi psicologi.»

La categoria degli psicologi è finita nell’occhio del ciclone con l’arrivo di Draghi al governo e alle dichiarazioni ritenute spiacevoli dalla categoria degli psicologi. Ti chiedo intanto se sei riuscita a vaccinarti e cosa pensi del clima di sfiducia verso i vaccini.

«Nel mio caso, oltre che alle sedute standard coi pazienti, collaboro anche con una casa di cura in Lomellina [provincia di Pavia, n.d.r.] il cui direttore sanitario ha portato avanti già da febbraio una campagna vaccinale rivolta a tutti i dipendenti, collaboratori e consulenti, fra cui la mia stessa categoria professionale. Quindi ho potuto accedere al vaccino Pfizer, e non me ne vergogno. Non ho avuto effetti collaterali e sono molto contenta di averlo fatto, nonostante Draghi ci abbia dipinto come dei “furbetti” del vaccino: io non mi sento tale.»

In generale però devo dire che la fiducia verso la scienza è cambiata molto. Quando sono nate le mie figlie, sono andata a vaccinarle senza battere ciglio, io come molti, perché ai tempi c’era una fiducia quasi cieca nel medico. Oggi invece, anche a causa di una campagna di comunicazione fallimentare, molte persone si sono sentite frastornate e confuse sul da farsi. É stata messa in dubbio l’efficacia dei vaccini e cosa ancor più grave, devo ammettere che anche fra i miei colleghi si è registrata una percentuale di sfavorevoli alla vaccinazione.»

Molti psicologi hanno cercato di continuare a supportare i propri pazienti attraverso sedute online. Ti chiedo se anche tu hai sfruttato questo canale, e come ha cambiato (se ha cambiato) il tuo rapporto coi pazienti.

«Lo scorso anno nei mesi di marzo aprile e maggio sono riuscita a seguire i pazienti con videochiamate, telefonate o chattando. Nel caso di pazienti che non sono pratici dei mezzi tecnologici usavamo prevalentemente le telefonate, ma in un contesto che costringe tutti a casa, si sono create situazioni improbabili e tragicomiche. Molti di loro non volevano far sentire nulla al coniuge o al figlio, e se aggiungiamo anche la didattica a distanza (DaD), il tutto si è complicato al punto tale che alcuni pazienti hanno fatto le sedute sul balcone. Ovviamente appena mi hanno dato il permesso di tornare in studio, non ho esitato un attimo. Anche perché non sembra, ma gestire il paziente “acquisito” tramite una videochiamata è complesso. Quando segui un paziente da diverso tempo, sai com’è fatto e come approcciarti a lui, ma con la videochiamata e con pazienti che ovviamente non conosci il tutto si complica. Da quando ho riaperto lo studio, questo rapporto si è potuto concretizzare e ne sono felice.»

Di quali persone ti occupi prevalentemente e qual è il motivo primario per cui chiedono il tuo supporto?

«I miei pazienti sono per la maggior parte persone che hanno risentito sul piano lavorativo del Covid, non solo dal punto di vista economico ma anche dal punto di vista della strutturazione del tempo. Erano abituate a determinati ritmi, ad andare a lavorare tutti i giorni, e si sono trovate dall’oggi al domani costretti a casa, non sapendo cosa fare, magari coi figli in DaD. Questo ha portato anche a ulteriori problemi, principalmente sul piano comportamentale e della gestione della rabbia. Ma ho anche in cura ragazze giovani che, una volta terminato brillantemente il liceo, si stavano approcciando all’università ma sono state sopraffatte da una confusione estrema, a causa delle dinamiche imposte dal Covid. Si sono sentite senza alcun tipo di riferimento. Una di loro, presa dallo sconforto più totale ha deciso addirittura di abbandonare gli studi. É stato tutto troppo disumanizzante, la DaD da questo punto di vista è stata fallimentare.»

Il primo giorno di riaperture molta gente si è riversata per le strade. Secondo te a cosa è dovuto tutto questo?

«Ho potuto vedere io stessa la quantità di persone che hanno preso d’assalto parchi e gelaterie il primo giorno di apertura. Non solo le persone erano completamente assembrate, ma anche con la mascherina rigorosamente abbassata o al polso, come se pensassero “non me ne frega più niente”. É come se una certa parte del cervello delle persone si sia completamente desensibilizzata all’idea di pericolo, dimenticando quello che abbiamo già sopportato, perché alla fine tutto quello che è spiacevole lo si tende a dimenticare.»

Dopo più di un anno di pandemia quali sono i maggiori cambiamenti che hai riscontrato nei tuoi pazienti?

«Mi sono accorta che da circa un paio di settimane, le persone stanno iniziando a parlare meno del Covid, tornando alle loro questioni personali. Si stanno riconcentrando sui loro tessuti, trascurando il discorso pandemia che normalmente prendeva almeno i primi venti minuti di seduta.

Allo stesso tempo è sorta la depressione. All’inizio c’era la paura, poi il picco di rabbia proprio come nell’elaborazione del lutto. Ora sembra tutto piatto. Sembra prevalere la convinzione che ognuno sia abbandonato a se stesso, che la vita faccia schifo, e questo è estremamente preoccupante.»

Se potessi dare un consiglio a tutti coloro che si trovano ad affrontare momenti di ansia a causa di un prevalente sentimento di incertezza verso il futuro, cosa diresti loro? 

«La vita si muove a cicli, quindi per ogni down c’è un up. Non siamo padroni di questa consapevolezza, non sappiamo quando arriverà questo up, ma arriverà. Prendere qualcosa che nella tua vita abbia un senso, anche banale, come comprare una pianta e dargli da bere tutti i giorni, e ripartire da lì, aiuta. Anche se questo è banale e automatico, bisogna fidarsi di se stessi e degli psicologi: l’up arriverà e se ne uscirà insieme agli specialisti.»

Giulia Esposito

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