Poveri padroni, in Italia non si trovano più schiavi
Fonte: psychiatryonline.it

E anche quest’anno è arrivata puntuale la polemica dei “poveri padroni“, imprenditori che non trovano giovani schiavi da far lavorare, poiché questi preferiscono continuare a fare niente. La dinamica è sempre la stessa: l’imprenditore si lamenta pubblicamente che non trova giovani per l’offerta lavorativa che ha proposto, e scatta automaticamente l’indignazione popolare, sostenuta da certi media e da certi ambienti politici. 

Viene data voce ai datori di lavoro, le cui parole vengono riportate a caratteri cubitali sulle maggiori testate giornalistiche, facendo sembrare una verità assoluta il fatto che ≪stare a casa con il sussidio≫ sia più ≪comodo rispetto al mettersi in gioco≫. L’ultimo episodio riguardante Guido Barilla, presidente dell’omonimo colosso alimentare, il quale non soddisfatto del giudizio espresso, ha continuato deliziandoci con saggi consigli ≪rivolgo un appello ai ragazzi: non sedetevi su facili situazioni≫.

Grazie Signor Barilla per il consiglio carico di significato di cui gratuitamente ha scelto di farci destinatari. Sinceramente, l’unica cosa su cui si sono seduti 250 mila ragazzi italiani negli ultimi dieci anni, è stato il sedile di un aereo per portarli fuori dall’Italia alla ricerca di aziende che potessero garantire loro almeno un salario dignitoso, se non continuità contrattuale. In Italia, per i giovani, sembra impossibile trovare la prima e soprattutto la seconda cosa.

La retorica dell’imprenditore che non trova forza lavoro e del giovane italiano che preferisce stare seduto comodo sul divano ha, francamente, stancato. Per quanto sia molto più semplice sparare sentenze, seduti sulla poltrona dell’azienda ereditata grazie al nome di famiglia che si porta, è arrivato il momento di porsi alcune domande. In Italia il tasso di occupazione fra i giovani fra i 18 e i 24 anni sta costantemente diminuendo, e prima di prendere il Reddito di Cittadinanza come capro espiatorio assoluto in questa situazione drammatica, è giusto che ogni Signor Barilla e tutti i poveri padroni in Italia si chiedano realmente quanto la loro azienda permetta l’accesso dei giovani al mondo del lavoro e a che condizioni. Perché spesso e volentieri, le proposte di lavoro che sono costretti ad accettare i giovani nel nostro paese, rasentano il ridicolo, oltre che lo schiavismo

Fonte: Possibile.it

Per non parlare dei tirocini. Spesso e volentieri non pagati, o se si è fortunati pagati con un rimborso spese di poche centinaia di euro per 40 ore di lavoro a settimana. La pratica degli stage non o sotto pagati è stata anche condannata dal Parlamento Europeo, eppure in Italia, invece di indignarci per le condizioni lavorative a cui bisogna sottostare per guadagnare o pochi euro o aggiungere esperienza lavorativa nel Curriculum facendo puro volontariato, si decide di dare parola a persone che non hanno mai affrontato colloqui di lavoro umilianti e condizioni lavorative degradanti e che quindi, del mondo del lavoro di oggi, sanno poco o nulla.

È arrivato il momento di chiedersi perché l’Italia detenga il primato in Europa di NEET, ossia giovani fra i 15 e 19 anni che non lavorano, non studiano e non sono iscritti a nessun corso di formazione. Si tratta di 2,1 milioni di ragazzi che spesso hanno perso la speranza di trovare un posto di lavoro che possa esser definito tale e che per questo decidono di  affidarsi ad ammortizzatori sociali. Perché rifiutarsi di lavorare per più di 12 ore al giorno in un ristorante, senza giorni di riposo, ferie, e permessi, non fa di te un fannullone, semmai una persona che ha deciso di ribellarsi a un sistema ormai marcio. 

