Amitav Gosh, La trilogia dell'Ibis
La guerra dell'Oppio - Amitav Gosh

La trilogia dell’Ibis è un’opera totalizzante, che vuole cogliere e mettere nero su bianco una realtà poliedrica e complessa, fatta di ragioni, colori e sapori tutti diversi e tutti legittimi. Il suo autore, Amitav Gosh, è un antropologo e un giornalista indiano che, in tale contesto, ha voluto restituire ai suoi lettori le problematiche del mondo postcoloniale, eliminando ogni edulcorazione e ogni tipo di narrazione svilente, bonaria o di parte.
Il romanzo è ambientato a cavallo tra la prima e la seconda metà dell’Ottocento e segue le dinamiche che hanno portato l’Inghilterra e la Cina alla guerra dell’oppio (1839 – 1842). La saga è sicuramente sfidante sia per mole che per le tematiche (non comuni a noi lettori abituati alle vicende eurocentriche) ma sicuramente vale la pena addentrarsi in un mondo letterario che fa dell’elemento storico e di quello magnifico dell’epopea la sua cifra stilistica.

Il potere è dalla parte di chi vende

Amitav Gosh non proclama né buoni né cattivi: la storia è fatta di scelte, di personaggi e di trattative, nessuno è mai completamente dalla parte della ragione o di quella del torto, ma ognuno ha le sue idee atte a far evolvere il suo Stato.
L’Inghilterra, dominatrice dei mari grazie al controllo delle rotte commerciali, aveva la possibilità di non guardare solo alle politiche coloniali americane, ma anche a quelle orientali. La Compagnia delle Indie Orientali (le navi da commercio inglesi) strinsero infatti sodalizi con i porti indiani e cinesi, permettendo l’importazione di prodotti che ebbero un grande successo in territorio europeo: primo fra tutti il famoso tè, che di inglese non ha mai avuto neanche una foglia. Ma in cambio cosa avrebbero esportato gli inglesi? I cinesi non avevano alcun tipo di interesse nei loro confronti e la reazione britannica fu quella di creare loro un bisogno: sfruttando le terre indiane, iniziarono la pratica della coltivazione dell’oppio e, ottenuta la droga, la rivendevano ai porti di Canton. Nel giro di pochi anni, i cinesi ne furono dipendenti: non ne potevano fare a meno e una vera pandemia iniziò a dilagare, irrefrenabile, ponendo in ginocchio una società sotto gli effetti collaterali della droga. Il paradosso è che gli inglesi non hanno mai voluto far entrare sostanze stupefacenti in madrepatria, etichettate come spazzatura potevano essere per loro solo una fonte di guadagno e di speculazione.
I problemi arrivano quando il governo cinese si oppone a questa forma di sfruttamento, facendo vacillare il fragile equilibrio di potere retto tutto dalle possibilità di vendita.

La commedia umana tra India, Cina, Africa ed Europa

L’esplodere di questi equilibri è raccontato per mezzo di personaggi fuori dalle righe e dalle biografie ricche e culturalmente riconoscibili. Come attori delle commedie greche, fanno della metamorfosi la loro caratteristica chiave: tra il primo e il secondo romanzo, nessuno resta uguale a se stesso, tutti evolvono e cambiano ruolo e prospettiva per adattarsi al contesto e cercare di sopravvivere alla colonizzazione.

Il raja Neel perde i suoi territori per problemi burocratici, viene imprigionato e, dopo la fuga, si ritrova a vestire i panni di un traduttore politico; Zachary Reid parte come marinaio afrodiscendente in una nave mercantile inglese ma evolverà come una delle personalità di spicco degli scontri finali; Deeti che parte come una donna indiana poverissima, sposata con un lavoratore dei campi di oppio tossicomane, diventerà un personaggio mistico, intraprendente e capace di ribaltare la sua vita; Paulette Lambert è la figlia del conservatore francese dell’orto botanico di Kolkata, riveste il ruolo della fanciulla europea privilegiata, ma si vestirà man mano di un’autonomia e di un’indipendenza fuori dal comune.

Amitav Gosh rende questi suoi personaggi espediente narrativo e chiave di lettura per cercare di decifrare la realtà storica. Neel diventa traduttore e così corona l’approfondimento che l’autore fa della complessità linguistica. Il realismo narrativo, quasi come se fosse il risultato della penna di Carlo Emilio Gadda, è suggerito dalla varietà linguistica e dialettale di cui il lettore ne avverte la pregnanza e la complessità. La trilogia ha ben due traduttori (Anna Nadotti e Norman Gobetti) poiché è ricchissima di termini intraducibili: ogni personaggio ha la sua flessione ed esprime se stesso e il suo modo di vedere il mondo per mezzo dei termini della sua lingua madre e in più, ad ogni porto e su ogni nave, è parlato il pidgin, una lingua che mescola l’inglese commerciale con le lingue che si incontrano durante le rotte (di militari, di migranti, di commercianti..). L’atmosfera che si crea nel romanzo è quella di un reale porto dell’Ottocento, luogo di ascolto, di equivoci e di varietà umana e il modo in cui Amitav Gosh dà vita a tale mescolanza è espressione della cura e dell’attenzione che infonde alla ricostruzione di questo crogiolo di culture, soprattutto se si pensa che l’atteggiamento post coloniale ha sempre virato per la scelta opposta (quella dell’appiattimento e dell’omologazione delle tradizioni). Il lettore vive indirettamente la stessa atmosfera: si ritrova a carpire le informazioni dal contesto, è spesso vittima di incomprensioni e di equivochi linguistici resi dalla difficoltà del comunicare.  In tale contesto, il mestiere del traduttore (come quello di Neel) è espressione di potere: chi conosce le lingue può fuggire ogni forma di fraintendimento e questa possibilità, se rapportata all’ambito politico, è una fondamentale marcia in più.  

 Zachary Reid, come detto, parte in una nave commerciale inglese diretta verso l’India come bracciante afrodiscendente. La sua carnagione è però molto chiara e questo lo spinge, da quando la sua posizione sociale inizia a cambiare, a nascondere le sue origini e fingersi europeo. Il suo ruolo apre a un discorso di apparenze e di razzismo portato avanti anche dalla sua corrispettiva al femminile, la sua anima gemella Paulette Lambert che, seppur di origini europee, vivrà come un’indiana e questa sua ambivalenza non le permetteranno di sentirsi mai davvero a casa in nessun luogo. Amitav Gosh in una guerra di bandiere e di supremazie porta avanti quindi la realtà che ne scaturisce: la purezza non esiste, a vincerla è sempre il meticciato che sia umano, commerciale o linguistico, negarlo significa non saper leggere il mondo in cui viviamo.

Se nel primo romanzo Mare di papaveri, cambia il panorama dell’India del XIX secolo per le mire commerciali della Gran Bretagna e nel Il fiume dell’oppio le città indiane e cinesi sono il teatro degli scempi compiuti dai soldati della regina Vittoria; in Diluvio di fuoco l’autore si tuffa in descrizioni efficaci sugli effetti sortiti da una navigazione spregiudicata e da un inquinamento che ne è il prodotto consequenziale. Questa ricchezza di aspetti trattati e in più la presenza di personaggi mistici come quello di Deeti, avvicinano l’opera di Gosh alla penna di Salman Rushie, non tanto per il realismo magico che in Gosh manca, ma per la poliedricità dei temi, il ritmo cadenzato e il tono spesso ironico e a tratti satirico volto a far risvegliare nei lettori una coscienza politica fin troppo spesso sopita. Gli interessi dietro una guerra dell’oppio non sono tanto diversi da quelli di una guerra per il petrolio: il denaro è sempre il bottino aspirato, così come la libertà e la dignità umana sono le stesse che vengono calpestate.

Alessia Sicuro

Alessia Sicuro
Classe '95, ha conseguito una laurea magistrale in filologia moderna presso l'Università di Napoli Federico II. Dal 2022 è una docente di lettere e con costanza cerca di trasmettere ai suoi alunni l'amore per la conoscenza e la bellezza che solo un animo curioso può riuscire a carpire. Contestualmente, la scrittura si rivela una costante che riesce a far tenere insieme tutti i pezzi di una vita in formazione.

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