Dal Decreto Dignità al Covid, altro che poveri padroni: per i giovani italiani non c’è pace

Chi ha pagato più caro il conto salato presentato dal Covid, sono proprio i giovani precari italiani. Perché prima che le aziende potessero nascondersi dietro alle difficoltà della pandemia, ricordiamo il decreto dignità, che concretamente non ha ridotto i precari, ma li ha raddoppiati. I contratti a termine sono incrementati, mentre quelli a tempo indeterminato sono diminuiti, esattamente quello che il Ministro Di Maio voleva evitare, dando vita a un meccanismo nel quale le aziende non investono sui giovani, i quali dopo 12 mesi sono lasciati a casa per veder assunto al posto loro un’altra persona. E così via.

Insomma, se prima i giovani italiani avevano poche tutele, ora non ne hanno praticamente nessuna. I rapporti lavorativi vengono fatti terminare sostenendo che la pandemia abbia incrementato i costi aziendali, che quindi non ci sia opportunità per quei giovani di vedersi prolungato il contratto, tanto meno di vederlo convertito da contratto a termine a tempo indeterminato. Siamo passati dalla padella alla brace.

È arrivato il momento di urlare a gran voce che la maggior parte dei giovani che non sta lavorando, farebbe volentieri a meno del sussidio se gli venisse offerto un posto di lavoro dignitoso. Non si può neanche fare finta che il Reddito di Cittadinanza abbia funzionato per gli obiettivi che si era preposto quando è stato introdotto: ossia abolire la povertà. Mentre è stata concretizzata la fase della distribuzione degli assegni (anche a chi non ne avrebbe diritto), sono chiare le ampie lacune nel processo di formazione dei nuovi lavoratori e il loro ingresso effettivo nel mondo del lavoro. Nonostante i limiti del RdC, però, bisogna ammettere ciò che è ovvio: se i giovani accettano questa misura assistenziale, nella maggior parte dei casi è perché non gli è stata offerta una valida alternativa che gli permetta di non farvi affidamento.  

Gli imprenditori italiani (o meglio i poveri padroni italiani) e le istituzioni non possono continuare a nascondersi dietro a un dito, e chiedersi in totale onestà quanto stiano investendo nei giovani, cosa stiano davvero facendo per farli uscire dallo stato di incertezza in cui si trovano. Perché se non si arriva a capire che il problema non è il Reddito di Cittadinanza ma la qualità delle offerte presenti nel marcato del lavoro, forse il vero problema in Italia non sono i giovani sfaticati, ma piuttosto la mentalità di un’intera classe dirigente

Sebbene non tutti coloro che lo percepiscono siano alla ricerca di un lavoro, la maggior parte dei giovani italiani che riceve l’assegno del RdC vive nella precarietà assoluta, ha smania di entrare nel mondo del lavoro, di sentirsi realizzato. Se non volete che i giovani vi facciano affidamento, invece di lamentarvi sui giornali, fate qualcosa: offritegli un lavoro, e pagateli, pagateli meglio per citare il Presidente Americano Joe Biden. Dategli tutele e garanzie. 

Può sembrare sconvolgente, e va contro ogni titolone giornalistico ad effetto, ma la maggior parte dei giovani italiani preferirebbe un ingresso effettivo nel mondo del lavoro rispetto ad una misura assistenziale. Vorrebbe un lavoro che venga riconosciuto legalmente, che offra tutele e dia dignità. E una retribuzione di 2 euro all’ora, no, non può essere chiamato lavoro, tantomeno dignitoso. È schiavismo, ed è giusto ribellarsi ai poveri padroni.

Giulia Esposito

1 commento

  1. Finalmente un articolo esauriente, onesto e sincero. Grazie, e non da parte di un percettore di RdC, bensì da parte di un lavoratore a chiamata assistito dalla famiglia, che pur avendo una laurea scientifica conquistata a fatica non riesce a trovare di meglio.

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